V domenica dopo Epifania

Ez 37,21-26; Sal 32(33); Rm 10,9-13; Mt 8,5-13

Continua nel tempo dopo l’Epifania l’attenzione nei confronti di Gesù in quanto Signore, manifestazione piena di Dio.

Lo sfondo su cui cogliere lo stagliarsi della sua figura è fornito dalla prima lettura, un testo profetico di Ezechiele che prospetta la nuova alleanza del Signore con il popolo d’Israele. La vicenda storica del popolo, ai tempi di Ezechiele, era pesantemente segnata dall’esilio in cui erano finiti sia gli appartenenti al regno del nord, nell’VIII secolo a.C., sia i membri del regno del sud, nel VI secolo a.C. Nel 721 a.C. l’Assiria occupa la Samaria e deporta gli abitanti. Nel 597 e poi nel 587 il regno di Babilonia assedia Gerusalemme, distruggendo la città e il tempio e deportando i residenti. È nel momento della distruzione totale, della fine di tutto, che la fede d’Israele viene ridestata, affinché il popolo creda che tutto abbia nuovo inizio. Il risveglio e rinnovamento della fede è reso possibile dall’iniziativa del Signore, che dichiara di fare con gli esiliati dei due popoli, del nord e del sud d’Israele, «un’alleanza di pace». Questa alleanza sarà di pace in duplice senso. Anzitutto segnerà la pace tra gli Israeliti e il Signore, infranta dalla trasgressione dell’antica alleanza, cui hanno fatto seguito gli esili e il conseguente stato di schiavitù come quello in Egitto, da cui il Signore li aveva liberati. Inoltre, l’alleanza di pace comporterà l’unificazione dei due popoli in cui Israele si era diviso, ricostituendo l’unico popolo di Dio. L’alleanza di pace che il Signore intende stabilire con il popolo, contemplando la liberazione «da tutte le ribellioni con cui hanno peccato», la purificazione da ogni contaminazione «con i loro idoli, con i loro abomini e con tutte le loro iniquità», risulterà essere «un’alleanza eterna». Eterna perché anche la trasgressione da parte degli uomini verrà rimediata dal perdono del Signore. L’alleanza di pace ed eterna avviene, secondo la profezia di Ezechiele, sotto «un solo re», la cui figura viene indicata evocando il re per eccellenza di Israele, Davide, dal quale prende avvio la dinastia regale e la cui discendenza contempla anche Gesù. Ed è proprio su questo sfondo davidico che la figura di Gesù si presenta come quella di colui che dà compimento alla promessa dell’alleanza nuova.

Il vangelo odierno, secondo Matteo, mediante un episodio di guarigione rivela Gesù come colui in cui si realizza l’alleanza nuova, la quale ha un’estensione universale, oltre quindi la riunificazione del solo popolo d’Israele. È in Gesù che si realizza l’alleanza di Dio con gli uomini perché è la fede in lui, il totale affidamento alla sua persona che permette agli uomini di entrare in contatto vivo con Dio. Il racconto evangelico evidenzia questo elemento delineando la fiducia totale che un centurione nutre circa la capacità di Gesù di guarire il suo servo, paralizzato a letto e in preda a terribili sofferenze. La fiducia del centurione risalta in tutta la sua intensità – Gesù la riconoscerà di lì a poco come fede grande, quale non si trova in tutto Israele – quando, a fronte dell’intento dichiarato di Gesù di recarsi presso la casa del centurione per guarire il suo servo, egli risponde dichiarando che basta una sola parola di Gesù per compiere la guarigione. Il dispensare Gesù dalla visita a domicilio non è, in verità, dettato dalla sola preoccupazione di non disturbarlo troppo; il centurione avverte di non essere all’altezza di ricevere Gesù: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto…». Affinché la fede sia grande non si richiede la perfezione religiosa e morale: ciò che è essenziale è l’umile riconoscimento della propria debolezza. Quando ciò avviene, al Signore è possibile operare, anche i miracoli, che altrimenti sarebbero impediti dall’incredulità: «Gesù disse al centurione: “Va, avvenga per te come hai creduto”. In quell’istante il suo servo fu guarito”». La sola condizione della fede, quella dell’umiltà di chi concede al Signore di operare nella sua vita, spiega perché possa essere universalmente vissuta e, anzi, trovi persone, come il centurione del racconto evangelico, che pur non appartenendo al popolo eletto di Dio sono meglio disposte di persone membra di tale popolo. I confini tra i credenti e i non credenti non coincidono con quelli immediatamente visibili dell’appartenenza o meno alla istituzione religiosa, ma attraversano invisibilmente l’umanità a seconda del cuore degli uomini. La visibilità dell’autentica appartenenza al Signore è, per ora, solo occasionale, come la fede del centurione che viene riconosciuta solo in circostanza eccezionale della malattia del servo. La sua piena manifestazione è riservata al futuro della pienezza del regno dei cieli, allorquando «molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe […] mentre i figli del regno saranno cacciati fuori, nelle tenebre, dove sarà pianto e stridore di denti».

La possibilità universale della fede, che non comporta nessuna precondizione sociale, morale, religiosa, viene chiaramente affermata anche nell’epistola, in cui Paolo, rivolgendosi ai Romani proprio a riguardo della fede, dichiara che «non c’è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano. Infatti: “Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato”». L’apostolo propone, inoltre, un’analisi dell’atto di fede riferendosi ripetutamente al cuore e alla bocca: «Se con la tua bocca proclamerai: “Gesù è il Signore!”, e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo». A questa descrizione dell’atto di fede che dall’esterno della voce scende nell’intimità dell’uomo, segue una descrizione che va in senso inverso, dall’interiorità all’esterno: «Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia, e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza».  La fede coinvolge totalmente l’uomo, nella sua profondità e nelle sue espressioni. Senza profondità, senza cuore, la fede scadrebbe nel formalismo; senza espressione, senza proclamazione della bocca, la fede si ridurrebbe a intimismo. L’espressione della fede, poi, non va intesa come mera verbalità, ma dichiarazione che impegna la vita, come chi dà la sua parola promettendo di mantenerla in ogni circostanza dell’esistenza. Una fede che coinvolge integralmente l’uomo, ogni uomo, al di là di tutte le differenze che possono distinguere gli esseri umani, permette di sperimentare l’affidabilità di Cristo: «Chiunque crede in lui – testimonia Paolo – non sarà deluso».

error: Contenuto coperto da copyright