Penultima domenica dopo l’Epifania

detta «della divina clemenza»

Dn 9,15-19; Sal 106 (107); 1Tm 1,12-17; Mc 2,13-17

Con l’approssimarsi della Quaresima, la liturgia della Chiesa Ambrosiana assume i toni della misericordia di Dio che perdona gli uomini. Questa penultima domenica prima dell’inizio del tempo quaresimale, o se si vuole più correttamente, questa penultima domenica dopo l’Epifania si presenta col titolo «della divina clemenza». Le tre letture della odierna liturgia della Parola illustrano per gradi la qualità della clemenza divina.

Nella prima lettura, tratta dal libro del profeta Daniele, la clemenza divina, secondo il significato più umano del termine clemenza, è presentata come il rinunciare, da parte di Dio, a castigare il popolo d’Israele per le sue iniquità e i suoi peccati. Il popolo meriterebbe di essere castigato tanto più se si considera – come il popolo stesso non manca di riconoscere – che il Signore Dio lo aveva fatto uscire dall’Egitto «con mano forte», sottraendolo alla schiavitù del faraone per condurlo, in libertà, alla terra promessa. A quale titolo ora il popolo osa implorare clemenza? Come può cioè invocare il Signore perché plachi la sua ira e il suo sdegno verso Gerusalemme? Il popolo è ben consapevole che non è per il suo comportamento. Ripetuta è la dichiarazione di colpevolezza: «Abbiamo agito da empi. […] per i nostri peccati e per l’iniquità dei nostri padri Gerusalemme e il suo popolo sono oggetto di vituperio presso tutti i nostri vicini». Insistente è pure l’ammissione della propria ingiustizia: «Noi presentiamo le nostre suppliche davanti a te, confidando non sulla nostra giustizia…». Consapevole della propria iniquità e ingiustizia il popolo osa invocare la clemenza divina, chiedere cioè a Dio di evitare ogni ulteriore castigo, poiché le conseguenze del male compiuto già costituiscono un castigo: «O Signore, fa’ risplendere il tuo volto sopra il tuo santuario, che è devastato. Porgi l’orecchio, mio Dio, e ascolta: apri gli occhi e guarda le nostre distruzioni e la città sulla quale è stato invocato il tuo nome!». La scena evocata è quella desolante della distruzione del tempio e della città di Gerusalemme compiuta nel 587 a.C. dall’esercito babilonese con conseguente deportazione del popolo a Babilonia. Ma l’appello alla pietà del Signore Dio per le disgrazie attuali del popolo è solo un trampolino per prospettare la ragione vincente per chiedere clemenza, ovvero la giustizia di Dio: «Signore, secondo la tua giustizia, si plachi la tua ira e il tuo sdegno». Per quanto ingiusto sia il popolo e meritevole di castigo, la giustizia divina non dipende dai suoi comportamenti, ma dalla natura amorevole di Dio: «Signore, guarda e agisci senza indugio, per amore di te stesso». Guardando a Dio il popolo intravvede che la giustizia divina supera la misura umana e sconfina in una «grande misericordia». Per questo motivo osa invocare clemenza, e ancor più perdono: «Signore, ascolta! Signore, perdona!».

Ciò che il popolo intravvede nel cuore di Dio e spera di poter ricevere, diviene manifesto ed è effettivamente sperimentabile in Gesù, il rivelatore del Padre. Nel testo evangelico, secondo lo stile tipico dei Vangeli che annunciano raccontando, l’incontro di Gesù con Levi, comunemente noto come Matteo, rivela la misericordia di Dio. Matteo, dal tavolo della finanza che allora, come oggi, non brillava per giustizia e trasparenza, viene chiamato da Gesù non semplicemente a cambiare stile di vita in ambito professionale – e già non sarebbe poco – ma a entrare nel gruppo dei discepoli più intimi, seguendolo nella sua missione di annuncio del Vangelo. L’intimità di vita e missione offerta da Gesù a Matteo balza ancor più all’occhio se solo si prosegue nella narrazione evangelica, giungendo a casa di Levi, dove con lui «anche molti pubblicani e peccatori erano a tavola con Gesù e i suoi discepoli». Mangiare e bere insieme è più che nutrirsi: è entrare in stretto rapporto, condividere un’amicizia. Lo sottolineano, scandalizzandosi, gli scribi dei farisei, che non riescono a capacitarsi di come giustizia e ingiustizia possano venire a contatto, santità divina e peccato umano possano accostarsi. Non dovrebbe il giusto prendere e tenersi a distanza dall’empio? Non dovrebbe chi fa il bene evitare ogni contatto con gli operatori di iniquità? La risposta di Gesù alle critiche degli scribi dei farisei va in altra direzione: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori». La chiamata di Levi–Matteo al suo seguito, illuminata da queste parole insegna ciò che difficilmente gli uomini potevano aspettarsi da Dio: che, cioè, Egli non solo trattiene la sua ira, non solo perdona i peccatori, ma li ricerca; di loro, specialmente, è interessato.

Di questo “innamoramento” di Dio per chi vive contro il suo amore è un esempio fulgido la misericordia nei confronti di Saulo, «un bestemmiatore, un persecutore e un violento», lontano dalla fede, sul quale «la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù». In Saulo la grazia sovrabbonda al punto di trasformarlo in Paolo, l’apostolo delle genti, il cantore insuperabile della misericordia gratuita di Dio verso i peccatori. Le sue parole aprono i nostri cuori al perdono anche se abbiamo l’impressione, per noi o per qualcun altro, che nessun perdono possa venire da Dio: «Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna».

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