4. L’amore non si adira

L’amore che non accumula beni per sé, sino a gonfiarsi dei propri possessi al punto da non aver più spazio per la relazione con l’altro, è un amore che, al contrario, mette i suoi beni a disposizione dell’altro. La disponibilità a dare ciò di cui l’altro necessita è certo un movimento dell’amore, ma sarebbe ingenuo pensare che esso sia sempre spontaneo e immediato. Affinché l’amore sia disponibile a corrispondere al favore richiesto deve sormontare l’onda dell’ira che istintivamente assale l’io quando l’altro giunge nei momenti e nelle situazioni meno opportune. I moti dell’amore richiesto di un favore sono indicati nella parabola dell’amico inopportuno.

Se uno di voi ha un amico e va da lui a mezzanotte a dirgli: Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da mettergli davanti; e se quegli dall’interno gli risponde: Non m’importunare, la porta è già chiusa e i miei bambini sono a letto con me, non posso alzarmi per darteli; vi dico che, se anche non si alzerà a darglieli per amicizia, si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono almeno per la sua insistenza.


Lc 11,5-8)

Il racconto è ambientato nottetempo. Nel cuore della notte – a mezzanotte per precisione – un amico giunge a chiedere un favore al padrone di casa che, secondo la consuetudine orientale del tempo, dorme in una stanza su una stuoia con tutta la famiglia. Il favore richiesto – un prestito di tre pani – non è a diretto beneficio dell’amico, ma destinato ad un amico di costui, giunto da un viaggio. La destinazione del favore già potrebbe costituire un motivo di irritazione per il padrone di casa, richiesto di un favore non per l’amico, ma per l’amico dell’amico, una terza persona sconosciuta, sospetta anche di essere scortese, se è vero che giunge senza avvisare. La principale fonte di irritazione sembra però essere costituita dal disturbo che l’amico inopportuno arreca non direttamente al padrone di casa, pure lui svegliato nel bel mezzo del sonno, ma a tutta la famiglia e in modo speciale ai bambini. Se il padrone di casa vuole esaudire la richiesta dell’amico dovrà disturbare anche altri e questo susciterà prevedibilmente la loro lamentela, di cui egli dovrà farsi carico. In fondo, l’obiezione che egli rivolge all’amico, «la porta è già chiusa […] non posso alzarmi» è la medesima obiezione che i familiari rivolgerebbero a lui qualora si alzasse.

Accontentare l’amico comporta dunque, disturbo per sé, ma anche, inevitabilmente disturbo per altri. Giuste ragioni, che ragionevolmente potrebbero essere inteso dall’amico e motiverebbero il rifiuto del favore. In questa direzione si muove, di fatto, il padrone di casa, che dall’interno risponde: «Non m’importunare, […] i miei bambini sono a letto con me». Ma pur a fronte di questa resistenza, l’insistenza dell’altro persiste. È immaginabile che, per il principio del «muro contro muro», anche l’irritazione del padrone di casa, alimentata dalla cocciutaggine dell’amico, vada aumentando. L’incremento del tono di molestia, dovuta alla reiterata richiesta dell’amico, assomiglia a quella del giudice iniquo della parabola lucana che narra di una vedova importuna.

C’era in una città un giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: Fammi giustizia contro il mio avversario. Per un certo tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno, poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi (Lc 18,2-5).

Il fastidio, in questo caso, è tanto grande da sconfiggere persino l’iniquità del giudice, il quale, pur di porre fine alla seccatura, rende alla vedova quanto pretendeva. Ci sarebbe per la verità un altro modo di metter fine alle richieste dell’altro, modo che, tra l’altro, consentirebbe anche di scaricargli addosso l’ira accumulata. Si dovrebbe, per questo, dare al richiedente il contrario di quello che chiede. L’immediato seguito della parabola dell’amico importuno, mediante una successione di domande retoriche, lascia intendere la spietatezza che si dovrebbe avere per percorrere tale strada: «Quale padre tra voi, se il proprio figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione?» (Lc 11,11-12).

L’insegnamento racchiuso nelle parabole sull’insistenza della richiesta, alla fine esaudita nonostante l’incomodo che arreca, evidenzia la forza dell’amore, capace di far breccia nei cuori anche più resistenti. L’amore, se autentico, non ammette disinteresse e spinge chi lo riceve a corrispondere, vincendo anche le giuste ragioni che indurrebbero a non farlo. La risposta può non essere immediata e spontanea, assomigliando a una sorgente che, prima di zampillare, deve farsi strada nello strato di terra che la sormonta. La risposta può persino essere negativa, come quella del secondo dei due figli della parabola del padre che li invia a lavorare (Mt 21,28-31). A differenza del primo pronto a farlo ma disobbediente nei fatti, il secondo dice di non voler andare al lavoro, ma poi, di fatto, lo adempie. Non immediata, dunque, e positiva solo dopo una certa resistenza: eppure la risposta amorevole nei confronti di chi ama è destinata ad averla vinta. Questa segreta convinzione, che ogni cuore di uomo o di donna percepisce in profondità, non a caso ha trovato espressione nei versi tra i più celebri del celeberrimo poeta: «Amor ch’a nulla amato amor perdona».

È questa ferita profonda che motiva, probabilmente, l’apparente incoerenza dell’amore, il quale dice una cosa e poi finisce per fare l’opposto. In effetti, sembrerebbe esserci un’incoerenza. Ma lo è se si guardano le cose dalla prospettiva dell’io, il quale, prima non vuole corrispondere alle richieste dell’amico e poi, invece, lo accontenta. Visto dalla prospettiva della relazione interpersonale l’incoerenza svanisce: ciò che appare è la storia di una relazione amorosa in cui sulle ragioni pur giuste del singolo prevalgono poi le ragioni dell’amore.

La tonalità dell’amore si presenta in questi casi non subito riconoscibile e affascinante: l’altro, più che spontaneamente amato, viene pazientemente sopportato. Ma anche questo è amore, è l’amore che porta l’altro, come una madre porta in braccio un bambino ormai svezzato, pur faticando per il suo peso. La sapiente tradizione cristiana conosce anche questa tonalità dell’amore e ha voluto incastonarla in quell’arcobaleno dell’amore dipinto dalle sette opera di misericordia spirituale: «sopportare pazientemente le persone moleste».

Non si può negare che le richieste dell’altro ci pervengono talvolta come moleste. Ma questo non è necessariamente il sintomo che l’amore se ne è andato. Forse è il segnale che indirizza l’amore più in alto, il gradino che può innalzarlo a un livello maggiore di gratuità. Per superarlo non bastano però la buona volontà e le migliori intenzioni. Il peso dell’altro può sfibrare le energie, così come il peso di un pur adorabile bambino impedisce alla madre di portarlo più a lungo in braccio. Per sopportare l’altro è necessario avere forza. Non avendola in proprio e non potendo produrla da se stessi, non resta che chiedere, come insegna la stessa parabola dell’amico importuno. Nella misura in cui si chiede con insistenza lo Spirito Santo, ovvero l’amore straordinariamente paziente di Gesù, allora si può corrispondere alle richieste insistenti dell’altro, spegnendo l’ira con l’amabilità.

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