IV domenica dopo l’Epifania

Gs 3,14-17; Sal 113A (114); Ef 2,1-7; Mc 6,45-56

Il tempo liturgico che segue l’Epifania del Signore, la manifestazione cioè di Gesù Cristo come Messia e Figlio di Dio, propone di domenica letture che insistono su tale mistero, nelle quali si raccontano segni compiuti da Gesù che rimandano alla sua divinità.

La potenza divina che si manifesta in Gesù può essere oggi colta sullo sfondo della potenza che Dio aveva già manifestato lungo la storia della salvezza precedente la venuta di Cristo, nei riguardi del popolo d’Israele. L’odierno testo della prima lettura, tratto dal libro di Giosuè, evoca un episodio tra i più significativi della storia d’Israele, e precisamente il racconto dell’attraversamento del fiume Giordano con cui il popolo fa ingresso nella terra promessa, dopo il lungo peregrinare nel deserto seguito alla fuoriuscita dall’Egitto. La descrizione dei fatti, al di là di una precisione storica che non possiamo pretendere di acquisire, trasmette un evidente messaggio, quello del riproporsi dell’intervento potente di Dio già sperimentato dal popolo d’Israele al mar Rosso. Come là le acque del mare si divisero divenendo per il popolo che vi passava in mezzo, all’asciutto, «un muro a destra e a sinistra» (Es 14, 22), così al Giordano «le acque che scorrevano da monte si fermarono e si levarono come un solo argine», e «le acque che scorrevano verso il mare […] si staccarono completamente». Come là il popolo attraversò il mare uscendo dall’Egitto, così ora il popolo attraversa il fiume entrando nella terra promessa. Ma ciò che avvenne ai tempi dell’esodo e ciò che avviene ai tempi dell’insediamento in Palestina è solo l’effetto di una presenza che sovrasta gli eventi e signoreggia le stesse forze della natura. È la presenza stessa del Signore, indicata dal racconto di Esodo dalla «colonna di fuoco e di nube» (Es 14, 24) che guida il popolo, e nel racconto del libro di Giosuè, dall’«arca dell’alleanza» portata dai sacerdoti. Essa resta nel mezzo del fiume, mentre tutto il popolo lo attraversa all’asciutto e finché tutta la gente non sia giunta sull’altra riva. I passaggi decisivi della vita del popolo d’Israele, altrimenti impossibili, sono propiziati, condotti ed effettuati dal Signore, che cammina in mezzo al suo popolo. Il passaggio dalla schiavitù d’Egitto alla libertà della terra promessa è operato, dall’inizio alla fine, dalla potente presenza del Signore.

È sullo sfondo della presenza operante del Signore che il racconto evangelico di Marco acquisisce tutto il suo significato, rivelando Gesù come Colui in cui si manifesta ed opera la potenza stessa di Dio. Anche in questo caso si tratta di un attraversamento, quello del lago di Tiberiade o mare di Galilea. I discepoli sono in difficoltà per via delle condizioni metereologiche e faticano nel condurre la barca su cui Gesù li aveva costretti a salire per precederlo sull’altra riva, mentre egli avrebbe finito di congedare la folla. È allora che Gesù, inspiegabilmente per gli occhi increduli dei discepoli, di cui si fa notare che avevano il cuore indurito, «camminando sul mare» li raggiunge con l’intento di oltrepassarli. Di fronte a questa sovrastante signoria sulle forze della natura, confermata dal fatto che, non appena Gesù sale sulla barca, il vento contrario che impediva di navigare cessa, la reazione dei discepoli, oltre che d’incredulità, è di paura. Lo si deduce chiaramente dalle parole che Gesù rivolge loro per rassicurarli: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Al di là dell’esatta ricostruzione dei fatti, anche in questo caso impossibile, il messaggio che l’evangelista intende offrire come la verità in cui credere è che in Gesù è all’opera Dio e che da lui dipende la salvezza degli uomini nelle difficoltà della vita. È Gesù che consente di attraversare le vicende della propria storia senza soccombere, giungendo alla sicura salvezza. Questo potere di Gesù di operare la salvezza degli uomini è dovuta al suo intimo legame con Dio, con il quale è una cosa sola. La grande intimità che lo stringe al Padre è segnalata nel testo evangelico quando riferisce di Gesù che, dopo aver congedato la folla, «andò sul monte a pregare» Questi momenti, altrove attestati nei vangeli, trapuntano l’attività quotidiana di Gesù, ne sono la fonte e la foce, da cui tutto è ricevuto, a cui tutto è affidato. La salvezza operata da Gesù è pure evidenziata nel testo evangelico, che si apre e si chiude sulla scena della folla che “assedia” Gesù, inseguendolo in ogni dove, soprattutto portandogli i malati, affinché anche solo li tocchi. «E quanti lo toccavano – osserva l’evangelista – venivano salvati». La comunione del Figlio Gesù con Dio Padre fa si che il contatto con lui permetta agli uomini di ricevere la stessa vita divina, rispetto alla quale nessun male può resistere. Il passaggio dal male che mortifica all’esistenza vivificata dalla potenza di Dio è a tema nell’epistola tratta dalla lettera agli Efesini. La condizione umana si estende tra questi due poli: il peccato e la grazia. Il peccato personale, frutto della libertà di cui ciascun uomo è dotato, s’inscrive entro un quadro che ne favorisce l’insorgere. Si tratta di un quadro in cui è all’opera una triplice potenza maligna: il «principe delle Potenze dell’aria», il modo di vivere del «mondo», le «passioni carnali» o «voglie della carne» insieme ai «pensieri cattivi». La tradizione cristiana ha riformulato questa triplice potenza maligna nella triade: demonio, mondo, concupiscenza (carne). L’uomo è indotto al peccato dalla potenza spirituale del maligno, dalle circostanze mondane in cui vive, dai suoi squilibri psico-fisici. Rispetto a questa condizione, che riguarda ogni uomo e donna vissuti e viventi, oggi e in futuro, e alla quale sembrerebbe dover corrispondere l’ira di Dio, corrisponde, invece, la sua misericordia. «Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo». Quel passaggio dalla schiavitù d’Egitto alla terra promessa, evocato nella prima lettura, quel passaggio dalla malattia alla salute raccontato nel vangelo, si realizza, nella vita dei cristiani di ogni generazione, come passaggio dalla schiavitù mortificante del peccato alla vita risorta della grazia. In questo passaggio, impossibile agli uomini ma possibile a Dio, si può cogliere la «straordinaria ricchezza della sua grazia”. L’uomo vivente – secondo l’espressione di S. Ireneo di Lione – è la gloria di Dio. Nell’uomo che vive della grazia, ovvero dell’accoglienza della vita di Dio, si manifesta tutta la potenza divina. Il passaggio, pur lento e faticoso come il cammino d’Israele nel deserto, durato quarant’anni, è il segno eccellente della presenza di Dio nella vita degli uomini.

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