3. L’amore non cerca il suo interesse

In quanto relazione con l’altro, l’amore non è anzitutto preoccupato di sé. Si profonde disinteressatamente, non cerca il suo interesse. Non lo cerca, ad essere più precisi, a scapito dell’altro, trattando l’altro come una riserva di beni a cui attingere sino ad esaurirla.

Propriamente parlando, l’amore non è senza interesse. È anzi intensamente interessato alla relazione con l’altro, e in vista della partecipazione alla vita dell’altro, nel reciproco godimento dell’amore, si mette all’opera, cercando di mettere a frutto quanto ha in dotazione. Questa logica, che per amore dell’altro mette in gioco le proprie capacità e più integralmente se stesso, viene descritta, per diritto e per rovescio, nella cosiddetta parabola dei talenti.

Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque. Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due. Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo. Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti.


Mt 25, 14- 30

Come è tipico della sua indole metaforica, la parabola connette due realtà eterogenea, affinché scaturisca la scintilla di un nuovo senso. Nella parabola dei talenti la figura del padrone, che prima parte per un lungo viaggio consegnando i suoi beni ai servi e poi ritorna esigendo il rendiconto, rappresenta il Figlio dell’uomo, di cui nel brano immediatamente successivo alla parabola si parla esplicitamente nel suo ruolo di giudice universale alla fine dei tempi (Mt 25,31-46). L’associazione della figura del padrone della parabola con quella del Figlio dell’uomo invita a interpretare i talenti non solo come qualità umane e beni personali che devono essere messi a frutto, ma anche come talenti amorosi, ovvero potenzialità di amare come ha amato Gesù, il Figlio dell’uomo e di Dio.

Dopo l’ascesa di Gesù al cielo, in seguito alla sua morte e resurrezione, la storia è il tempo in cui il suo Spirito, consegnato dall’alto della croce, è offerto in dotazione a tutti gli uomini, affinché si amino gli uni e gli altri al modo in cui Gesù ha amato. A fronte di questo dono d’amore, offerto a tutti – come chiaramente lasciano intendere le parole pronunciate da Gesù in previsione della Sua Pasqua: «Io quando sarò elevato da terra attirerò tutti a me» – gli uomini risultano ad un tempo obbligati e liberi. Obbligati perché non possono evitare di essere destinatari dell’amore di Gesù: essi non possono non sentire il Suo amore che li attrae e non gli concede l’indifferenza totale.

Obbligati ad essere amati, gli uomini non lo sono però nel corrispondere all’amore. Restano infatti liberi di corrispondere o meno all’amore. La duplice possibilità è descritta in riferimento alle due tipologie di servi della parabola. Mentre i primi due si dimostrano operosi sino a raddoppiare i talenti ricevuti, il terzo servo risulta pigro al punto da sotterrare il talento per timore di perderlo. Il giudizio pronunciato dal padrone al momento del rendiconto informa che la differenza tra i servi, e cioè l’operosità dei primi e la pigrizia dell’ultimo, non è imputabile alla maggior scaltrezza degli uni rispetto all’imperizia dell’altro, ma ha radice nella qualità del loro animo: «Buoni e fedeli» sono dichiarati i primi due, al contrario del terzo, definito «malvagio e infingardo». L’esito brillante o deludente dell’investimento dei talenti non è dovuto a eventi esterni alla libertà dei servi, ma dipende dalla loro libera decisione.

I primi due servi raddoppiano i talenti ricevuti in consegna. Benché la somma dell’uno sia maggiore di quell’altro, ciò che li accomuna e guadagna a entrambi il medesimo elogio del padrone è che restituiscono il doppio. Interpretando –  come si è suggerito – i talenti quali potenzialità amorose, il loro raddoppio può essere inteso come il corrispondere all’amore con la stessa misura con cui lo si è ricevuto. L’amore con cui il tu corrisponde all’amore dell’io raddoppia l’amore che i due vivono.

Affinché l’amore raddoppi, sia cioè fecondo, non deve essere trattenuto ma ricambiato. L’amore cresce nella misura in cui lo si dona a mani aperte. Se lo si volesse trattenere stringendolo in pugno, fosse anche per il timore di perderlo, sfuggirebbe come sabbia tra le dita. Tale è il caso del terzo servo della parabola, il quale, sotterrando il talento ricevuto, seppellisce la potenzialità amorosa che gli è stata offerta. Il suo comportamento, confermato dalla risposta data al padrone: «So che tu sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo», lasciano intuire che egli avrebbe preferito non ricevere alcun talento. La responsabilità inevitabilmente legata al talento lo mette in ansia, inducendolo alla sola preoccupazione di restituire il dono al padrone, così come si restituisce un regalo senza nemmeno averlo aperto.

L’ansia per la responsabilità del dono ricevuto è però alimentata alla radice dalla paura della relazione con l’altro, a sua volta dovuta alla paura di perdere la propria indipendenza. Apprezzare un dono mettendolo a frutto significa riconoscere e volere la relazione con il donatore, sentirsi ob-ligato, stringere un legame amoroso con l’altro. La ricerca non verte più sul proprio interesse, ma sull’interesse reciproco: l’io, invece che chiudersi in se stesso, timoroso dell’altro e geloso della propria autonomia, accetta il legame con il tu, si apre al nuovo orizzonte del noi.

Il rimprovero e la punizione assegnati dal padrone al servo non sono dovuti al suo aver sciupato il talento. Se così fosse stato, è immaginabile forse che il padrone – sorprendendo tutti – si sarebbe comportato come il Padre del figliol prodigo (cf Lc 15,11-32), il quale, dopo aver dilapidato tutta l’eredità, fu reintegrato pienamente nella casa paterna senza alcun rimprovero. Il servo della parabola dei talenti è invece ripreso per aver omesso ogni attività, buona o cattiva, nella segreta speranza di conservare le «mani pulite» per non aver nemmeno toccato ciò che gli era offerto. La malattia mortale dell’amore è l’omissione. Il disimpegno inattivo non lascia la relazione con l’altro nello stato in cui si trova, tutt’al più lascia che si degradi. Ogni relazione, tanto più una relazione d’amore, è come un sentiero che, se non viene frequentemente percorso, finisce per scomparire sotto l’erba che vi cresce.

L’omissione dell’amore per l’altro ha radice nella inconfessata paura di perdere la propria libertà. Con il suo linguaggio metaforico, il finale della parabola dei talenti avverte, al contrario, che è la pigrizia amorosa a privare l’uomo della grazia della relazione con l’altro e, con essa, della libertà personale. Mentre, infatti, i due servi che hanno raddoppiato i talenti ricevuti dal padrone sono invitati a prendere parte alla gioia del padrone, il servo timoroso e pigro finisce imprigionato nella solitudine. Anche questo esito è scritto nella legge dell’amore, che aumenta se speso e si esaurisce se trattenuto: «a chiunque ha (amato) sarà dato (amore), e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha (amato) sarà tolto anche quello che ha» (Mt 25,29).

error: Contenuto coperto da copyright