II domenica d’Avvento

I figli del Regno

Is 19,18-24; Sal 86 (87); Ef 3,8-13; Mc 1,1-8

Il tempo liturgico dell’Avvento ricentra la nostra attenzione sulla venuta del Signore. Ma per chi viene il Signore? Chi sono i destinatari del suo messaggio e della sua presenza nel mondo? Qual è il raggio di estensione della sua missione?

La seconda lettura, tratta dalla lettera agli Efesini, dichiara per tramite dell’apostolo Paolo l’orizzonte universale della venuta del Signore. L’annuncio che Paolo è stato incaricato di compiere e che lui considera una grazia è, secondo lo stesso apostolo, «alle genti». Con questo termine si indicano i popoli diversi da Israele, i cosiddetti “pagani”, coloro cioè che non appartengono al popolo eletto, non godono del legame di alleanza con il Signore Dio. L’estensione dell’annuncio ai pagani è onnicomprensivo. Per «tutti» –  precisa poco oltre Paolo – è la luce del vangelo, poiché – potremmo intendere prendendo spunto da una sua ulteriore osservazione – «multiforme [è la] «sapienza di Dio», non dunque univocamente espressa nell’alleanza con il solo popolo di Israele, ma sinfonicamente voluta con ogni popolo della terra. La ragione di questa universalità risiede nel fatto che Dio è «creatore dell’universo» all’origine quindi di tutto ciò che esiste e di ogni etnìa umana che popola la terra. La multiforme universalità dell’annuncio non è frammentazione di tanti diversi messaggi, ma proposta variegata dell’unico messaggio: quello riguardante il «mistero nascosto da secoli in Dio», «il progetto eterno che egli ha attuato in Cristo Gesù Nostro Signore». L’uni-versalità è termine che indica il convergere in uno dei diversi. L’universalità della salvezza annunciata dalla Chiesa, a partire dagli apostoli e da Paolo specialmente, consiste nel tradurre il Vangelo di Cristo, il racconto verbale evitale della sua persona, nella lingua e nel vissuto diversificato dei popoli.

L’aspirazione universale del cristianesimo è dichiarata in forma di profezia, nel brano del libro di Isaia proposto oggi come prima lettura. La profezia si concentra su due nazioni, l’Egitto e l’Assiria, la cui particolarità sta nel fatto che furono entrambe nemiche di Israele. In Egitto, come è noto, Israele fu schiavo e successivamente liberato solo dall’intervento del Signore per mezzo di Mosè. L’Egitto resterà nella memoria di Israele il prototipo dell’oppressore, che nel corso della storia del popolo si chiamerà con nomi diversi, ma si comporterà come il faraone. L’Assiria, un regno a nord della Terra promessa, invaderà Israele distruggendo e deportando gli abitanti in una delle ricorrenti persecuzioni che nella storia si sono abbattute sugli ebrei. Tenuto conto dei rapporti di queste due nazioni con Israele, suona del tutto inaspettata e sorprendente la profezia di Isaia, il quale annuncia il giorno in cui «Israele sarà il terzo con l’Egitto e l’Assiria, una benedizione in mezzo alla terra». Motivo di questa amicizia tra popoli in precedenza nemici è il legame che anch’essi, come Israele, intratterranno con il Signore.La descrizione, riferita specialmente all’Egitto, mostra i medesimi comportamenti degli Israeliti da parte degli Egiziani, i quali renderanno culto al Signore: «In quel giorno ci sarà un altare dedicato al Signore in mezzo alla terra d’Egitto e una stele in onore del Signore presso la sua frontiera: sarà un segno e una testimonianza per il Signore degli eserciti nella terra d’Egitto».Non solo gli Egiziani si disporranno come gli Israeliti nei confronti del Signore, ma quest’ultimo tratterà l’Egitto come Israele, salvandolo,difendendolo, liberandolo dagli avversari e correggendolo, anche percuotendolo,ma con lo scopo di risanarlo. Il comune culto per il Signore produrrà comunione tra i popoli, la cui comunicazione risulterà pacifica e scorrevole, comes’intravvede dall’immagine proposta da Isaia: «In quel giorno ci sarà una strada dall’Egitto verso l’Assiria; l’Assiro andrà in Egitto e l’Egiziano in Assiria, e gli Egiziani renderanno culto insieme con gli Assiri».

L’universalità della salvezza profetizzata da Isaia giunge con l’avvento di Gesù Cristo, di cui l’inizio del Vangelo di Marco, oggi ascoltato, ne è l’annuncio. La voce annunciante è quella di Giovanni Battista, l’immediato precursore di Gesù,l’ultimo dei profeti. Anche in questo testo evangelico appare la destinazione universale della venuta di Gesù Cristo, Figlio di Dio. Lo si intuisce dal particolare dell’afflusso al Giordano di – precisa l’evangelista – «tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme». A fronte di questo convenire di tutti, Giovanni segnala con la «voce di uno che grida nel deserto», che la venuta del Signore deve essere attesa. Su di lui si deve puntare lo sguardo, senza lasciarsi trattenere nemmeno da forme di religiosità solo propedeutiche: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo». Ma l’attesa della venuta del Signore non è un tempo morto, di inoperosa passività, di fatalismo disimpegnato. Affinché l’incontro sia possibile occorre che la strada sia sgomberata e i sentieri non conducano altrove: «Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri». La metafora riguarda la necessità di convertirsi,eliminando dalla vita ogni traccia di male. Giovanni, infatti, predicava «un battesimo di conversione per il perdono dei peccati».Il messaggio convergente delle tre letture odierne annuncia che a ogni uomo è offerto di diventare figlio del Regno. L’alleanza con Dio in Cristo non è selettiva, non conosce extra-comunitari. Per ogni uomo l’offerta è dono gratuito e, simultaneamente, come qualsiasi dono, richiede anzitutto l’impegno di riceverlo, di custodirlo e di metterlo a frutto. Il tempo liturgico dell’Avvento risuona di questi due toni: la gioia per la venuta del Signore che a tutti si fa incontro; la vigilanza perché la distrazione non impedisca l’incontro.

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