Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe

Sir 44, 23-45,1a.2-5; Sal 111; Ef 5, 33-6,4; Mt 2,19-23

Nella tradizione familiare del popolo d’Israele, di tipo patriarcale, la figura del padre è in posizione preminente nella famiglia. Se si vuole raccontare la storia di una famiglia si segue la storia che, di padre in figlio, scorre lungo gli anni. Rispetto alla nostra attuale cultura, questa centralità della figura paterna risulta per un verso eccessiva e per un altro verso inattuale. Eccessiva perché assegna al padre un’importanza che sembra andare a discapito di moglie e figli; inattuale perché oggi la figura paterna sembra essere meno centrale a fronte dell’emergere della figura della donna e del rilievo assunto dai figli.

Senza negare che in altre culture, come quella d’Israele riportata nella Bibbia, ma anche in altri tempi della nostra cultura, il padre abbia eccessivamente oppresso con la sua autorità mogli e figli, possiamo tuttavia cogliere un significato diverso nella maggior attenzione al padre di pagine bibliche come quella odierna relativa alla santa famiglia. Peraltro, non si può certo dire che nella sacra famiglia Giuseppe sia in primo piano a scapito di Gesù e di Maria. Se anzi, dovessimo classificare l’importanza dei tre, allora senz’altro dovremmo far uso della sequenza con cui essi compaiono nel titolo della festività odierna che recita: «Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe»; prima dunque Gesù, quindi Maria e solo ultimo Giuseppe.

Nella pagina evangelica odierna, ad ogni modo, il protagonista è Giuseppe, il capofamiglia. Il significato del suo protagonismo è quello di riassumere in sé la vita di tutta la famiglia. Nominando lui non si esclude e, anzi, si include anche la consorte e il figlio. Si nomina un componente della famiglia, colui che peraltro in molte culture dà il cognome e dunque l’identità sociale ai familiari, per indicare l’intera famiglia. Una parte viene assunta per indicare il tutto. Che cosa spicca della figura di Giuseppe? Che cosa distingue la vita di questo padre di famiglia alle prese con una situazione tutt’altro che semplice? Giuseppe si trova, infatti, con Maria e il piccolo Gesù in Egitto; essi sono emigrati in fuga dal paese d’origine, Israele, perché lì cercano di uccidere il bambino. Giuseppe non vive certo una condizione agevole e si tratta di decidere se prolungare l’esilio o tornare in patria. A riguardo di questa scelta, così concreta e così decisiva per il destino della famiglia, Giuseppe non fa di testa sua, ma segue le indicazioni divine. Nel testo si parla di sogni, nei quali il Signore stesso lo consiglia sul da farsi. Difficile dire come, realmente, il Signore abbia indotto Giuseppe prima a tornare in Israele e poi ad abitare a Nazareth, in Galilea, piuttosto che in Giudea, a Betlemme, di dove era originario. Il testo evangelico, mediante la modalità del sogno, vuole però certamente comunicare che Giuseppe organizza la vita di famiglia in sintonia con la volontà di Dio. Egli obbedisce senza discutere, prontamente e silenziosamente, comportandosi nei confronti di Dio come ogni padre o madre vorrebbero che si comportassero i propri figli, obbedendo senza tante storie e ritardi. Giuseppe è un autentico genitore perché si mantiene, rispetto a Dio, nella condizione di figlio. La figliolanza accettata e vissuta rispetto al Padre che è nei cieli gli consente di vivere al meglio la sua paternità sulla terra.

L’obbedienza pronta e costante nei confronti del Padre celeste, Dio, è la condizione affinché non solo il padre, ma anche la madre e i figli intrattengano gli uni con gli altri relazioni di autentico bene, senza farla da padroni e senza finire schiavi. L’epistola odierna, tratta dalla lettera agli Efesini prospetta a ciascuno, in famiglia, la disposizione migliore, e migliore perché amorevole, nei confronti degli altri. Si tratta di una delle cosiddette «tavole domestiche», di quei testi cioè in cui si insegna come la vita di famiglia debba strutturarsi se vuole corrispondere al disegno di Dio, alla sua volontà di bene. Il cuore pulsante dell’amore familiare dipende dalla relazione tra marito e moglie. A loro è chiesto di non ragionare più nei termini di «io» e «tu», ma di «noi». Ai mariti è chiesto di amare la propria moglie come se stessi, non nel senso di un doppio, ma nel senso di colei senza la quale, ora, neanche lui può essere pienamente se stesso. Chiedendo poi che la moglie «sia rispettosa verso il marito» si allude, in altro modo, alla stessa logica: il rispetto dell’altro è al meglio quando l’altro è riconosciuto come essenziale per la propria vita. L’amore familiare, pulsante tra marito e moglie, è destinato ad irradiarsi, soprattutto nei confronti dei figli. Rispetto a questi ultimi, ai padri e alle madri è chiesto di non esasperarli, ma di farli crescere «nella disciplina e negli insegnamenti del Signore». Non dunque troppe richieste debbono essere rivolte ai figli, ma non meno della richiesta di imparare a vivere uno stile amoroso che sia quello di Gesù. I figli, peraltro, non sono considerati solo oggetto dell’amore dei genitori, ma anche a loro è chiesto di essere soggetti attivi, che dunque entrino nella dinamica dell’amore familiare. E la forma più giusta di corrispondere all’amore dei genitori, nella misura in cui esso miri ad avere i tratti dell’amore di Cristo, è quella espressa nel comandamento: «Onora tuo padre e tua madre!». I genitori sono l’anello più immediato nella catena della generazione, quello che ricorda ad ogni figlio che gli uomini non si danno e non si sono dati la vita da soli, ma sempre la ricevono da altri, da Dio.

All’amore riservato ai genitori è associata la promessa di felicità e di lunga vita. La benedizione di questa promessa si estende a tutti i legami familiari vissuti secondo il disegno di Dio, il quale dai tempi in cui ha stabilito la sua alleanza con gli uomini, assicura la sua benevolenza facendola scorrere nella vita di famiglia, nella misura in cui, chi vi è inserito, lo lascia agire.

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