Domenica delle Palme

Messa nel giorno

Is 52,13-53,12; Sal 87(88); Eb 12,1b-3; Gv 11,55-12,11

Con l’odierna celebrazione si apre il portale della Settimana autentica, l’origine e il modello di ogni altro tempo liturgico. In essa infatti, la celebrazione della Pasqua, che sempre la Chiesa ripropone, avviene secondo ritmi e riti che evocano più da vicino gli eventi della passione, morte e risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo. Con quale disposizione varcare la soglia di questo portale per fare ingresso nella Settimana santa? Dove guardare? Che cosa pensare? L’Epistola tratta dalla lettera agli Ebrei ci offre le indicazioni opportune. «Fratelli, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù». Tenere fisso lo sguardo su Gesù: questa è la raccomandazione all’ingresso nelle celebrazioni pasquali. Affinché possiamo fissare lui, Gesù, la prima lettura odierna tratta dal libro di Isaia, ne presenta la figura. Si tratta di uno dei canti riguardanti «il servo del Signore», che anticipa profeticamente la figura di Gesù. La tradizione cristiana, fin dalle origini, ha visto nella misteriosa figura del servo del Signore, il ritratto di Cristo sprofondato nel dolore della passione mortale e innalzato nella gloria della risurrezione. Guardando a Gesù, rappresentato dalla profezia di Isaia, si resta tutt’altro che attratti. Lo spettacolo appare piuttosto raccapricciante. Il testo esprime lo sconcerto riferendosi a lui «come a uno davanti al quale ci si copre la faccia». Ma perché si chiudono gli occhi di chi guarda a Gesù? Che cosa induce a distogliere lo sguardo da lui? La descrizione del testo profetico è tanto eloquente da sconsigliare ogni commento. «Molti si stupirono di lui – tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo»; «Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere». La terribile condizione in cui versa il servo del Signore è riassunto nell’espressione che lo definisce «uomo dei dolori che ben conosce il patire». Ma vi è un motivo ancor più sconcertante che lo sguardo fisso sul servo del Signore mette in luce, ed è il fatto che il gorgo di dolore nel quale appare sommerso è del tutto immeritato e ingiusto. «Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo», annota il profeta, affermando che la violenza mortale gli è stata inflitta «sebbene non avesse commesso violenza né vi fosse inganno nella sua bocca». Non è ancora tutto. Il servo del Signore è immerso nei patimenti, è immerso ingiustamente nel dolore ed è immerso per l’iniquità degli uomini. «Disprezzato e reietto dagli uomini, […] era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima […]. Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità». Giunti a questo punto non è spontaneo tenere ancora lo sguardo fisso su Gesù. Viene più naturale distoglierlo, o chiudere gli occhi. Così facendo rischieremmo però di non vedere ciò che ha dell’incredibile e tuttavia costituisce la quintessenza del mistero pasquale di Gesù. Se di primo acchito sembrerebbe che egli sia vittima della violenza divina, addirittura «castigato, percosso da Dio e umiliato», allo sguardo attento egli appare più forte di ogni dolore. Il Servo del Signore, infatti, non è preda del male, che lo avrebbe sopraffatto. Egli ha liberamente accettato che la violenza maligna si scaricasse contro di lui, affinché così esaurisse la sua forza distruttiva. «Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori». Questo atteggiamento di suprema pace di fronte alle potenze del male traspare luminosa nel suo incredibile comportamento: «Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca». La descrizione sottolinea come, per quanto sottoposto ai patimenti, il servo del Signore non sia forzato a subirli. Per quanto paradossale appaia, egli si sottomette liberamente alla sofferenza. «Ma perché!?» verrebbe da urlare, perché non impiega la sua divina potenza per distruggere con un sol gesto i malvagi che ingiustamente lo tormentano a morte? Lo sguardo fisso su Gesù diviene a questo punto abbagliato, tanto è superiore la luminosità che da lui sprigiona. Vi è un solo motivo che può condurre il servo del Signore sino a dove giunge. Ed è che l’«uomo dei dolori» è il «Dio dell’amore». l’umanità di Gesù può a tal punto accettare di soffrire, sino ad essere sfigurato, perché in essa pulsa un amore supremo, un amore più forte della violenza mortale, l’amore stesso di Dio. Ma come poterlo riconoscere? Quali occhi possono vederlo? In che modo tenere lo sguardo fisso su Gesù sino a intravedere, tra i flutti della sofferenza, la profondità dell’amore? Il brano odierno del vangelo prospetta due figure, l’una che illustra la disposizione giusta, l’altra la disposizione sbagliata nei confronti di Cristo. La disposizione giusta, che consente a chi la pratica di vedere e gustare l’amore di Cristo è quella di Maria, la quale, con tutto se stessa, spirito e corpo, si prende cura di lui. Maria, che sembra persino esagerare “sprecando” il prezioso profumo, in verità corrisponde alla totale gratuità dell’amore divino, sintonizzandosi in modo tale da saperlo riconoscere. La disposizione opposta, cieca rispetto all’amore di Cristo, è quella di Giuda, che calcolando i costi e i ricavi non può riconoscere l’amore di Dio nella vicenda di Gesù, e non può concepire coma la sofferenza possa raccontare l’amore. Sulla soglia della Settimana santa, lo sguardo a Maria di Betania e a Giuda Iscariota ci suggeriscono l’atteggiamento giusto da assumere la prima, e quello da fuggire il secondo, affinché i nostri occhi imparino a riconoscere nella passione di Gesù il racconto glorioso dell’amore di Dio.

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