Domenica della Samaritana

II di Quaresima

Dt 6,4a; 11,18-28; Sal 18(19); Gal 6,1-10; Gv 4,5-42

Contrastando l’azione del tentatore, che vorrebbe dividerlo da Dio, Gesù, nella domenica all’inizio della Quaresima, ci ha invitato a fare della Parola di Dio la bussola per le nostre scelte di vita. È agendo secondo ogni parola che esce dalla Bocca di Dio che la vita dell’uomo può gustare il suo amore grande ed evitare di finire smarrita nelle vie del male.

L’alternativa ad una vita benedetta perché unita a Dio, piuttosto che maledetta perché divisa da lui e dunque impedita di gustare il suo bene, è ripresentata nella prima lettura di questa seconda domenica di Quaresima, tratta dal libro del Deuteronomio. Prestando voce a Dio, il profeta prospetta al popolo di Israele benedizione e maledizione: «la benedizione, se obbedirete ai comandi del Signore, vostro Dio; […] la maledizione, se non obbedirete ai comandi del Signore, vostro Dio». È opportuno precisare che la maledizione non è, propriamente il castigo che Dio fa seguire al popolo disobbediente, ma l’inevitabile conseguenza delle scelte del popolo di privarsi della benedizione divina: non è Dio che infligge la maledizione, ma il popolo si priva della sua benedizione. L’invito all’obbedienza, così da sperimentare l’amore di Dio, è sollecitato dalla formula: «Ascolta, Israele…», formula il cui verbo, nella lingua ebraica in modo particolare, detiene il duplice significato dell’udire e dell’obbedire. L’invito all’ascolto obbediente riguarda ogni dimensione della vita, a cominciare dall’intimità della persona per irradiarsi nelle sue azioni e imprimersi nelle relazioni familiari e sociali, come pure nell’ambiente circostante. L’«Ascolta, Israele» è, infatti, riferito al cuore e all’anima, alle mani, agli occhi, ai figli, alla casa.

Come la Parola di Dio raggiunga l’intimità dell’uomo superando le resistenze che egli pone e lì germogli portando frutto nella testimonianza di vita, è mirabilmente raccontato nell’incontro di Gesù con una donna samaritana, proposto oggi come testo evangelico. L’anfora che la donna tiene tra le braccia, come pure il pozzo presso il quale Gesù siede, sono simboli della diversa profondità della vita dell’una e dell’altro. La vita della donna scorre superficialmente, senza conoscere la sorgente che in profondità disseterebbe la sua sete di amore vero. Priva di profondità, la donna cerca ristoro in superficie, stabilendo dei contatti con chi nell’immediato sembrerebbe placare l’assenza amorosa che l’affligge: cinque mariti e ora un altro uomo che non è suo marito. La donna assomiglia all’anfora con cui attinge dal pozzo, la cui capienza limitata costringe continuamente a riempirla, per subito svuotarla, per poi nuovamente riempirla. A fronte di questo limite, la profondità della vita di Gesù, simbolicamente rappresentata dal pozzo, appare persino irraggiungibile, come rilevano le parole della donna: «Il pozzo è profondo» – dice a Gesù – dopo che lui l’ha invitata a dargli da bere. Per la verità, Gesù è più che un pozzo, il quale, per quanto profondo, è soggetto comunque a prosciugarsi. Egli è una sorgente dalla quale l’acqua scaturisce viva risalendo in superficie. La sua parola non è come l’acqua del pozzo, nascosta in una profondità inaccessibile all’uomo, ma come l’acqua di sorgente che zampilla ed è per questo facilmente accessibile. Ma ciò che appare ancora più straordinario è che la parola di Dio, se accolta in profondità, diviene per l’uomo sorgente interiore di vita, sottraendolo all’affanno di dover continuamente cercare qualcosa o qualcuno che riempia il suo vuoto: «Chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». L’effetto vitale della parola di Dio trova riscontro nel testo evangelico allorquando la donna, magistralmente istruita da Gesù, capace di penetrare nella profondità dell’animo umano e di illuminare ogni piega ombrosa, lascia la sua anfora e corre in città a raccontare del suo incontro con un uomo le cui parole sono sorgente di vita. Da anfora ristretta, la donna si trasforma in sorgente che, non solo la disseta, ma sovrabbonda riversandosi su altri. Il suo rapporto con gli altri passa dal bisogno al dono. Essa non è più un’anfora vuota, continuamente alla ricerca di qualcuno che la colmi, ma posta sotto la fonte della vita ora trabocca senza esaurirsi, consentendo ad altri di dissetarsi.

L’effetto vitale prodotto dalla Parola di Dio, ascoltata e obbedita dall’uomo, è uno stile di rapporto con gli altri che somiglia allo stile di Gesù. È uno stile di comunione, che mira a instaurare relazioni buone, ancor più, amorevoli con il prossimo. La Parola di Dio, come ago e filo, cuce insieme la vita di chi l’annuncia e di chi ascolta. È quanto Paolo, nel brano della lettera ai Galati proposto come epistola, auspica ed esige dai cristiani della comunità: «Chi viene istruito nella Parola, condivida tutti i suoi beni con chi lo istruisce». Due caratteri, tra gli altri, spiccano nella ricerca della comunione con gli altri: la dolcezza e la perseveranza. La dolcezza è opportuna soprattutto quando si debba correggere dal male: «Fratelli, se uno viene sorpreso in qualche colpa, voi, che avete lo Spirito, correggetelo con spirito di dolcezza». La dolcezza evita che il rimprovero si traduca in condanna, che il giudizio sul peccato sia confuso con quello sul peccatore. La perseveranza è la condizione affinché la comunione tra gli uomini possa effettivamente crescere e andare oltre l’emozione di un momento. «Non stanchiamoci di fare il bene; se infatti non desistiamo, a suo tempo mieteremo». Il tempo Quaresimale richiama con insistenza all’ascolto obbediente della Parola di Dio. Disponiamoci volentieri a farlo, così da poter entrare in contatto diretto e vivo con il Signore, come avvenne per i Samaritani che alla donna giunsero a dire: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è il salvatore del mondo».

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