5. L’amore non tiene conto del male ricevuto

L’amore rispettoso non compie azioni che feriscono l’altro, evita all’altro ogni male. Ma anche questo carattere dell’amore cristiano non ne esaurisce la grandezza. L’amore cresce fino all’iperbole nel perdono. Il perdono è il dono d’amore elevato alla massima potenza. Nel perdono, l’amore non tiene conto del male ricevuto, ma lo dissolve abbracciandolo. La grandezza del perdono è illuminato, per contrasto, nella parabola del servo spietato.

Pietro gli si avvicinò e gli disse: «Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette. A proposito, il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito. Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: “Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: “Paga quel che devi!”. Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito”. Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello».


Mt 18,21-35

Nel mezzo della parabola, un servo impone all’altro il pagamento del debito. Così, talvolta, avviene nel bel mezzo della vita, quando sorgono i conflitti e l’amore degli inizi è messo alla prova. I conflitti sono di diversa tonalità emotiva e diversamente si manifestano: c’è l’ira che esplode evidente nella violenza verbale e persino fisica; c’è il rancore che cova in segreto la vendetta; c’è il lamento continuo che considera l’altro un errore ormai commesso, il male inevitabile; c’è la delusione rispetto a quello che si immaginava di trovare.

Alla radice del conflitto c’è un debito. Questo debito – lascia intendere il Vangelo – è reale. Il creditore non sta falsando i conti: l’altro effettivamente gli deve qualcosa. Il Vangelo illumina la vita amorosa e rivela che in amore la situazione non è di perfetta parità: capita che l’uno sia in debito nei confronti dell’altro. Ciò invita a non cadere in un certo idealismo che immagina soprattutto il rapporto di coppia come un patto al riparo da ogni ingiustizia. L’illusione ideale, scontrandosi con la vita reale, si trasformerà prima o poi in delusione e frustrazione.

La parabola invita a non negare il debito, ma a riconoscerlo. L’amore è sotto un certo aspetto un debito che si contrae nei confronti dell’altro: l’altro è in debito del dono della mia vita. Questo debito reciproco, assunto per amore, deve fare i conti con i limiti, l’immaturità, le resistenze, le crisi, i peccati che ciascuno, in quanto persona umana, porta con sé.

Quando l’altro, invece che vivere come ha promesso, non corrisponde al debito d’amore che liberamente ha scelto, cosa capita? Una possibilità – come si è detto – è il sorgere del conflitto: «Tu mi devi questo e quest’altro, te la farò pagare…». Il criterio della relazione diviene quello della legge da osservare: patti chiari e amicizia lunga. La trasgressione del patto amoroso non si riduce al tradimento, ma contempla innumerevoli modi e sfumature meno appariscenti, ma non per questo meno insidiose. Prima che un atto manifesto, il tradimento è realtà che germina nel cuore. Prima che relazione con un “amante”, il tradimento è disaffezione verso l’amato.

In amore può anche capitare di essere in credito nei confronti dell’altro. La parabola invita chiaramente a non impugnare il proprio credito come un’arma per condannare l’altro. Chi è in credito non solo è invitato a non pretendere il dovuto, ma addirittura gli è richiesto di condonare il debito.

Prima di affrontare l’obiezione che immediatamente può sorgere – «ma allora, se uno deve sempre perdonare, l’altro può trasgredire come e quando vuole, tanto sarà sempre perdonato…» – consideriamo il vantaggio dovuto al superamento del puro criterio dell’osservanza dei patti. Il servo insolvente viene buttato in prigione, o addirittura potrebbe essere venduto, cioè ridotto in schiavitù insieme alla moglie, ai figli e ai suoi beni. Questo è l’esatto contrario della logica che l’amore intende promuovere, e cioè lo scioglimento di ogni legame di schiavitù per vivere nella libertà reciproca, porsi oltre la logica della legge per vivere d’amore. La condanna del debitore si ripercuote sul creditore: la fine dell’amore priva entrambi del bene più prezioso. Se nella barca si è aperta una falla, è inutile e anche stupido rinfacciare all’altro la colpa. È certamente più saggio e utile mettersi insieme al lavoro insieme per ripararla. L’alternativa è che si finisca entrambi affogati.

I gesti dell’amore sono i gesti della gratuità. La massima gratuità è quella del perdono, la forma per eccellenza dell’amore. Nel perdono la gratuità risplende senza possibili ambiguità. Il perdono non è perdonismo, ovvero chiusura non di uno ma di entrambi gli occhi, ma possibilità concessa all’altro affinché, conoscendo la gratuità dell’amore, possa pagare il debito amoroso che ha liberamente contratto. Marito e moglie, per esempio, possono trasformarsi nel servo che afferra l’altro alla gola, col proposito di soffocarlo. Marito e moglie possono però essere l’un per l’altra il padrone che, pur avendo tutte le ragioni dalla sua parte, perdona per amore. Così facendo essi consentono al Signore di manifestarsi nella vita di coppia come Colui che dà la forza di perdonare e che perdona. Nel perdono scambiato tra i coniugi è infatti all’opera l’amore divino.

Per togliere ogni ombra di dubbio al fatto che il perdono sia la legittimazione dell’ingiustizia, non si dimentichi che la sorte riservata al servo malvagio è di finire in mano agli aguzzini. Il perdono è in vista della ritrovata comunione matrimoniale. Laddove un coniuge non avesse alcuna intenzione di riconoscere il debito che ha contratto, ma giocasse ambiguamente sulla bontà dell’altro, magari pretendendo di essere perdonato in nome del Vangelo, l’altro coniuge non dovrà essere tanto ingenuo da cadere in una logica che, invece di favorire la responsabilità, diviene complice dell’irresponsabilità altrui.

Come si potrà perdonare? Dove trovare la forza del perdono, non solo nei primi sette giorni di matrimonio e neanche solo nei primi sette mesi o sette anni, ma sempre? Il perdono è un gesto di grazia, è gratis. Senza la grazia il perdono è uno sforzo sovraumano o, al massimo, un obbligo cui piegare il capo per via del comandamento di Gesù. La grazia del perdono non è reperibile che come dono. Il perdono coniugale, cemento dell’amore indissolubile, è dono dello Spirito santo. Dio è in debito d’amore nei confronti dei coniugi: a Lui essi possono attingere sempre, senza temere di esaurirne le riserve. Solo in questa prospettiva il comandamento cristiano del perdono viene sottratto alla banalizzazione moralistica e conserva il suo carattere di «evangelo», di lieto annunzio. Solo così il perdono può essere annunciato come credibile impegno: gratuitamente avete ricevuto il perdono, gratuitamente perdonate.


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