IV domenica d’Avvento

L’ingresso del Messia

Is 4,2-5; Sal 23 (24); Eb 2,5-15; Lc 19, 28-38

Con l’incedere del tempo liturgico di Avvento, si approssima Colui che viene, il Messia fa ingresso nella storia degli uomini.

La prima lettura tratta dal libro del profeta Isaia, dipinge il giorno del Messia che viene come un dispiegarsi potente ed evidente della presenza di Dio, il manifestarsi – per usare il linguaggio biblico – della sua gloria. La presenza del Signore è prevista anzitutto come quella di un «germoglio», di cui si dice che «crescerà in onore e gloria», così che il suo frutto sarà a «magnificenza e ornamento» per gli Israeliti scampati al castigo conseguente alla loro iniquità. La presenza del Signore nel «resto di Israele» farà sì che i superstiti saranno lavati dalle «brutture» e puliti dalle tracce di violenza di cui si sono macchiati. La potenza divina che opererà questa purificazione è descritta come«il soffio del giudizio» e «il soffio dello sterminio». Non si tratta, dunque, di una pulizia esteriore, quella ottenibile mediante l’acqua e i detergenti, ma di una purificazione in profondità della persona, sin nelle radici dell’anima, là dove ha origine il respiro dell’uomo vivente. Il frutto di questa purificazione è l’acquisizione, da parte dell’uomo, dello stesso spirito divino, come lascia chiaramente intendere il nome che il profeta assegna ai superstiti: «chi sarà superstite in Gerusalemme sarà chiamato santo». La purificazione dei superstiti d’Israele porta ad una liberazione dal male che evoca la liberazione dalla schiavitù d’Egitto, dove il popolo era oppresso e soffocato, impedito di godere dell’alleanza con Dio e di servirlo in santità e giustizia. L’esito della liberazione dal male non è il solo rinnovamento interiore degli uomini,ma la ri-creazione del mondo intero, che diviene luogo della manifestazione visibile, apprezzabile di Dio. Il profeta lo annuncia ricorrendo ai grandi simboli della presenza di Dio durante l’Esodo dall’Egitto alla volta della terra promessa: «creerà il Signore su ogni punto del monte Sion e su tutti i luoghi delle sue assemblee una nube di fumo durante il giorno e un bagliore di fuoco fiammeggiante durante la notte, perché la gloria del Signore sarà sopra ogni cosa come protezione». Tutta questa rivoluzione profondamente personale e ampiamente cosmica viene collocata dal profeta Isaia «in quel giorno». Ma di che giorno si tratta?

Il vangelo odierno, tratto dal testo di Luca, s’incarica di svelarlo. L’episodio narrato è quello dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme. Non si tratta di una normale visita di Gesù alla città, sulla falsariga delle molte che nel corso della sua vita pubblica aveva compiuto. Questa volta si tratta del suo ultimo ingresso,pochi giorni prima della sua Pasqua: da Gerusalemme se ne andrà non più per strade terrene, ma ascendendo al cielo dopo la risurrezione. L’ingresso accuratamente studiato da Gesù – è lui che dà precise istruzioni a due discepoli affinché gli procurino la cavalcatura di cui ha bisogno – rassomiglia alla visita degli imperatori che passano in rassegna le loro città: lo si nota chiaramente dal comportamento della folla che stende i mantelli sulla strada al suo avanzare e loda Dio a gran voce. Le parole pronunciate solennemente dalla folla chiariscono che in Gesù si vede più che un re; in lui si vede il Messia divino, le cui prerogative sconfinano dall’orizzonte terrestre e coinvolgono quello celeste: «Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!». Ma per quanto divino sia ritenuto Gesù, la sua apparenza non è quella della potenza che usualmente accompagna i regnanti della terra. La sua stessa cavalcatura, un puledro, non è il consueto cavallo da guerra, bardato a dovere e scortato da carri. Gesù è tutt’altro che un capo politico e militare,che gode di un potere governativo e di un esercito al suo servizio. La sua avanguardia non è che quella di due discepoli i quali debbono chiedere in prestito persino la cavalcatura per il maestro. La divinità di Gesù rimane dunque nascosta. 

Lo scarto paradossale tra la potenza divina e l’impotenza umana di Gesù Cristo viene ripresa e indagata dalla seconda lettura, tratta dalla lettera agli Ebrei. In riferimento a Gesù, si dice che Dio, «avendo sottomesso a lui tutte le cose, nulla ha lasciato che non gli fosse sottomesso». Dopo aver sottolineato questo suo potere universale, subito si aggiunge, che «al momento presente però non vediamo ancora che ogni cosa sia a lui sottomessa». Che cosa vediamo al momento presente? Che cosa risalta evidente della sua persona? La risposta è chiaramente data dall’autore sacro: «quel Gesù, che fu fatto di poco inferiore agli angeli,lo vediamo coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto». La potenza divina non è dissolta e nemmeno inevidente. Essa si esprime, anzi,in tutta la sua gloria nella morte di Cristo, una morte – precisa subito il testo – che è gloriosa perché è «a vantaggio di tutti». E perché fosse a vantaggio di tutti, Cristo «è divenuto partecipe» del sangue e della carne degli uomini, conducendo fin dentro l’impotenza umana la potenza stessa di Dio «e liberare così quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita».

Il mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio, che il tempo di Avvento dispone a celebrare, consiste nell’abbassarsi di Dio nelle profondità umane, addirittura negli abissi del peccato. Non per finirne inghiottito, ma per distruggere ogni traccia di male. Se dunque, nella nostra storia personale,familiare e nella storia del mondo non vediamo risultati potenti della gloria di Dio, non possiamo concludere che Egli non esiste o se esiste, non interviene. Siamo piuttosto invitati a chiedere cuore sensibile e occhi acuti per scorgere, nelle pieghe dell’umana storia la presenza operante di Gesù Cristo, che germoglia e cresce come un seme gettato nel campo durante il tempo invernale.

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