I domenica di Avvento

La venuta del Signore

Is 13,4-11; Sal 67 (68); Ef 5,1-11a; Lc 21,5-28

Instancabile, Dio concede un nuovo anno di grazia, un tempo ulteriore affinché gli uomini possano godere della sua vita, della relazione benefica con lui. Comincia infatti con questa domenica, prima di Avvento, la celebrazione del mistero dell’Incarnazione del Signore, primo dei tre tempi in cui sarà scandito il nuovo anno liturgico. Celebrare il mistero dell’Incarnazione del Signore significa prendere coscienza del suo venire tra gli uomini e disporsi ad accoglierlo, a fargli spazio nella nostra vita personale, familiare, sociale, nazionale, mondiale.

Sulla venuta del Signore attira subito l’attenzione la prima lettura, che riporta una profezia del libro di Isaia. La venuta del Signore è descritta con il tono della irresistibilità: «Ecco, il giorno del Signore arriva implacabile». A questo primo tono è strettamente associato un altro tono, quello della collera: il giorno del Signore arriva, infatti, «con sdegno, ira e furore». L’immagine che meglio rende questa venuta implacabile e collerica del Signore è quella di un esercito che cala dai monti e invade il territorio, devastandolo. La reazione immediata non può essere che quella ritratta dal profeta con grande incisività: «Tutte le mani sono fiacche, ogni cuore d’uomo viene meno. Sono costernati. Spasimi e dolori li prendono, si contorcono come una partoriente. Ognuno osserva sgomento il suo vicino». L’osservazione più attenta di questa avanzata terribile del giorno del Signore mette però in evidenza che lo sterminio non è indiscriminato, ma selettivo. La dichiarazione di guerra del Signore suona infatti così: «Io punirò nel mondo la malvagità e negli empi la loro iniquità. Farò cessare la superbia dei protervi e umilierò l’orgoglio dei tiranni». Non dunque una cieca violenza è quella del Signore, ma una forza mirante ad eliminare il male e l’ingiustizia. A fronte di questa profezia riguardante i maligni viene spontaneo chiedersi che ne sarà dei buoni, di coloro che, pur con i loro difetti e limiti, non scelgono deliberatamente di fare il male.

La risposta a questo interrogativo viene dal testo evangelico tratto dal vangelo secondo Luca, e precisamente dalla sezione riguardante il discorso escatologico, quello che, con i toni dell’apocalittica simili a quelli della profezia di Isaia contenuta nella prima lettura, annuncia la venuta potente e gloriosa del Figlio dell’uomo alla fine dei tempi. Sul piano sociale sono previste «guerre» e «rivoluzioni», l’insorgere di «nazione contro nazione e regno contro regno». Sul piano cosmico si registreranno «fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo», «segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti», «vi saranno in diversi luoghi terremoti». Sul piano sanitario «carestie e pestilenze». Sul piano ecclesiale giungeranno persecuzioni tali per cui «metteranno le mani su di voi – preannuncia il Signore Gesù ai suoi ascoltatori – e vi perseguiranno consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori». Non sarà nemmeno risparmiato l’ambito familiare, se è vero – come prosegue Gesù – che «sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici». Il quadro è sufficiente per reagire come il Signore Gesù non manca di descrivere: «Gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra». Questa descrizione, apparentemente esagerata nei toni, non sembra distante dall’odierno “sentimento comune”, che non nutre certo nel futuro grandi speranze. Anche oggi i toni scuri dell’orizzonte generano paura. Questa generale paura che ci accomuna ai contemporanei di Gesù è però anche la condizione che ci permette di meglio cogliere e accogliere il conforto delle rassicurazioni, di cui è trapuntato il suo, pur preoccupato, discorso: «Non vi terrorizzate»; «Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere». E ancora, con attenzione minuziosa: «Nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto»; sino a concludere con la stupenda immagine dell’oppresso che riprende vita dal sopraggiungere della libertà: «Risollevate e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina». L’annuncio della cura provvidente e liberante del Signore riguarda coloro che gli appartengono, che a causa del suo nome gli rendono testimonianza. Il suo venire potente e glorioso, per mettere la parola fine al male e all’ingiustizia, risulterà per essi non solo senza danno, ma carico di bene. Quale stile di vita corrisponde all’essere tra coloro che appartengono a Cristo?

La risposta viene dalla seconda lettura, tratta dalla lettera agli Efesini. Il brano oggi proposto all’ascolto si apre con l’invito di Paolo a camminare nella carità, «nel modo in cui anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi». Si tratta del comandamento nuovo dell’amore. Gli appartenenti a Gesù Cristo, i cristiani, sono coloro che amano come lui ha amato. In controluce, lo stile di vita dei cristiani non accetta il compromesso con atteggiamenti e comportamenti che inquinano l’amore e non consentono di viverlo in purezza. Il tempo dell’Avvento che oggi si apre davanti a noi, per concederci ancora l’incontro con Dio, è anche tempo per la nostra rinnovata decisione a non tollerare, non solo le tenebre nel nostro modo di amare, ma neppure la piccola omissione. Puntare con umiltà alla santità non è un obiettivo per qualcuno: è la vocazione a cui tutti siamo chiamati.

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