Domenica di Abramo

III di Quaresima

Dt 6,4a; 18,9-22; Sal 105(106); Rm 3,21-26; Gv 8,31-59

«Ascolta, Israele»: come già domenica scorsa, anche quest’oggi la Parola di Dio si apre subito invitando all’ascolto. Il richiamo di Mosè rivolto al popolo, affinché si sintonizzi sulla lunghezza d’onda dei comandamenti divini, risuona come invito per noi a tendere le orecchie e disporre il cuore in questo tempo di quaresima, così propizio per l’ascolto. A che cosa chiama la Parola di Dio?

La prima lettura, tratta dal libro del Deuteronomio, lo precisa subito dopo l’invito all’ascolto, comandando al popolo di non commettere gli abomini – il male – delle nazioni circonvicine. Qual è il male abominevole da evitare? Scorrendo l’elenco delle azioni condannate – sacrifici umani, magia, negromanzia, comportamenti che non appartengono solo a un passato remoto, ma serpeggiano anche nella nostra società contemporanea – apprendiamo che il male abominevole è l’idolatria. L’idolatria è una fede deviata, falsa, è l’affidarsi a qualcosa o qualcuno che non è il Dio vero, ma un suo surrogato. Non essendo il Dio vero, il quale come padre dà la vita agli uomini, una vita di figli, l’idolo paralizza l’uomo, imprigionandolo nella falsità sino a renderlo schiavo. Non mancano esempi anche ai nostri giorni di persone che, affidandosi a soggetti o pratiche magiche per ottenere benefici e felicità, finiscono schiavi di malefici e sofferenza. Pensando di servirsi di qualcosa o qualcuno ne diventano schiavi. Non è detto che questa condizione di schiavitù venga poi riconosciuta e ammessa da chi si trovi imprigionato.

Eloquente a questo riguardo è il comportamento di «quei Giudei» che in un primo momento «avevano creduto» in Gesù e che il Vangelo ritrae in polemica con lui. Incalzati da Gesù affinché diventino liberi mediante l’ascolto perseverante della sua parola, essi negano di essere «mai stati schiavi di nessuno». Rivendicano anzi di essere figli di Abramo, uomini dunque di fede autentica in Dio, di essere, anzi, figli di Dio: «Abbiamo un solo Padre: Dio!». A fronte di questa accesa e ostinata dichiarazione di fede autentica, di sicuro legame di figliolanza con Dio, come non concedere credito? Perché Gesù accusa i suoi interlocutori di falsità, giungendo addirittura ad affermare che essi hanno per padre non il vero Dio, ma il diavolo, padre della menzogna? Quali prove presenta per avanzare l’accusa? La prova fornita da Gesù con insistenza è la prova dei fatti. I suoi interlocutori dicono di essere figli di Dio, ma si comportano in modo diametralmente opposto a lui, il Figlio di Dio. Mentre lui, infatti, si dispone a dare la vita per gli uomini, essi tramano il proposito di eliminarlo. Gesù non manca di farlo notare: «So che siete discendenti di Abramo. Ma intanto cercate di uccidermi»; «Se foste figli di Abramo, fareste le opere di Abramo. Ora invece voi cercate di uccidere me». L’intenzione omicida è peraltro reale e presto si trasforma in atti concreti. La discussione si conclude, infatti, con l’annotazione dell’evangelista che informa di come gli avversari di Gesù «raccolsero delle pietre per gettarle contro di lui». E, se non nell’immediato, di lì a poco le pietre si trasformeranno in chiodi che lo trafiggeranno a morte.

La prova dei fatti chiarisce in modo inequivocabile se gli uomini realmente ascoltano e obbediscono a Dio, oppure se, pur pensandolo e rivendicandolo animosamente, si illudono di farlo. La prova dei fatti, secondo l’insegnamento del libro del Deuteronomio, permette anzi di verificare l’affidabilità di chi parla a nome di Dio, dei profeti: «Quando il profeta parlerà in nome del Signore e la cosa non accadrà e non si realizzerà, quella parola non l’ha detta il Signore. Il profeta l’ha detta per presunzione. Non devi aver paura di lui».

Se la prova dei fatti è un criterio sicuro per verificare l’effettivo legame con Dio, a tale prova gli uomini risultano tutti insufficienti. Lo afferma con efficace concisione Paolo, rivolgendosi ai Romani. Nel brano proposto oggi come epistola, egli osserva come tra gli uomini, compresi i credenti, «non c’è differenza, perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio». A fronte di questa realistica constatazione, la situazione degli uomini rispetto a Dio appare senza scampo. Essi dovrebbero dimostrare nei fatti di essere suoi figli, comportandosi nei confronti del prossimo come Gesù, il Figlio di Dio, si è comportato, ma proprio i fatti parlano il contrario. Chi può sottrarre gli uomini a questo dramma? La risposta è annunciata da Paolo subito a ridosso della constatazione della universale peccaminosità degli uomini: «Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù».   Ascoltare la Parola di Dio e, soprattutto, adempierla nella vita concreta non è compito che l’uomo può realizzare da sé, facendo leva sui buoni propositi e sulle proprie energie. Non solo Dio dona all’uomo la sua Parola, ma anche la possibilità di corrisponderla. Non solo l’opportunità di ascoltare Dio che parla, ma anche la possibilità di rispondere nei fatti a Dio è concessa agli uomini attraverso Gesù, il quale, entrando nell’umanità vi ha introdotto l’antidoto al male che gli uomini compiono. Fare il bene, evitando il male, e fare il bene nella sua forma più luminosa, quella dell’amore del prossimo, sconfiggendo ogni inimicizia, vivere cioè secondo quella misura della giustizia divina che è la carità è concesso all’uomo nella misura in cui egli cerca, anzitutto, e vive stabilmente il contatto vivo con Gesù Cristo, il quale rende giusto colui che ha fede in lui.

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