2. L’amore non manca di rispetto

Essendo relazione con l’altro, l’amore non si accontenta di non gonfiarsi al punto da non vedere che se stesso, ma presta attenzione all’altro. La prima e fondamentale attenzione all’altro è il rispetto della sua persona. Rispettare l’altro – secondo il significato letterale del verbo – vuol dire volgersi indietro per guardarlo, accorgersi della sua dignità di persona; il contrario dunque del girargli le spalle ignorandolo. Il rispetto amoroso dell’altro non compie azioni vergognose, che ledono il suo corpo, non si comporta in modo sconveniente alla sua identità, sia essa femminile o maschile. All’amore rispettoso e, per contrasto, alla mancanza di rispetto può essere riferita la parabola dell’attesa del padrone da parte dei servi.

Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro! Sappiate bene questo: se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell’uomo verrà nell’ora che non pensate». Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?». Il Signore rispose: «Qual è dunque l’amministratore fedele e saggio, che il Signore porrà a capo della sua servitù, per distribuire a tempo debito la razione di cibo? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà al suo lavoro. In verità vi dico, lo metterà a capo di tutti i suoi averi. Ma se quel servo dicesse in cuor suo: Il padrone tarda a venire, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà nel giorno in cui meno se l’aspetta e in un’ora che non sa, e lo punirà con rigore assegnandogli il posto fra gli infedeli. Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più.


Lc 12,35-48

La parabola comincia con un avvertimento riguardante l’attesa – senza apparenti novità – di un padrone da parte dei servi. Come si viene a sapere poco dopo, il padrone rappresenta il Figlio dell’uomo, Gesù Cristo, e i servi i suoi discepoli. Riletta oggi il padrone resta il medesimo Signore Gesù, mentre i suoi servi sono uomini e donne che, ciascuno secondo la sua misura, sono discepoli di Gesù. Se tali possono essere i personaggi, allora la parabola suggerisce di paragonare l’amore ad un’attesa.

La parabola insegna che l’attesa dei servi finisce solo con l’arrivo del padrone. Il compiersi della promessa iscritta nell’amore è legato all’arrivo del Signore Gesù. Ciò invita a riconoscere che ogni relazione amorosa, se già lascia gustare la bellezza dell’avversarsi di una promessa, non è ancora il compimento delle attese che un uomo e una donna hanno nel cuore. Come ogni altra realtà umana, anche l’amore cristiano si trova nella tensione tra il seme e il frutto. Chi non vivesse la vita come un’attesa, ma volesse viverla come lo stato definitivo, andrebbe incontro a delle illusioni destinate a tramutarsi in delusioni. Ci sono attese esagerate che non corrispondono a ciò che l’altro può dare. L’altro non è il Signore e, se lo si immagina tale, prima o poi si resta amaramente delusi. Anche una certa retorica sull’amore matrimoniale rischia di essere controproducente. Chi gonfia troppo l’amore coniugale finisce per esplodere. A tal riguardo, andrebbe colto il messaggio che celibi e vergini per il Regno lanciano, nella Chiesa, agli sposi: che il coniuge, cioè, non è Dio, l’Unico che può definitivamente acquietare il desiderio d’amore del cuore.

Se questo discorso può apparire strano o duro, o contro l’amore matrimoniale, in realtà va a suo favore. Là dove due coniugi scaricano le loro spalle dal peso di attese eccessive, la vita matrimoniale diviene più leggera. Si pretende meno, ma si gusta di più. Invece che spremere l’altro nel tentativo di ottenere ciò che alla fine non è in grado di dare, si gusta quello che, senza essere l’ideale, è il meglio oggi realizzabile.

L’attesa è pur sempre una situazione di tensione, e come tale, conosce i suoi cali. Sull’amore può calare la notte: le energie allora si assopiscono, si può facilmente cadere in un sonno pesante. L’amore – si dice – va in crisi e con esso, pressoché subito, il rispetto dell’altro. Che cosa può ravvivare l’amore quando, come il fuoco nel cammino durante la notte, tende a spegnersi? «Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese». Come possiamo imparare da un’altra parabola, quella delle dieci vergini (Mt 25,1-13), le lucerne accese simboleggiano la fede cristiana, ovvero il fiducioso affidamento al Signore Gesù. C’è di più. Le lucerne servono per far luce nella notte, nel momento in cui tutto è buio. La parabola sottolinea che proprio nel mezzo della notte, prima che la luce torni a illuminare la vita quotidiana, è quanto mai necessario la lucerna della fede.

