V domenica di Avvento

Il Precursore

Is 30,18-26b; Sal 145(146); 2Cor 4,1-6; Gv 3,23-32a

L’incedere dell’Avvento del Signore, giunto alla quinta domenica, aumenta il fervore dell’attesa. Le letture di oggi sono tutte protese a rimandare a Colui che viene, attirando l’attenzione su di lui.

È anzitutto il profeta Isaia che sollecita la speranza nel Signore, annunciandolo come colui che prontamente corrisponde all’invocazione del popolo: «A un tuo grido di supplica ti farà grazia; appena udrà, ti darà risposta». Questa promessa è, tuttavia, accompagnata dalla dichiarazione che «il Signore ti darà il pane dell’afflizione e l’acqua della tribolazione». Se per un verso, dunque, il Signore è premuroso nella cura del suo popolo, per altro verso egli non gli dà solo ciò che immediatamente lo appaga. Quale criterio guida allora la cura del popolo da parte di Dio? La risposta è contenuta nei versetti immediatamente seguenti a quelli citati, ove si afferma che «non si terrà più nascosto il tuo maestro; i tuoi occhi vedranno il tuo maestro, i tuoi orecchi sentiranno questa parola dietro di te: “Questa è la strada, percorretela”, caso mai andiate a destra o a sinistra». Il criterio seguito da Dio è il criterio pedagogico, quello del maestro che ha a cuore l’istruzione degli allievi e sa che essi vanno guidati non solo indicandogli la strada giusta da percorrere, ma anche evitando che essi finiscano fuori strada. Come ogni genitore sa bene, il figlio non può crescere bene se non riceve la giusta dose di incoraggiamento e ammonizione, di premi e di correzioni. Ma in che cosa consiste la correzione quando ci si riferisce – come nel caso della profezia di Isaia – all’istruzione del popolo di Dio? Anche in questo caso la risposta è subito offerta nel testo profetico: «Considererai cose immonde le tue immagini ricoperte d’argento; i tuoi idoli rivestiti d’oro getterai via come un oggetto immondo. “Fuori!”,tu dirai loro». L’insegnamento di Dio, mirante a far sì che il popolo stabilisca con lui la giusta relazione, quella che permette al popolo di godere della benevolenza divina, consiste anzitutto nell’ordinare l’eliminazione degli idoli, che devono essere messi al bando, fuori dalla propria vita. Per quanto preziosi possano apparire – si parla di argento e oro– essi non sono in grado di corrispondere alle attese di vita e di vita felice che abita nel cuore degli uomini. La seduttiva falsità degli idoli trova puntuale descrizione in un salmo (115, 3-7) in cui con efficacia si dichiara l’inganno idolatrico: «I loro idoli sono argento e oro, opera delle mani dell’uomo.  Hanno bocca e non parlano,hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono, hanno narici e non odorano. Le loro mani non palpano, i loro piedi non camminano; dalla loro gola non escono suoni!». Ci sono entità nella vita degli uomini che promettono senza mantenere, siano esse cose o persone. L’ammonimento che viene dalla lettura del profeta Isaia è di non lasciarsi distrarre da esse e tanto meno irretire. L’istruzione profetica – come si diceva – è quella del maestro.Non dunque quella del padrone che priva di libertà i suoi schiavi, ma quella di colui che, volendo evitare il male ai discepoli, li mette in guardia dai pericoli. Lo scopo è che essi godano della vita, e di una vita abbondante di bene, quale quella che solo il Signore può assicurare. Ecco allora il volgere gli occhi verso la vita che viene da Dio e che il profeta rappresenta con immagini di beni vitali per l’uomo; pioggia che irrora i terreni seminati, pane«abbondante e sostanzioso», verdi prati per il bestiame, canali e torrenti d’acqua, luce degli astri di intensità superiore.

Affinché gli uomini si rivolgano a Dio, distogliendosi da beni effimeri che non mantengono ciò che promettono, è necessario un insegnamento, un maestro che li orienti. La giusta posizione dell’uomo, però, se non vuole sostituirsi a quella di Dio, è di stare dietro a Lui, cosicché i suoi occhi possano mirare al Signore. Questa posizione defilata è insuperabilmente assunta da Giovanni Battista, l’ultimo e il più grande dei profeti, che non a caso entra in scena nell’imminenza del Natale del Signore. La sua testimonianza è totalmente relativa a Cristo. Egli espressamente esclude di essere il Cristo, preoccupato che i suoi discepoli e la gente che in massa a lui accorreva per il Battesimo nell’acqua non si confondessero: «Non sono io il Cristo». Con una serie di paragoni poi, Giovanni attira l’attenzione su Gesù Cristo e la distoglie da sé. Cristo è lo sposo, lui l’amico dello sposo; Cristo viene dall’alto, è al di sopra di tutti, lui viene dalla terra, appartiene alla terra e parla secondo la terra; Cristo deve crescere, lui, Giovanni, diminuire.

In questa totale relatività a Cristo sta l’importanza e la credibilità del testimone. La relatività a Cristo è il criterio per valutare l’affidabilità di chi ci guida o si propone come guida verso di Lui. Tale criterio è affermato da Paolo nella seconda lettera ai Corinzi, da cui è tratta l’odierna epistola.Egli, eccellente testimone di Cristo alle genti, illustra la sua condotta di apostolo dicendo che «abbiamo rifiutato le dissimulazioni vergognose, senza comportarci con astuzia né falsificando la parola di Dio». Ancor più esplicitamente, egli continua affermando che «noi infatti non annunciamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore: quanto a noi siamo i vostri servitori a causa di Gesù».

Dal messaggio complessivo delle odierne letture bibliche possiamo trarre due preziose indicazioni per il cammino verso il Natale di Gesù. Il primo è l’ammonimento a distogliere il cuore da ciò che ci distrae, per mirare all’incontro con il Signore. Non si traduce questo criterio in scelte molto concrete circa il modo di vivere in questo ultimo scorcio d’Avvento e di trascorrere le festività? La seconda indicazione è di lasciarsi guidare da chi,senza alcun protagonismo, realmente può aiutarci a non disperderci e ad avvicinarci decisamente all’incontro con il Signore.

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