Natale del Signore – Vigilia

Gen 15,1-7; 1Sam 1,7c-17; Is 7,10-16; Gdc 13,2-9a; Eb 10,37-39; Mt 1,18-25

Con la liturgia vigiliare ha inizio la solenne celebrazione del Natale del Signore. L’intera proposta delle letture contempla quattro testi dell’Antico Testamento, tutti convergenti sul tema del figlio che nasce. Nelle letture antico testamentarie si adombra la figura del Figlio di Dio che, giunta la pienezza dei tempi, nascerà come uomo tra gli uomini.

La promessa di un figlio è all’inizio stesso della storia della salvezza. Il Signore promette, infatti, ad Abramo un erede nato da lui, benché l’età avanzata e la sterilità della moglie Sara sembrerebbero indurre la coppia a rassegnarsi a non avere un figlio proprio, accontentandosi di considerare come proprio, secondo le usanze del tempo, il figlio di una domestica. Non solo il Signore promette un figlio ad Abramo, ma assicura che la discendenza di lui sarà tanto numerosa da non essere calcolabile, come non lo sono le stelle del cielo. Una simile vicenda di sterilità, resa feconda dal Signore, ritorna più volte nella storia della salvezza.

È quanto avviene nel caso di Anna ed Elkanà, suo marito, secondo il racconto del primo libro di Samuele. Per quanto fecondo sia già il loro amore – lo si intuisce dalla domanda di lui a lei: «Non sono forse io per te meglio di dieci figli?» – l’amarezza della sterilità affligge il cuore di lei, sino a gettarla in uno strato di prostrazione. Anna, però, non precipita da sola nella depressione, ma si tuffa nelle braccia del Signore, sfogando la sua pena nella preghiera. E il Signore raccoglie questa confidenza. Il figlio che nasce non viene considerato da Anna un suo possesso: ella, infatti, fa voto di offrirlo al Signore per tutti i giorni della sua vita. Anna diverrà così la madre di Samuele, una delle più grandi personalità d’Israele.

La promessa di un figlio, che sia addirittura l’Emmanuele, il Dio con noi, è annunciata al re Acaz mediante il profeta Isaia. Ed è la promessa di un segno della presenza di Dio nelle tribolate vicende del suo popolo, minacciato dai due re di Samaria e di Damasco. Il segno è offerto dal Signore nonostante il re Acaz non lo chieda, timoroso com’è di tentare il Signore. Nel segno del figlio che verrà concepito e partorito, la tradizione ebraica vedrà anzitutto il sopraggiungere del Messia, che la tradizione cristiana, poi, identificherà con la venuta di Gesù Cristo.

L’intervento gratuito del Signore che dona un figlio a una coppia sterile, insegnando come la storia della salvezza non conosca ostacoli impossibili per Dio, è raccontato anche nel libro dei Giudici, a riguardo del concepimento di Sansone, figlio di Manòach e sua moglie. Il Signore, che pure dona gratuitamente il figlio a questa coppia, la coinvolge nel suo disegno su di lui – «egli comincerà a salvare Israele dalle mani dei Filistei» – chiedendo alla donna l’osservanza di una vita sobria e devota e suscitando in entrambi i genitori il desiderio di operare nei confronti del nascituro ciò che il Signore intende disporre.

Ciò che più volte nel corso della storia d’Israele è stato annunciato mediante il segno di una nascita umanamente impossibile e la promessa della nascita del Messia, trova compimento con la generazione del Signore Gesù Cristo, di cui si racconta nel Vangelo secondo Matteo. «Così fu generato il Signore Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo». La straordinarietà della nascita di Gesù, tale per cui essa non rientra nelle pur miracolose nascite di un figlio da coppie sterili, è dovuta all’intervento diretto dello Spirito Santo, ovvero di Dio. Segnalando che la generazione di Gesù da Maria non è dovuta a un uomo – il racconto insiste, a proposito di Giuseppe, nel dire che egli non viveva ancora insieme a Maria, che pensava di ripudiarla in segreto, data la gravidanza di lei non dovuta a lui, che ella diede alla luce un figlio senza che egli la conoscesse – l’evangelista rimarca il fatto che la paternità di Gesù è divina. Per due volte nel corso della narrazione e del discorso diretto rivolto dall’angelo a Giuseppe in sogno, si dichiara che la gravidanza di Maria e il bambino generato in lei sono dovuti allo Spirito Santo. L’identità del figlio di Maria, data la paternità, è quella del Figlio di Dio, il quale, d’altra parte, vista la sua maternità umana, è pure figlio dell’uomo. La presenza della divinità nell’umanità di Gesù è segnalata dal nome che a lui viene attribuito, riferendogli la profezia di Isaia: «A lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi». Se nell’Emmanuele Dio si fa prossimo agli uomini, non è semplicemente per accompagnarsi a loro, ma per recare a loro salvezza da ogni forma di male. Tale è il significato del nome che, su ordine dell’angelo, viene a lui imposto da Giuseppe: «Tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Il significato del nome ebraico Gesù è infatti: “Dio salva”.

Il venire del Figlio di Dio tra gli uomini, uomo come loro, al fine di salvarli da ogni male, come ogni dono esige di essere accolto, non potendo imporsi a meno di divenire un’imposizione violenta invece che un’offerta gratuita. La disposizione accogliente rispetto al Signore che viene nella vita degli uomini è richiamata e perorata dal testo della lettera agli Ebrei, proposto come epistola. La disposizione è quella della fede, ovvero dell’affidamento confidente, che non si risolve in un momento di attenzione, ma persevera nell’attesa che l’amore del Signore penetri in profondità, affinché tutta la persona, corpo e anima, sia da esso salvata. Il venir meno della fede, l’indisposizione nei confronti del Signore, gli impedirebbe di operare la salvezza per la quale egli viene tra gli uomini, si fa prossimo alla loro vita. La disposizione di fede nei confronti del Signore Gesù Cristo è concretamente vissuta dai suoi genitori umani, che si propongono come modelli per ogni credente: Maria che concede al Signore tutta sé stessa, divenendogli madre; Giuseppe che prende con sé Maria come sposa e il figlio che in lei è concepito per opera dello Spirito Santo.

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