La fede cristiana è l’alimento della fedeltà in amore e l’antidoto all’infedeltà. La fede, infatti, consente al Signore Gesù di mettersi a servire gli sposi. Affinché il padrone possa mettersi al servizio dei suoi servi, è infatti necessario che i servi non siano sprofondati nel sonno, così che, arrivando, il padrone trovi qualcuno ad aprire e possa entrare in casa. La fede è l’opportunità concessa al Signore Gesù di ritemprare la fatica dell’attesa amorosa. La fedeltà al proprio compito di servire l’amore trae alimento dalla fede, dalla relazione cercata a accolta col Signore Gesù. C’è da fidarsi? Che cosa ci si può aspettare dal Signore che viene? Non bisogna temerlo come i servi temono un padrone?

Proprio questi interrogativi affiorano alla mente quando, in talune circostanze, si ha paura di Dio. Forse non osiamo confessarlo, forse cerchiamo di convincerci che Lui è un padre buono e non un padrone, ma poi ci mancano gli argomenti e le prove per esserne convinti fino in fondo. La parabola vuole fugare i nostri eventuali timori, descrivendo la stranezza del comportamento di questo padrone, che arriva a farsi servo dei suoi servi. E se è vero che bisogna credere più ai fatti che alle parole, allora è bene ricordare che Gesù non solo disse di voler servire i suoi discepoli, ma lo fece concretamente, quando, all’ultima cena, «si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto» (Gv 13,4-5).

L’ascolto della parabola invita i lettori a paragonarsi ai servi. Farsi servi del «padrone» Gesù, che in realtà svolge la sua signoria mettendosi a servire, appare persino attraente. La musica cambia, però, qualora si parli del legame amoroso come servizio reciproco: non è impertinente qualificare l’amore come servizio? Non deve l’amore essere spontaneità, attrazione, trasporto, passione? Possono, soprattutto, due sposi ritenersi l’uno il servo dell’altra?

La continuazione della parabola vuole illustrare in che modo il divenire servo dell’altro può alimentare l’amore. Lo fa introducendo il personaggio dell’amministratore fedele e saggio, in contrasto con quello infedele al suo compito. La fedeltà è servizio dell’amore reciproco; l’infedeltà, invece, il suo disgregarsi.

Che la vicenda matrimoniale possa essere una vicenda di asservimento di uno (spesso ancora la donna) all’altro (spesso ancora l’uomo) non ha bisogno di essere rimarcato. Non mancano ancora oggi mogli e madri che rivendicano la propria dignità, e spesso giustamente, con la frase: «Non sono mica la tua serva!». Non mancano oggi neppure storie di servitù che sono vera e propria schiavitù. La parabola, parlando di percosse ed esagerazioni, si avvicina alla realtà di non poche vicende familiari più di quanto non osiamo immaginare. La schiavitù non è solamente fisica, mantenuta cioè con la violenza sessuale e corporea; è anche la schiavitù psicologica che stringe la vita dell’altro in catene soffocanti.

Si può essere servi dell’altro senza divenirne schiavi e, al contempo, senza farla da padroni? Lo si può nella misura in cui si è fedeli e saggi. La fedeltà del servo è descritta come un «trovarsi al lavoro». In questo fugace accenno si trova racchiuso il segreto della fedeltà richiesta ai coniugi. Il lavoro è attività. Così la fedeltà amorosa non è di mera natura passiva – non mancare di rispetto – ma creativa. Il segreto della fedeltà, più che nello sforzo di evitare azioni sconvenienti consiste nel coltivare creativamente la relazione con l’altro/a. La fedeltà creativa assomiglia alla semina di un giardino: se viene omessa, al posto dei frutti cresceranno, prima o poi, i rovi.

L’amore è unione di due persone. È facile immaginare e immediato constatare come il rispetto amoroso possa essere creativamente vissuta dall’uno e non dall’altro, o alternativamente dall’uno e non dall’altro. Vale in questo caso il principio dei vasi comunicanti: il rispetto dell’uno alimenta il rispetto dell’altro; la mancanza di rispetto dell’uno/a mina quello dell’altro.

La chiusura della parabola sostiene che «chi più può, più deve». Anche questa esigenza merita di essere valutata con saggezza poiché non è esente da possibili pericoli: quello di indurre pigrizia nell’altro, pensando che il proprio amore possa sopperire a quello dell’altro; oppure quello di rimanere pigri, assumendo come alibi il fatto che l’altro ha ricevuto di più e quindi deve dare di più. La parabola non è a lieto fine, ma prospetta anche un esito negativo, simboleggiato dalle percosse inflitte ai servi. Questo possibile esito richiama gli ascoltatori alla serietà della posta in gioco in amore. La Parola di Dio non assicura magicamente la tenuta e la riuscita delle relazioni d’amore, ma annuncia la via per ottenerla.

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