Domenica all’inizio della Quaresima

I di Quaresima

Gl 2,12b-18; Sal 50(51); 1Cor 9,24-27; Mt 4,1-11

Non tutte le stagioni sono uguali a riguardo del ciclo della vita. Vi sono la stagione della semina, del riposo del seme nella terra, del germoglio della pianta e della maturazione dei frutti. La diversa qualità delle stagioni dell’anno illustra, per analogia, la diversità dei tempi della grazia divina, che raggiunge l’uomo producendo l’uno o l’altro effetto. Inizia con questa domenica la Quaresima, il tempo in cui la grazia sollecita la conversione del cuore offrendo con abbondanza la misericordia di Dio.

L’appello e l’opportunità del tempo di Quaresima trova intensa espressione nella profezia del profeta Gioele proposta come prima lettura, quale prima parola, dunque, per coloro che come noi si affacciano su questa particolare stagione dell’anno liturgico. Ripetutamente, il popolo è sollecitato a ritornare a Dio evitando di vagabondare nella vita. «Ritornate a me con tutto il cuore» – dice il Signore – e il profeta gli fa subito eco ripetendo: «Ritornate al Signore, vostro Dio». L’accorato invito al ritorno è sostenuto da alcuni motivi che vogliono attirare l’attenzione del popolo e muoverlo effettivamente nella ritrovata prossimità con il Signore. Il profeta fa balenare l’idea che il Signore sia come il genitore che abbandona l’intenzione di punire il figlio per quanto ha combinato e finisce per manifestargli il suo bene con un gesto d’affetto: «Chi sa che non cambi e si ravveda – ipotizza il profeta a riguardo del Signore – e lasci dietro a sé una benedizione?». Un ulteriore motivo per non temere il ritorno al Signore, che il profeta ricorda al popolo affinché si muova all’incontro, è la consapevolezza che la compassione del Signore non permetterà che il popolo sia punito e le genti, vedendolo tale, dubitino della potenza salvifica di Dio: «“Perdona, Signore, al tuo popolo e non esporre la tua eredità al ludibrio e alla derisione delle genti”. Perché si dovrebbe dire fra i popoli: “Dov’è il loro Dio?”». Ma il motivo fondamentale, il primo che sollecita il ritorno al Signore, è il suo amore: «Ritornate al Signore, vostro Dio, perché egli è misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore, pronto a ravvedersi riguardo al male».

L’insistito invito a ritornare presso il Signore, così da sperimentare il suo amore grande, presuppone una lontananza che la prima lettera di Paolo ai Corinzi, nel brano proposto quale epistola, descrive come un “correre invano”. Piuttosto che orientarsi all’incontro con il Signore, la nostra vita assomiglia a una corsa senza meta, a una lotta senza avversari. Per contrasto, le immagini sportive di Paolo sono eloquenti: «Io dunque corro, ma non come chi è senza mèta; faccio pugilato, ma non come chi batte l’aria». Si corre sempre, siamo continuamente di corsa, ma dove andiamo, che cosa stiamo perseguendo? Non è raro che il correre sia una sorte di droga o, quanto meno, di anestetico per non fermarsi e scoprire che quanto andiamo affannosamente cercando non vale la nostra fatica. Talvolta, andiamo inseguendo qualcosa che, alla prova della vita, si dimostra effimero e privo di consistenza. È ancora Paolo che, con un altro paragone sportivo, evidenzia lo scarto tra una vita che insegue l’effimero e una vita che, invece, come quella cristiana, mira a un premio eterno: «Ogni atleta è disciplinato in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona che appassisce, noi invece una che dura per sempre».

La dispersione della vita, attirata da ciò che è fugace e fragile, incapace di rendere felice l’uomo, lo allontana dal Signore. La distanza non è, ovviamente, di tipo geografico, ma di stile di vita. Il progressivo allontanamento da Dio può essere delineato leggendo in successione, come del resto sono proposte, le tre tentazioni cui Gesù è sottoposto nel deserto. Nelle prime due tentazioni, il diavolo, colui che mira a dividere l’uomo da Dio, insidia Gesù affinché si serva di Dio per soddisfare i bisogni e le necessità della sua vita. La prima tentazione riguarda la soluzione miracolosa del bisogno umano della sopravvivenza quotidiana, simboleggiata dal pane. La seconda tentazione si riferisce a circostanze più eccezionali, in cui la vita dell’uomo corre rischi mortali, magari indotti dall’uomo stesso: anche in questo caso il diavolo fa balenare l’ipotesi del miracoloso intervento di Dio. In entrambi i casi, la logica diabolica è la medesima: che l’uomo si sottragga alla dipendenza da Dio a, anzi, sottometta Dio alla propria volontà. La tentazione diabolica sovverte la relazione con Dio, spingendo l’uomo a metterLo alla prova. Non sarebbe l’uomo che deve agire secondo la volontà di Dio, ma Dio che dovrebbe agire secondo la volontà dell’uomo. La logica diabolica non si accontenta di sovvertire il rapporto dell’uomo con Dio, inscenando l’idea del Suo asservimento ai bisogni e ai desideri dell’uomo, ma giunge a suggerire all’uomo di sottomettersi al Maligno, sfruttando la potenza del male per raggiungere i propri obiettivi. La sequenza delle tre tentazioni disegna l’iperbole del male, per la quale l’uomo dapprima è spinto a sottrarsi alla volontà di Dio, quindi ad asservire Dio per vivere secondo la propria volontà e infine a vivere secondo la volontà del Maligno. A fronte di questa triplice tentazione Gesù insegna la strategia vincente: vivere secondo la Parola di Dio, senza «se» e senza «ma».

Il tempo quaresimale è offerto per (ri)trovare l’attaccamento pronto alla parola di Dio che guida i nostri passi, le nostre scelte di vita, sui sentieri del bene, evitandoci la caduta nella tentazione del male.

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