VI Domenica dopo l’Epifania

Is 56, 1-8; Sal 66 (67); Rm 7,14-25a; Lc 17, 11-19

Nelle domeniche che seguono la solenne celebrazione dell’Epifania, la Chiesa contempla e celebra il mistero della salvezza universale che Cristo ha offerto agli uomini.

L’universalità della salvezza è annunciata già nell’Antico Testamento dai profeti, ad esempio nel libro del profeta Isaia, da cui oggi è tratta la prima lettura. La profezia si apre con la dichiarazione del Signore sull’avvento della salvezza e la rivelazione della sua giustizia, nonché sulla felicità di coloro che ad essa corrisponderanno, intrattenendo un contatto vivo con il Signore – tale è il senso dell’osservare il sabato senza profanarlo –, e un buon rapporto con il prossimo – tale è il senso del preservare la mano da ogni male –. La dichiarazione del Signore non si restringe, come ci si potrebbe aspettare, ai soli membri del popolo d’Israele, ma si allarga subito a comprendere coloro che sembrerebbero esclusi dall’alleanza di Dio con il popolo eletto. Un primo gruppo di presunti esclusi sarebbero gli eunuchi, coloro che sono sterili e quindi incapaci di generare dei figli. Poiché l’alleanza stabilita dal Signore con Abramo prevedeva di rendere la sua discendenza «molto numerosa», «come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare», il fatto di essere sterili poteva essere inteso – e di fatto lo era – come una sorta di maledizione, che impediva di godere della benedizione dei figli, segno dell’alleanza con Dio. Un secondo gruppo di presunti esclusi sarebbe quello degli stranieri, in quanto non appartenenti al popolo dell’Alleanza. Ma l’esclusione degli eunuchi e degli stranieri è solo presunta. Nei confronti degli uni e degli altri, infatti, il Signore non manca di riferire la sua promessa di salvezza. Agli eunuchi, il Signore promette «un monumento e un nome più prezioso che figli e figlie»; agli stranieri, di condurli sul suo monte santo e di colmarli di gioia. Una sola condizione è chiesta a eunuchi e stranieri, così come ad ogni altro uomo o donna, di qualsiasi condizione sociale o stato di vita: la condizione di restare fermi nell’alleanza con il Signore, la stessa condizione richiesta ai membri del popolo d’Israele.

L’estensione universale della salvezza si manifesta anche e anzi, compiutamente, nelle opere di Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo. L’odierno brano di vangelo, secondo Luca, racconta di un gruppo di lebbrosi che viene guarito da Gesù. La guarigione della lebbra è un beneficio che riguarda l’uomo nella sua integralità, non solo personale, ma anche interpersonale. La lebbra, infatti, impediva la vita religiosa e la vita sociale. A causa di quella che era ritenuta una condizione di impurità, il lebbroso era escluso dal culto; il pericolo del contagio, inoltre, allontanava il lebbroso da ogni contatto umano. Questa condizione di distanza è evidenziata nell’episodio evangelico dal comportamento dei dieci lebbrosi che, pur andando incontro a Gesù, «si fermarono a distanza e dissero ad alta voce» la loro richiesta di pietà. La corrispondenza del Signore Gesù all’invocazione di salvezza da parte dei lebbrosi è pressoché immediata. Ancor prima che essi giungessero dai sacerdoti, ai quali competeva il giudizio di guarigione, lungo la strada «furono purificati». La salvezza è offerta da Gesù senza alcuna condizione che non sia quella di affidarsi a lui. L’affidamento al Signore Gesù da parte dei dieci lebbrosi risulta tuttavia diverso. Solo uno di loro, infatti, «vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo». Mentre l’affidamento degli altri nove sembra essere occasionale e temporaneo, limitato cioè al bisogno di essere guariti, quello del decimo si prolunga e si approfondisce, superando il livello del bisogno e giungendo a quello della gratuità. Il Signore Gesù viene ora riconosciuto non in quanto rende un beneficio, ma per se stesso. Prostrandosi davanti a lui, il lebbroso guarito non otterrà qualcosa d’altro rispetto agli altri nove, nondimeno la sua relazione con il Signore Gesù acquisirà la qualità della relazione di fede, per la quale non solo si comunica qualcosa di sé e si ottiene qualcosa per sé, ma si entra in comunione personale. Dagli effetti della salvezza comunque transitori, quale può essere la guarigione da una malattia, si passa allora a godere della relazione con il Salvatore, dal quale proviene ogni salvezza. Ciò che il racconto evangelico sottolinea è che la fede in Gesù, oltre che essere di un solo lebbroso, è di un lebbroso che non appartiene al popolo d’Israele. L’evangelista precisa che «era un Samaritano» e riporta l’osservazione stessa di Gesù circa il fatto che «non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero». La salvezza offerta da Gesù e derivante dalla fede in lui ha estensione universale e, stando all’insegnamento più volte ribadito dallo stesso Gesù, trova in chi non ha alcuna prerogativa o merito migliore corrispondenza. La salvezza non è guadagnata dall’uomo, ma è accolta. Da se stesso l’uomo non è in grado di fuoriuscire dall’incapacità di fare il bene, dalla prigione del male. Non che l’uomo non voglia fare il bene, ma a fronte del volere il bene egli si ritrova a fare il male.

Questa impossibilità di salvarsi da se stessi viene descritta con mirabile lucidità da Paolo, nel brano della lettera ai Romani proposto oggi come epistola. La lacerazione interiore dell’uomo viene sperimentata da Paolo nei seguenti termini: «in me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti, io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio». Di questo dissidio, l’apostolo non viene a capo e dichiara la sua incapacità di comprendere se stesso: «Non riesco a capire ciò che faccio: infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto». Il dissidio è talmente netto ed evidente che è come se l’uomo trovasse in se stesso un altro che lo contrastasse nella sua aspirazione al bene: «Se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me». Quanto meno Paolo avverte in se stesso l’imperioso comando di due opposte leggi: «Nel mio intimo acconsento alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che combatte contro la legge della mia ragione e mi rende schiavo della legge del peccato». La liberazione da questa lacerazione intima non avviene perché l’uomo riesce a vincere in se stesso il peccato, ma perché un altro, il Signore, lo libera: all’uomo è chiesto di affidare il proprio dissidio intimo, la propria incoerenza insuperabile a Colui che solo può salvarlo.

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