Ottava del Natale nella circoncisione del Signore

Nm 6,22-27; Sal 66 (67); Fil 2,5-11; Lc 2,18-21

L’evocazione dei fatti relativi alla nascita di Gesù considera, nel testo evangelico odierno tratto dal testo di Luca, la circoncisione e il conferimento del nome, Gesù appunto. La circoncisione, l’incisione intorno all’organo genitale maschile, era il segno che dai tempi di Abramo gli Israeliti portavano nella carne, a memoria dell’alleanza voluta da Dio con il popolo, un’alleanza che scorreva di generazione in generazione. Il conferimento del nome di Gesù qualifica l’alleanza manifestando in che modo Dio è alleato. Il significato del nome Gesù – Dio salva – annuncia che l’alleanza di Dio è per la salvezza degli uomini. In Gesù, Dio è il salvatore dell’uomo.

Ma in che modo si realizza questa alleanza salvifica? L’epistola, presentando lo stupendo inno della lettera ai Filippesi (2,5-11), canta il mistero dell’incarnazione, morte e resurrezione di Gesù Cristo, attraverso il quale Dio ha salvato gli uomini dalla loro condizione mortale. La presentazione del mistero di Cristo è fatta nella forma dell’abbassamento dalla condizione divina a quella umana e, quindi, dall’innalzamento dall’umana alla divina. Ciò che stupisce di questo mistero non è tanto che l’uomo venga innalzato alla condizione divina – non può l’onnipotenza di Dio realizzare ogni cosa? – ma che l’innalzamento dell’uomo sia ottenuto tramite l’abbassamento del Figlio di Dio, Dio egli stesso, e il suo abbassamento sin nell’abisso della morte. Ma proprio in questo svuotarsi del Figlio per riversarsi nell’umanità perduta traluce il mistero di Dio, il quale è per essenza dono di sé all’altro, del Padre al Figlio e del Figlio al Padre, flusso d’amore, Spirito, dell’Uno per l’Altro.

Dio salva l’uomo precipitando nella sua carne mortale, svuotandosi di ogni potenza per mettersi alla pari. Si accompagna all’uomo scendendo dal cielo, piuttosto che – come forse preferiremmo – restando in cielo per governare con potenza la terra. Dio non pretende che l’uomo si arrampichi sino al cielo da solo, per salvarsi, ma lo raccoglie in fondo all’abisso in cui può venirsi a trovare. La discesa di Dio non è però un decadimento, la rinuncia ad essere Dio, ma è finalizzata a rendere partecipe l’uomo della condizione divina. Nell’umanità di Gesù, nel prendere carne del Figlio di Dio, noi vediamo risplendere il volto di Dio e riceviamo così la grazia di percepire la presenza di Dio che accompagna i nostri giorni.

È quanto esprime la prima di lettura, tratta dal libro dei Numeri, nella forma della benedizione che il Signore affida ai sacerdoti di Israele, per tramite di Mosé. La benedizione invoca il risplendere del volto del Signore per Israele, ovvero il suo manifestarsi al popolo e il suo manifestarsi benigno, che «faccia grazia» al popolo. Non si tratta, infatti, di un risplendere che suscita ammirazione e terrore. Il testo delle benedizioni chiede che «il Signore faccia risplendere per te [Israele] il suo volto e ti conceda pace». La grazia del Signore, posta sul popolo, si traduce nella convivenza pacifica. Secondo il ricco significato del termine ebraico «shalom», che noi traduciamo con «pace», essa è ben più che l’assenza di conflitti aperti. Essa è pienezza di vita, completezza, perfezione, condizione di vita in cui a nessuno manca niente. Commentando la benedizione, il Signore aggiunge che con essa i sacerdoti, Aronne e i suoi figli, «porranno il mio nome sugli Israeliti». Imporre il nome è, soprattutto nella cultura biblica, ben più che etichettare un prodotto, è assegnare un’identità, definire la fisionomia propria di una persona. In questa logica, se il Signore pone il suo nome sul popolo, quest’ultimo viene definito in relazione al Signore. La vita stessa di Dio viene versata nella vita degli uomini che gli si affidano, cosicché essi vivano della vita di Dio, in alleanza con Lui. Con questa benedizione i cristiani salutano il nuovo anno civile. Il cambio di numero nell’indicare il tempo che passa, invita a guardare a un nuovo tempo di vita. Questo sguardo sull’orizzonte dell’anno nuovo suscita inevitabilmente desideri e speranze, preoccupazioni e timori, attese e ansie, letizie e tristezze, per i cristiani come per ogni altro uomo che vive nel tempo. Come andare incontro a questo nuovo tempo? L’atteggiamento migliore traspare dalla figura di Maria, la quale – si fa osservare – «da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore». La memoria continuamente ravvivata dalla benedizione di Dio per il suo popolo, dall’assicurazione della sua benevolente presenza nella storia degli uomini, in ogni tempo della loro vita, è motivo per non incupirci delle preoccupazioni e per rasserenarci nella speranza dell’anno di grazia che ancora ci è dato.

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