Natale del Signore – Giorno

Is 8,23b-9,6a; Sal 95(96); Eb 1,1-8a; Lc 2,1-14

     «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama»: con questo inno il vangelo di Luca, letto oggi dalla Chiesa ambrosiana, annuncia la nascita di Gesù, Cristo Signore. La migliore traduzione del testo originale inserisce molto opportunamente una virgola nella frase, una piccola virgola custode, però, di un grande significato. Senza la virgola: «pace agli uomini che egli ama», potrebbe essere inteso   come se la pace fosse riservata solo a coloro che Dio sceglie di amare.  Con la virgola invece: «pace agli uomini, che egli ama», lascia chiaramente intendere che il dono della pace è per tutti gli uomini, perché Dio li ama, tutti e ognuno.

Ma come si manifesta l’amore di Dio per tutti gli uomini? La nostra esperienza umana ci insegna che l’amore, se è tale, non può non esprimersi con le parole e i gesti. L’amore di un uomo e una donna, in modo speciale, se è vero aspira alla fecondità, a prendere carne: così dal loro amore nasce il figlio. Per manifestare agli uomini il suo amore Dio non ha scelto, e nemmeno poteva scegliere un modo che gli uomini non potessero comprendere. E così Dio, dopo che «molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio». Il Figlio generato dall’amore di Dio, quel Dio che è Amore fecondo, nasce ora tra gli uomini, come un bambino. Nella carne di un bambino la stessa irradiazione della gloria di Dio e l’impronta della sua sostanza prendono forma, una forma sensibile.

Gli uomini possono vedere, toccare il bambino Gesù, e toccandolo, sentire l’amore di Dio che si concede agli uomini: «Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio». Dio entra così nella storia degli uomini, come colui che – figlio bambino – domanda di essere accolto, curato, custodito.

L’immagine concreta ed eloquente di cosa s’intende per “prendersi cura” di lui è raccontata dai gesti di Maria, la madre di Gesù, madre di Dio: «Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia». Quel modo di accogliere nella propria vita e di prendersi cura di Dio fu solo di Maria. Nessun altro essere umano può essere la mamma di Gesù: di mamma, anche per Gesù, ce n’è una sola. Ma se il modo della madre è singolarmente unico, l’atteggiamento dell’accoglienza e la disposizione alla cura nei confronti del venire di Dio oggi ancora, può essere universale, di tutti e ciascuno.

Ma come Dio viene nella nostra vita? Dio ancora parla, opera, vive nella carne. L’ascolto delle Scritture, la celebrazione dei sacramenti, la relazione con il prossimo umano, sono i luoghi in cui il Figlio è sensibilmente presente e può essere incontrato. Questo venire nella nostra vita del Signore possono sperimentarlo, meglio di altri, coloro che sono nelle tenebre, quelli che brancolano nel buio della propria situazione personale, familiare, sociale.

Nella prima lettura del profeta Isaia, non a caso, la salvezza è annunciata al popolo che «camminava nelle tenebre». Di quel popolo si dice che «ha visto una grande luce», aggiungendo che su «coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse». Ci sono tenebre che diventano insostenibili perché vissute senza la luminosità di Dio nel cuore. I cristiani non sono assicurati contro le tenebre della vita. La loro salvezza è di non essere soli nel farvi fronte, nel poter contare sulla luce e sul calore divini, dati a coloro che, rinunciando alla loro autosufficienza, accettano di affidarsi, di fidarsi dunque del Signore Dio. Con umiltà essi si dispongono a incontrare il Signore in quel modo che lui ha scelto dopo aver concluso la sua vita terrena come uomo. Si prendono dunque cura di ascoltare la Parola, celebrare i sacramenti, amare il prossimo. A fronte di questa disponibilità concreta, praticata, l’amore di Dio trova nuovamente possibilità di illuminare il mondo degli uomini.

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