6. L’amore non gode dell’ingiustizia

L’amore non accumula beni per sé a danno dell’altro; al contrario è disposto a dare i propri beni per corrispondere al bisogno dell’altro, anche quando questo gli risulta tutt’altro che spontaneo. Come tale, l’amore non gode dell’ingiustizia, non si rallegra della disparità tra il proprio benessere e il malessere altrui. Il contrasto con questo atteggiamento dell’amore è chiaramente scolpito nella parabola del ricco cattivo e del povero Lazzaro.

C’era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando nell’inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura. Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino a noi. E quegli replicò: Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento. Ma Abramo rispose: Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro. E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno. Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi

(Lc 16,19-31)

Lo stile di vita dell’uomo ricco abbonda di benessere: il suo corpo è elegantemente vestito, il suo palato raffinatamente soddisfatto. La soddisfazione per la sua condizione di vita lo apparenta all’agricoltore facoltoso di un’altra parabola, che per via dei magazzini stracolmi diceva a se stesso: «Riposati, mangia, bevi e datti alla gioia» (Lc 12,19). Per la verità quel ricco sembra non abbia potuto soddisfare il suo proposito, restando con l’acquolina in bocca per via della morte che, nottetempo, lo raggiunse improvvisamente. Il ricco della parabola sopra riportata, invece, da tempo gode dei piaceri degli occhi e della gola. Non è insolito per lui il piacere della tavola: si fa notare, infatti, che egli banchettava lautamente non occasionalmente, ma «tutti i giorni».

La differenza fondamentale che nella parabola dell’agricoltore facoltoso era taciuta e in quest’altra parabola balza in primo piano è il diretto ed esplicito riferimento al povero, a colui che sta al polo opposto del benessere, nell’indigenza totale. La parabola, finemente, non attribuisce all’uomo ricco la colpa per la condizione del povero Lazzaro e nemmeno esclude che quest’ultimo abbia qualche responsabilità nel trovarsi così malridotto. L’amore per l’altro non è dovuto sulla base della propria diretta responsabilità per la sua povertà e nemmeno sulla base dell’innocenza dell’altro. L’amore è dovuto semplicemente perché l’altro, senza aiuto, rischia la vita.

L’amore cristiano non è un generico sentimento e nemmeno un’intensa commozione o compassione solo esteriore. L’amore cristiano, come ebbe a precisare Gesù e come Lui visse «sino alla fine» (Gv 13,1), è il dono della propria vita per la vita degli altri: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13).

Questa concezione amorosa spinge anche a rivedere il concetto di giustizia. Giusto non è chi si limita a non sottrarre i beni agli altri, accontentandosi di osservare la lettera del comandamento: «non rubare». Giusto è chi pratica la legge dell’amore, per la quale anche l’omissione di soccorso è trasgressione. L’amore cristiano dunque, non solo non commette l’ingiustizia, ma nemmeno si compiace della propria giustizia, del non essere, cioè, responsabile del male altrui. Non gode dell’ingiustizia, nemmeno quando essa non dipende direttamente da lui. Nondimeno, il suo atteggiamento non è di complicità con l’ingiustizia, nemmeno a livello di sentimento interiore.

Una concezione della giustizia che fa della vita dell’altro il criterio di riferimento del proprio comportamento, non accontentandosi di non fare nulla direttamente contro di lui, nemmeno assume come alibi per sentirsi «a posto» il fatto di concedere all’altro il proprio superfluo. Si dice che Lazzaro giaceva alla porta «bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco». Non ci sono difficoltà particolari nell’immaginare che Lazzaro ottenne i rifiuti della mensa del ricco e, fors’anche, qualche avanzo. Ancora oggi, su scala mondiale, i poveri ricevono dai ricchi ciò che i ricchi possono regalare senza che il loro livello di benessere subisca alcuna diminuzione. Ciò che avviene su scala mondiale o personale in riferimento al cibo e agli altri beni di consumo capita anche nelle relazioni amorose in riferimento al bene dell’attenzione all’altro. Non è, infatti, così raro che l’uno sia tanto compiaciuto di se stesso da usare per l’altro solo briciole di attenzione. Sono talvolta briciole nemmeno intenzionalmente offerte, ma occasionalmente concesse all’altro che per ottenerle ha magari dovuto persino umiliarsi.

La ricerca del proprio godimento può giungere sino all’indifferenza di fronte all’ardente desiderio d’amore dell’altro. Ci si compiace, anzi, dello scarto tra la propria autosufficienza, che non ha bisogno di nulla perché ha tutto in sovrabbondanza, e la necessità dell’altro, che è privo di tutto e non può contare su nulla. Il confronto con l’indigenza dell’altro può indurre a stringersi nelle vesti morbide della propria indifferenza, godendo della propria sufficienza. L’indifferenza per la condizione dell’altro può però crescere ancora e arrivare all’impassibilità non solo di fronte all’umiliarsi dell’altro, ma anche all’umiliazione che gli viene inferta. L’indifferenza dell’uomo ricco non è scalfita nemmeno dal fatto che il povero Lazzaro, coperto di piaghe, riceve solo l’attenzione dei cani, attenzione che umilia l’uomo sino al livello subumano degli animali. Lo scarto tra lo standard di benessere del ricco e di malessere del povero, scivolato al di sotto del livello di sopravvivenza umana, appare abissale.

L’omissione dell’amore per l’altro può anche gonfiare la vita di benessere, ma intanto, nascostamente, scava un abisso di vuoto da cui, prima o poi, saliranno i tormenti infernali della solitudine. La parabola rappresenta l’esito inquietante di chi omette l’amore, godendo dell’ingiusta indigenza di chi ne abbisogna, collocando il ricco, dopo la morte, tra i tormenti dell’inferno, diviso da un «grande abisso» dal povero Lazzaro, cullato di consolazione nel seno di Abramo. La fine del benessere personale scopre la vergogna dell’assenza di amore: allora si comprende che una sola goccia di attenzione amorosa vale più di tutto il proprio benessere. L’irreversibilità della separazione tra il ricco e il povero dichiarata da Abramo: – «Tra voi e noi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, ne di costì si può attraversare fino a voi» – lascia intendere che la perdurante indifferenza amorosa può giungere ad un punto di non ritorno. Nessun richiamo, nessun miracolo a quel punto potrebbero sciogliere la durezza di cuore di chi non ha avuto occhi che per il proprio benessere. L’amore per l’altro è questione tanto seria da incidere irrimediabilmente sul destino della propria vita.

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