Domenica di Lazzaro

V Domenica di Quaresima

Dt 6,4a; 26,5-11; Sal 104(105); Rm 1,18-23a; Gv 11,1-53

Il tempo quaresimale incede verso la Pasqua e quest’oggi ci conduce al giorno in cui viene fissato il destino terreno di Gesù. «Da quel giorno dunque – conclude il testo evangelico – decisero di ucciderlo». Per quale ragione il sinedrio sanziona la morte di Gesù? Quali sono i capi di imputazione? Di quali azioni egli viene accusato? «Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione». In questa osservazione dei capi dei sacerdoti e dei farisei riuniti nel sinedrio si concentrano vari motivi della condanna di Gesù. Sono motivi di ordine religioso: «Tutti crederanno in lui». Sono ragioni di convenienza politica: «Verranno i Romani…». A monte però di questi effetti, vi sono i «molti segni» che Gesù compie. Il segno che, secondo i capi di Israele, supera la misura è quello immediatamente raccontato prima della sentenza di morte decisa nei confronti di Gesù, il segno cioè della risurrezione di Lazzaro. Ora, che la risurrezione di un uomo sia strepitosa al punto da suscitare grandi attese nei suoi confronti da parte del popolo e, quindi, possibili reazioni di chi detiene il potere, è ammissibile. Ciò che sconcerta però è che la preoccupazione per questi effetti giunge sino al punto da impedire di riconoscere nel segno compiuto da Gesù – la risurrezione di Lazzaro – la potenza di Dio all’opera. Tutti concentrati sui calcoli per garantirsi la vita e il potere nell’al di qua, gli uomini sono increduli e quindi anche infastiditi e violenti nei confronti di chi come Cristo, è l’immagine dell’al di là di Dio nell’orizzonte di vita degli uomini. L’incredulità rispetto all’agire di Dio non è solo di chi teme Gesù come un concorrente in ambito religioso o politico, ma anche degli amici, e degli amici più intimi. È il caso delle due sorelle di Lazzaro, Maria e Marta, la cui casa a Betania era probabilmente luogo ove Gesù godeva dell’intimità tipica di una famiglia e del calore impagabile dell’amicizia. «Maria – specialmente – era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli». L’intenso legame di amicizia con i tre fratelli di Betania, Maria, Marta e Lazzaro non appare sufficiente a suscitare la fede che Gesù possa operare al di là dei limiti della vita terrena, ridando la vita a chi già è in preda alla morte. Sia l’una che l’altra sorella credevano nel potere di Gesù di guarire i malati, impedendone la morte. Entrambe, infatti, esclamano nello stesso modo: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». E ancora quando Gesù si accinge ormai a richiamare Lazzaro dal sepolcro, Marta gli ricorda l’irreparabilità di quello che è accaduto e l’impossibilità di porvi rimedio: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Il massimo della fede che gli uomini sembrano ammettere è di credere in un Dio che evita la morte. Essi potrebbero forse anche accettare la malattia, con la sicurezza però che Dio interverrà, anche se all’ultimo, a ridare salute e vita. Quando l’esito è però la morte, allora i sentimenti dell’uomo sono quelli espressi da alcuni dei Giudei: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?». Gli uomini, come le sorelle di Betania, per quanto ben disposti nei confronti di Gesù, non sono in grado di sperare oltre la cortina di tenebre della morte. Possono tuttavia comportarsi in modo diverso rispetto alla parola di Gesù che promette quanto essi non sanno credere: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno». A fronte di questa promessa gli uomini possono continuare a confidare oppure diffidare. Essi possono obbedire all’invito di Gesù: «Togliete la pietra!», oppure disobbedire, mettendo una pietra sopra la sua parola. Comportandosi secondo sulla sua Parola, facendo dunque la volontà di Dio, gli uomini non gli impediscono di operare anche ciò che essi mai potrebbero immaginare; trascurando la sua Parola, non facendo la volontà di Dio, essi si precludono l’intervento impensabile di Dio.

Ma in che modo l’uomo può predisporsi a riconoscere l’intervento del Signore? Come può egli continuare a sperare quando la speranza umana si spegne? Come può evitare di rinchiudersi nella sua incredulità, mettendo una pietra sopra al discorso della fede? Le due letture odierne, tratte l’una dall’Antico Testamento e l’altra dal Nuovo, indicano due vie di favorire la fede. Cominciamo dall’Epistola di Paolo ai Romani.     

In essa Paolo suggerisce la via della creazione. «Ciò che di Dio si può conoscere è […] manifesto; Dio stesso lo ha manifestato […]. Infatti le sue perfezioni invisibili, ossia la sua eterna potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da lui compiute». In un mondo ormai abituato a guardare alla creazione e alle creature come semplice materiale inerte, da sfruttare e trasformare, sfugge facilmente l’origine divina di ogni realtà terrena, l’impronta del Creatore che è all’origine di ogni cosa. L’invito di Paolo, fatto nella forma del rimprovero di chi soffoca la verità della creazione, trattandola ingiustamente, è di cogliere in essa la gloria di Dio, ovvero la sua presenza.

Alla vita della creazione, indicata nella lettera ai Romani, il libro del Deuteronomio affianca quella della storia. Nella storia, ancor più che nella natura, l’intervento del Signore appare evidente. La storia di Israele, conosce l’intervento fondamentale dell’Esodo dalla schiavitù dell’Egitto alla volta della terra promessa, ove scorre latte e miele. In tale intervento è riconoscibile la grammatica di ogni intervento di Dio, che sempre agisce nella storia personale e comune degli uomini sottraendoli ad ogni forma di morte per dare loro la vita.

 Lo sguardo ammirato alla natura primaverile, la memoria della provvidenza divina nella nostra storia sono anche per noi un modo per predisporci a cogliere le insospettabili energie della Risurrezione pasquale del Crocifisso.

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