1. L’amore non si gonfia

L’amore che non si vanta a scapito dell’altro, nemmeno lascia che l’io si gonfi di benessere al punto da pensare solo a se stesso. L’ansiosa preoccupazione per sé – va riconosciuto – è atteggiamento istintivo dell’uomo che, spinto dalla paura della morte sempre incombente, cerca la salvezza accumulando riserve di beni che lo garantiscano dalle necessità e dai rovesci della vita. L’avido accumulo di beni a garanzia della propria vita è emblematicamente descritto nella parabola dell’agricoltore facoltoso.

La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto. Egli ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti? E disse: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio.


Lc 12,16–21

La preoccupazione egocentrica del protagonista pervade i suoi pensieri, in cui risuonano continuamente il pronome personale e gli oggetti possessivi di prima persona: «io» «il mio raccolto, i miei risparmi, i miei beni». Egli non prende in considerazione alcun interlocutore: né Dio, che avrebbe cose molto importanti da dirgli sul senso della vita; né il prossimo, che potrebbe rompere il cerchio egoistico entro il quale egli pianifica la sua vita. Concentrato unicamente su di sé, l’uomo ricco ragiona solo in termini di quantità di beni da accumulare e di numero di anni da vivere. Ma un progetto di vita basato sull’accumulo di beni materiali non ha solidità, perché la fonte della vita umana non risiede nei beni e la sua abbondanza non dipende dal loro urgente possesso.

L’uomo che appoggia la sua vita su un falso fondamento è, secondo il linguaggio biblico, uno «stolto» (Sal 14,1). La rappresentazione della stoltezza, in contrasto con la saggezza, è esemplarmente offerta in chiusura al Discorso della Montagna (Mt 7,24-27). L’inconsistenza di una vita fondata su beni solo umani è paragonata alla sabbia, nella quale sprofonda la casa su di essa costruita. La forza granitica che consente alla vita dell’uomo di non essere travolta e abbattuta proviene dalla pratica della relazione con Dio. «Non di solo pane – infatti – vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4).

Il pane stesso – a ben guardare -, e con esso tutti i beni materiali di cui il pane può essere ritenuto simbolo, non è un bene solo materiale. Il pane che consente all’uomo di vivere è segno di una cura di cui l’uomo beneficia: egli è stato messo a vivere in un mondo nel quale trova ciò che gli è necessario per continuare a vivere. I beni che gli consentono di vivere, anche solo a livello biologico, sono segni di una mano provvidente e, dunque, di Qualcuno che si prende cura dell’uomo. I beni parlano del benefattore.

Se non ci si avventa avidi su di essi, i beni materiali appaiono come la manna ricevuta dal popolo di Israele nel deserto, in seguito alla liberazione dalla schiavitù d’Egitto. La manna piove dall’alto consentendo al popolo di sperimentare nel bene della vita che attraverso essa riceve, il bene di Colui che dà vita. I beni materiali sono ganci destinati a stabilire e favorire il legame tra il benefattore e il beneficato. Qualora quest’ultimo si sganciasse dal benefattore accontentandosi dei soli beni materiale che riceve, i beni stessi verrebbero sviliti: diventerebbero oggetti di consumo, il cui rapido deterioramento ed esaurimento comporterebbe l’ansia di accumularli in quantità esuberante. La preoccupazione per i beni materiali può così giungere sino a scalzare la cura per il bene della relazione interpersonale. Ci si gonfia di beni al punto da non aver più alcun spazio per la relazione gratuita con l’altro: l’amore viene soffocato.

Il tu diviene un dispensatore di beni totalmente a disposizione dell’io, il quale bada non alla bontà che significano, ma all’utilità che procurano. L’altro è tenuto in considerazione nella misura e fin tanto che produce i beni desiderati dall’io. Una volta che l’io ne ha tratto tutto il possibile per il proprio benessere, i beni possono essere abbandonati e sostituiti. Anche la relazione amorosa viene così risucchiata nel vortice della società dei consumi, all’insegna dell’usa e getta, dell’utilizzo e dello smaltimento.

La preoccupazione esclusiva per se stessi ha però come effetto inevitabile la perdita della relazione con l’altro: gonfiarsi di benessere materiale significa svuotarsi del bene interpersonale. Laddove gli occhi si concentrano avidi sui beni, anche coloro da cui provengono fuoriescono dal campo visivo. I beni non sono più allora riconosciuti come dono, perché il dono è tale nella misura e fintantoché sussiste il donatore.

Affinché il bene della relazione amorosa con l’altro possa essere ritrovato, evitando che l’accumulo dei beni gonfi a tal punto l’io da soffocare ogni relazione con il tu, è necessario che i beni vengano messi in circolo, donati ad altri. In tal modo essi smettono di essere «cose da possedere» e ridivengono «doni da condividere». L’economia della vita subisce in tal modo una trasformazione decisiva del capitale, non più costituito dal benessere materiale, ma dalla bontà della relazione interpersonale. L’amore per l’altro, invece che l’ansia per sé diviene il tesoro della vita, la quale è ora custodita da qualcuno e non più da qualcosa: «Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma. Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore» (Lc 12,33-34).

Se i beni non fossero condivisi con qualcuno, ma solo accumulati per sé, nemmeno potrebbero essere conservati: «Stolto questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?» (v.20). La vita dell’uomo non può essere protetta dai beni materiali, per quanto sovrabbondanti siano; può essere custodita solo dal bene di qualcuno con cui si è in relazione. In questa logica l’amore per l’altro è essenziale all’amore per sé. Se non si amasse l’altro come se stessi, tutto ciò che si ritiene di possedere potrebbe svanire in una sola notte. La condivisione dei beni, in nome e in vista del bene per l’altro, corrisponde alla natura dei beni stessi che l’uomo non crea dal nulla, ma sempre produce attraverso la collaborazione della natura creata da Dio e la cooperazione di altri uomini. Lo stesso guadagno ricavato da una vendita è possibile solo attraverso la cooperazione dell’acquirente. In tal senso i beni, tutti i beni, non sono propriamente solo «nostri», ma hanno una destinazione universale. La modalità adeguata per mettere i beni materiali a frutto di una buona relazione personale è altrove raccontata nel vangelo di Luca. Al cap. 16,1-8 è di scena l’impropriamente detto «amministratore disonesto», che in realtà, come attesta la lode ricevuta per il suo comportamento, andrebbe meglio chiamato «amministratore saggio». Costui, sacrificando il denaro che avrebbe potuto guadagnare in quanto amministratore delle ricchezze del suo padrone, preferisce ingraziarsi i debitori scontando il loro debito. L’amore non teme di essere povero di beni materiali; al contrario, teme la ricchezza che gonfia l’io sino a soffocare la relazione con l’altro.

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