Domenica di Pasqua «nella Risurrezione del Signore»

At 1,1-8a; Sal 117(118); 1Cor 15,3-10a; Gv 20,11-18

A seguito dell’ultimo grido di Gesù sulla croce cala un silenzio totale. L’abisso della morte inghiotte la voce viva di colui che se ne va: resta la memoria delle sue parole e del suono della sua voce, la quale però, ne acuisce ancor più l’assenza. Con questo senso di vuoto, segnalato dalle lacrime che le velano gli occhi, Maria di Magdala, la prima persona che Gesù incontra dopo la sua resurrezione, si presenta sulla scena del vangelo odierno. La trasformazione della sua voce, prima rotta dai singhiozzi, poi squillante di meraviglia, quindi ansiosa di annuncio, racconta di come nasca la fede in Cristo Risorto.

La voce addolorata di Maria racconta anzitutto che la fede nella risurrezione sorge a seguito dell’esperienza della morte. La morte segna lo scacco della vita, l’ostacolo in cui inciampa, la fossa in cui precipita. L’uomo può guardare alla morte solo da fuori, come Maria che stava all’esterno, vicino al sepolcro, magari chinandosi solo un poco, proprio come lei, cercando cioè di penetrare, attraverso i pensieri, le sensazioni, i sogni, talvolta ricorrendo alla magia, in una condizione che gli resta, però, impenetrabile. Per quanto si cerchi di sapere, tutto quello che umanamente si può dire della morte è il silenzio esteriore di chi è senza vita e il vuoto interiore di chi continua a vivere. L’impossibilità umana di superare la morte si traduce al massimo nella rassegnazione di chi fa del corpo del defunto e della sua tomba il regno della sua pur minima presenza. E tanto basta, perché il cuore sia confermato di un legame che non è finito, di un amore che permane, di una persona che continua a vivere – si dice – nei nostri cuori. La fede nella risurrezione non evita il travaglio, l’elaborazione del lutto. La resurrezione non può essere proclamata se non a seguito dell’annuncio della morte. Come Maria, i credenti non sono risparmiati dalla dura e dolorosa constatazione dell’impossibilità dell’uomo a garantirsi la vita.

Seguendo il filo narrativo del racconto evangelico si ascolta, improvvisamente, il cambio di tono di Maria che passa dalla sconsolata constatazione della morte di Gesù, della sua totale assenza – «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto» – allo stupore incontenibile del riconoscimento di Gesù: «Ella si voltò e gli disse in ebraico: “Rabbunì!” – che significa: «Maestro!». Che cosa è avvenuto? Gesù è comparso, sembrerebbe ovvio rispondere, ma in realtà, stando al racconto evangelico, Gesù era già vicino a Maria, la quale però «non sapeva che fosse Gesù», «pensando che fosse il custode del giardino». Come è possibile che Maria, l’unica discepola, insieme alla madre di Gesù e al discepolo amato, Giovanni, a seguire il Maestro sino al suo ultimo respiro, avendolo già seguito per lungo tempo, non lo riconosca immediatamente? La narrazione evangelica insegna che il Risorto è presente al mondo in una forma diversa dal suo modo di essere presente prima della morte; il suo riconoscimento non avviene attraverso i sensi con cui gli uomini percepiscono la presenza degli altri nella loro vita terrena. Ma il racconto evangelico insegna anche che, per quanto diverso il modo della sua presenza, è lo stesso Gesù a presentarsi a Maria: il Risorto e il Crocifisso sono la medesima persona. Questa verità, che apprendiamo dal racconto della prima apparizione del Risorto a Maria di Magdala, è divenuta il cuore stesso della fede cristiana, il primissimo nucleo messo per iscritto attorno al quale sono cresciuti tutte le Scritture del Nuovo Testamento.

La conferma è data da Paolo nella prima lettera ai Corinzi, proposta oggi non certo casualmente, come epistola: «A voi ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture».

Resta ancora una domanda, ed è quella decisiva, da porre al testo evangelico: come è stato possibile il riconoscimento di Cristo Risorto da parte di Maria di Magdala, dato che egli, pur essendo il medesimo, non si presenta allo stesso modo del Gesù terreno morto sulla Croce? Il segreto sta nella voce, nella voce di Gesù che Maria, prima ancora di voltarsi verso di lui, infallibilmente riconosce. Sembrava che i sensi fossero incapaci di percepire la presenza del Risorto, ma dobbiamo correggere quell’impressione, almeno nel caso di Gesù. Se cioè noi non possiamo attraverso il nostro modo di conoscere, che passa necessariamente per i sensi, percepire la presenza attuale di chi è già morto, nondimeno possiamo attraverso l’udito percepire la presenza del Risorto. E ciò avviene quando la sua voce, contenuta nelle Scritture, giunge diretta a noi, ci chiama per nome, è infallibilmente percepita come rivolta a noi. Non è forse capitato che l’annuncio del Vangelo abbia colto nel segno, comunicandoci l’impressione vivida che, non semplicemente abbiamo ascoltato qualcosa, ma che qualcuno ci ha parlato? Certo, lo sappiamo anche solo considerando ciò che avviene su questa terra, non è detto che ciò che giunge ai nostri orecchi sia ciò che effettivamente ascoltiamo. Tra il sentire e l’ascoltare vi è di mezzo l’attenzione, e l’attenzione è una disposizione dell’intera persona, a partire dal centro del cuore. Maria non avrebbe potuto riconoscere il Signore Risorto se egli non le avesse rivolto la parola personalmente. Maria è la prima a riconoscerlo forse perché proprio in lei l’attenzione amorosa del cuore era più vivida che in ogni altro discepolo.

Vi è ancora un cambiamento di tono nella voce di Maria, sul quale si conclude il brano evangelico. È il tono della testimonianza. L’incontenibile meraviglia di Maria non viene fissata nell’immobilità dell’incanto: «Gesù le disse: “Non mi trattenere”», ma orientata all’annuncio: «Và dai miei fratelli». A Maria è chiesto di farsi carico del lutto dei discepoli, di rompere il cerchio umano che si chiude con la morte annunciando le parole del Risorto. «Maria di Magdala andò ad annunziare ai discepoli: “Ho visto il Signore!” e ciò che le aveva detto». La fede nella risurrezione sboccia laddove la vita muore, quando un uomo o una donna prestano attenzione alla Parola di Dio. La fede nella risurrezione si dilata laddove i cristiani, più che non le loro parole, comunicano la Sua parola, perché altri possano credere. Nella prima lettera ai Corinzi Paolo ricorda che il Risorto «apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta […]. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto». Molti secoli sono passati da questi fatti, ma il Risorto non conosce più alcun limite di tempo. E attende occhi che, riconoscendolo, possano brillare di quella luce che rende credibile al mondo la sua presenza di vita.

error: Contenuto coperto da copyright