III domenica d’Avvento

Le profezie adempiute

Is 45,1-8; Sal 125 (126); Rm 9,1-5; Lc 7,18-28

La venuta del Signore, rivolta a tutti gli uomini affinché divengano figli del Regno, avviene dentro la storia, ma proviene dall’eterno; nasce sulla terra, ma è seminata dal cielo, così come il seme sparso dalla mano del contadino, cadendo nel terreno,comincia a germogliare.

Il carattere celeste e terrestre della venuta del Signore è profetizzato da Isaia, nel brano proposto oggi come prima lettura. I versetti conclusivi, infatti, da cui è pure tratta una delle antifone tipiche del tempo liturgico d’Avvento, recitano l’invocazione di chi attende la venuta del Signore: «Stillate, cieli, dall’alto e le nubi facciano piovere la giustizia; si apra la terra e produca la salvezza e germogli insieme la giustizia».

Il disporsi a ricevere il Giusto che germoglia dalla terra viene illustrato nel passo della lettera ai Romani di Paolo. Con in cuore «un grande dolore e una sofferenza continua», l’Apostolo evoca l’intera vicenda storica del popolo di Israele, al quale egli appartiene «secondo la carne». La storia di Israele è indissociabile dalla relazione con il Signore. Tutto ciò che vi è di più decisivo e incisivo nella fisionomia del popolo deriva dal legame con Dio. Gli Israeliti, infatti, «hanno l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse». Ma la storia di Israele non mostra solo la presenza di Dio nel mondo degli uomini. Nella trama delle generazioni di Israele, infatti, s’iscrive l’Emmanuele, Dio con noi. Agli Israeliti –continua Paolo – «appartengono i patriarchi e da loro proviene Cristo secondo la carne». L’umanità di Cristo è tessuta dentro la trama della genealogia di Israele. D’altra parte – precisa subito Paolo – Cristo «è sopra ogni cosa,Dio benedetto nei secoli». Così facendo, l’Apostolo rimanda all’altro aspetto della natura di Cristo, quello per cui egli non germoglia dalla terra, ma piove dal cielo. La sua umanità spuntata dall’humus del popolo ebraico non basta per definirne l’identità: nella sua umanità, infatti, abita la divinità.

Prima di considerare direttamente quest’ultimo aspetto, possiamo ancora sostare sull’umanità di Cristo, considerando nuovamente il testo della prima lettura, che riporta una profezia riguardante l’imperatore Ciro, fondatore dell’impero persiano. Ciro II il Grande fu colui che, conquistando Babilonia (539 a. C.), permise l’anno successivo il ritorno degli ebrei, là deportati, a Gerusalemme, e la ricostruzione della città e del Tempio (cf. 2Cr 36,22ss; Esd 1-4; il testo del decreto di Ciro si trova in Esd 6,3-5). La profezia riportata nel libro di Isaia presenta Ciro come l’eletto del Signore, e ciò già lo colloca al livello di Israele, il popolo eletto. Più avanti questa prossimità tra Ciro e Israele viene esplicitata dicendo che l’elezione del primo è «per amore di Giacobbe, mio servo, e d’Israele, mio eletto». Sono queste parole del Signore a rivelare il nesso tra la figura di Ciro e la sorte di Israele. Ciro è stato eletto, «preso per la destra – dichiara il Signore – per abbattere davanti a lui le nazioni, per sciogliere le cinture ai fianchi dei re, per aprire davanti a lui i battenti delle porte e nessun portone rimarrà chiuso». Con queste parole e altre immagini di conquista militare si racconta in prima battuta l’irresistibilità di Ciro, ma per annunciare – e questo è il vero messaggio – che egli è uno strumento nelle mani di Dio, affinché la storia proceda preparando la venuta del Signore. Pur inconsapevole, Ciro è un tessitore della trama che condurrà all’uomo Gesù, sorto dentro la storia d’Israele, a sua volta inserita nella storia dei popoli e dell’umanità intera. Nulla sfugge al disegno di Dio, che governa anche coloro che come Ciro nulla sanno di lui. Il Signore stesso non manca di farlo notare quando, riferendosi a Ciro, dichiara: «io ti ho chiamato per nome, ti ho dato un titolo, sebbene tu non mi conosca», e ancora quando gli annuncia che «ti renderò pronto all’azione, anche se tu non mi conosci». La prima lettura illumina, dunque, la storia dei popoli dichiarando profeticamente come essa concorra alla vicenda storica di Israele, il quale, insegna la seconda lettura, è il terreno umano che produrrà il Salvatore e da cui germoglierà il Giusto. Secondo la profezia  di Isaia la giustizia non solo germoglia dalla terra, ma ancor prima piove dal cielo. Cristo non è semplicemente uomo e nemmeno solo l’uomo più perfetto. Cristo è colui che viene da Dio, Dio egli stesso.

L’attenzione sulla provenienza divina di Cristo è espressa nel testo del Vangelo secondo Luca. L’interrogativo sull’identità di Gesù Cristo è formulato da Giovanni il Battista, già incarcerato, per tramite dei suoi discepoli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Lo svolgimento narrativo del brano è significativo perché, prima ancora che Gesù risponda verbalmente alla domanda, si dice che «in quello stesso momento – il momento in cui gli fu rivolta – Gesù guarì molti da malattie, da infermità, da spiriti cattivi e donò la vista a molti ciechi». La successiva risposta verbale di Gesù ricalca la sua azione, invitando gli ascoltatori a vedere e udire il compiersi di quei miracoli che erano stati profetizzati quali segni della venuta del Messia: «i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciata la buona notizia». La risposta di Gesù si conclude però con una dichiarazione che riporta alla singolarità della sua duplice natura di “germogliato” dall’umanità terrena e “piovuto” dalla divinità celeste: «E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».

Le profezie si adempiono in Gesù, l’Emmanuele, il Dio che prende natura umana. Nell’incedere dell’Avvento ci è chiesto di attendere Dio e riconoscerlo entro l’umanità, nella storia degli uomini dove egli non si vergogna di abitare, affinché essi, semplici uomini, divengano come lui, figli di Dio.

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