Domenica del Cieco

IV di Quaresima

Es 17,1-11; Sal 35(36); 1Ts 5,1-11; Gv 9,1-38b

«Il Signore è in mezzo a noi sì o no?». La domanda con la quale gli Israeliti misero alla prova il Signore risuona continuamente nella storia e sorge spontanea ogni qualvolta ci troviamo nel bisogno e non vediamo l’intervento risolutivo di Dio. Il popolo di Israele si trovava nel deserto, impegnato nella marcia che, dopo il miracoloso passaggio del mar Rosso nel contesto dell’Esodo dalla schiavitù egiziana, doveva condurlo nella terra promessa. Per chi si trova nel deserto è quanto mai essenziale l’acqua. «Ma – fa notare il testo della prima lettura tratta proprio dal libro dell’Esodo – non c’era acqua da bere per il popolo». La mancanza dell’acqua acuisce il bisogno di bere e agita la paura di venire meno, di non poter sopravvivere. Nasce allora istintiva la protesta: «Dateci acqua da bere!». Quando siamo nel bisogno vitale e temiamo l’esito mortale, scatta il meccanismo della protesta e, come il popolo di Israele nell’arsura del deserto, mettiamo alla prova il Signore. «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?». Il ragionamento che soggiace e alimenta la protesta, come legna sul fuoco, appare logico e semplice: «se Dio ci fosse noi non saremmo in questa situazione di bisogno e pericolo. Poiché siamo in questa situazione, allora Dio non c’è». Per la verità, più che all’inesistenza di Dio, che a lungo andare può pure diventare una convinzione, ciò da cui scaturisce la protesta è l’idea che Dio esiste, che ci sia, dunque, ma stia da un’altra parte, non s’interessi di noi che siamo nel bisogno, non sia – come ben sottolineano gli Israeliti – «in mezzo» agli uomini bisognosi. Eppure gli Israeliti venivano dall’esperienza della potente e straordinaria presenza di Dio che aveva aperto una strada impossibile nel mare. Mosè e gli Israeliti ne erano stati a tal punto colpiti da esplodere nel canto: «Voglio cantare al Signore, perché ha mirabilmente trionfato: cavallo e cavaliere ha gettato nel mare. Mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza» (Es 15,1-2). A seguito di quello strepitoso intervento del Signore, che aveva sottratto il popolo all’inseguimento dell’esercito del Faraone, gli israeliti avevano ancora sperimentato la presenza attenta di Dio, quando, affamati, avevano visto giungere dal cielo sulla terra la manna e le quaglie. Per quanto però avessero già sperimentato che il Signore era in mezzo a loro, non appena sorge il bisogno essi sono subito increduli e incapaci di riconoscerlo operante tra di loro. Che cosa impedisce di vedere il Signore all’opera?

La risposta a questa domanda è offerta, con dovizia di particolari, nel testo evangelico. Fin dall’inizio la scena presenta una delle situazioni più evidenti di necessità vitale che possono affliggere gli uomini: quella della malattia fisica. «Passando, il Signore Gesù vide un uomo cieco dalla nascita». Senza bisogno di farsi pregare, ma prendendo l’iniziativa anche a fronte dell’attardarsi dei suoi discepoli sulla ricerca del colpevole – «Chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» – Gesù ridà luce ai suoi occhi. L’evidenza luminosa dei fatti non viene però vista dai più: vari motivi impediscono di riconoscere ciò che sta sotto gli occhi di tutti. Un primo motivo, espresso dai vicini del mendicante guarito, è la rarità del fatto, inatteso rispetto agli schemi della normale consuetudine. Il ristretto quadro mentale della gente comune annebbia la vista sino a dubitare che il cieco nato e il cieco guarito siano la stessa persona: «Alcuni dicevano “È lui”; altri dicevano: “No, ma è uno che gli assomiglia”». Un secondo motivo, riguardante i farisei e tipico delle persone attente alle pratiche religiose, è il fuoriuscire dell’evento di guarigione dagli schemi della legge tradizionale: «Quest’uomo – dicono riferendosi a Gesù – non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Non di rado gli schemi religiosi si irrigidiscono sino a ingessare la mente più ancora che la cultura ambiente. Vi è poi una terza causa di cecità, ed è quella che colpisce i genitori del cieco guarito. Si tratta della paura di andare controcorrente rispetto al giudizio diffuso, e soprattutto delle conseguenze che possono derivare: «I Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: “Ha l’età: chiedetelo a lui!». Il racconto evangelico riferisce ancora un’ultima causa di cecità, che in realtà è l’aggravarsi delle patologie precedenti. Si tratta dell’orgogliosa convinzione di chi non accetta di mettersi in discussione, di chi non apre gli occhi lasciando entrare ciò che vede, ma costringe ciò che vede dentro la gabbia del suo sguardo miope e angusto. L’atto finale della discussione dei Giudei con il cieco, ora vedente, è significativa: «Gli replicarono: “Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?”. E lo cacciarono fuori». Lo stile paradossale dell’evangelista Giovanni dipinge una scena in cui l’unico che non vedeva, fin dalla nascita, vede, e tutti coloro che potevano vedere non vedono. La narrazione rovescia le posizioni di partenza, cosicché alla fine del racconto solo il cieco nato è in grado di vedere: «Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: “Tu, credi nel Figlio dell’uomo?”. Egli rispose: “E chi è, Signore, perché io creda in lui?”. Gli disse Gesù: “Lo hai visto: è colui che parla con te”».

A quali condizioni il Signore può essere visto operare tra gli uomini? Come si può – per usare le immagini di Paolo nella prima lettera a Tessalonicesi – essere «figli della luce e figli del giorno» e non appartenere, invece, «alla notte [e] alle tenebre»?

La risposta possiamo ritrovarla considerando ancora una volta il comportamento del cieco nato, il quale non fa altro che lasciarsi fare da Gesù, il quale «spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: “Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe” – che significa Inviato. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva». Il tempo quaresimale offre abbondante la grazia di «ottenere la salvezza per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo». A noi il concedergli di operare, lasciandolo agire nella nostra vita, obbedendo alla sua volontà.

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