Giovedì santo

Messa nella Cena del Signore

Gio 1,1-3,5.10; 1Cor 11,20-34; Mt 26,17-75

Fides ex auditu. La fede nasce dall’ascolto, e l’ascolto comincia quando si ode la voce. Il suono delle parole giunge all’orecchio veicolando il messaggio in esse contenuto. Entriamo dunque, nuovamente, nel racconto degli eventi culminanti della vita di Gesù, la sua passione, morte e risurrezione, così da intendere il significato della Parola di Dio, che attraverso le varie voci di Gesù, dei Dodici, di Pietro, di Giuda, dei sacerdoti, dei soldati, della gente si rivela.

Il racconto della Pasqua comincia con le indicazioni per i preparativi. La domanda dei discepoli: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?» è il preludio della voce di Gesù, già carica della trepidazione per l’imminenza degli eventi: «Il mio tempo è vicino» e del desiderio di intimità: «Farò la Pasqua […] con i miei discepoli». L’amore di Gesù si è espresso dando voce al suo sogno di comunione vera e profonda con gli uomini, riassunti nel gruppo dei Dodici. Ma l’amore, se vuole essere tale, non può non essere vero, e la verità dell’amore di Gesù deve superare la prova del tradimento. A costo di rovinare un momento solenne ed esteriormente tutto in ordine, Gesù non tace la presenza, nel cuore della riunione degli amici, del serpeggiante tradimento: «,». L’amore non sopporta altro che la verità, anche quando l’ammetterla incrina la voce addolorandola. Amore e verità sono espresse dall’unica voce di Gesù, perché l’amore è tale se è vero e la verità è tale se è amorosa. L’amore senza verità è inganno; la verità senza amore è condanna: due diversi modi di ferire mortalmente il prossimo.

Rispetto alla voce dell’amore vero, quella del tradimento stride scandalosa. Le diverse pieghe del tradimento sono espresse dalle voci dei discepoli, a cominciare dalla loro domanda a Gesù: «Sono forse io, Signore?», dalla quale trapela già l’insicurezza circa la verità del loro amore nei suoi confronti. Quando anche, come di lì a poco, una voce tra quelle dei discepoli si alzerà ostentando sicurezza e garantendo fedeltà – «Se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai» – subito Gesù ne svelerà la presunzione: Pietro, colui che così parla, rinnegherà ripetutamente il Maestro.

L’ombra del turbamento che intorbida la voce dei discepoli diviene oscurità tenebrosa nella voce di Giuda. Anche lui, come ciascuno degli altri, si rivolge a Gesù dicendo: «Rabbì, sono forse io?». La voce del turbamento di tutti i discepoli diviene, in Giuda, voce del tradimento. Di lì a poco, essa diventerà ancora più sinistra, quando si condenserà nel bacio con cui il discepolo traditore identificherà Gesù davanti alla «grande folla con spada e bastoni» giunta ad arrestarlo. Il bacio, proprio il bacio, il gesto più eloquente per esprimere l’amore quando le parole più non bastano, viene stravolto sino a significare la sentenza di morte.

Quando, già nel cenacolo, le voci sommesse dei discepoli lasciano presagire il peggior tradimento, la voce di Gesù giunge come il suono limpido e struggente di un violino solista che s’erge sopra i rumori confusi dell’orchestra incantando l’attenzione degli ascoltatori: «Prendete, mangiate: questo è il mio corpo»; «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza». Ciò che stupisce della voce di Gesù, al punto da convincere che la sua è una voce che viene da un altro mondo, è l’assenza di ogni tono di risentimento e di chiusura. Le sue parole, anzi, esprimono il desiderio di darsi senza risparmio, di concedersi sino in fondo, sino ad essere consumato come avviene per il boccone di pane e il sorso di vino che scompaiono in chi mangia e beve divenendo suo nutrimento.

Dare la vita per amore, sino a perdersi nell’altro è l’atto più beato che un uomo o una donna possono vivere, ciò a cui sono predestinati. La beatitudine amorosa avviene quando chi è amato corrisponde all’amore, amando anch’egli sino a dare la vita per chi gliela offre. Quando invece l’altro non corrisponde al dono, ma lo disprezza rifiutandolo, allora dare la vita significa anche morire di dolore. Non viene meno, se l’amore è autentico, il dono di sé. Esso però non viene accolto tra le braccia della tenerezza, ma soffocato dai pugni della violenza.

Il dramma dell’amore rifiutato e violato è impresso nella tristezza infinita e nell’angoscia abissale della voce di Gesù nel podere del Getsemani: «La mia anima è triste fino alla morte»; «Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». Lo smarrimento della voce di Gesù, che l’angoscia vorrebbe risucchiare come in un gorgo, sino a soffocarla, trova ormai solo una direzione cui rivolgersi: quella del Padre. È nel colloquio sofferto e intimo con Dio che la voce di Gesù passa dal tono oppresso, a quello affidato, a quello deciso. Ecco in sequenza i tre toni: «Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu»; «Padre mio, se questo calice non può passare via senza che io lo beva, si compi la tua volontà»; «Ecco l’ora, è vicina e il Figlio dell’uomo viene consegnato in mano ai peccatori».

A seguito del suo arresto, la voce amabile di Gesù verrà soffocata da una pletora di voci e ridotta infine, al silenzio. Tra le voci più implacabili spiccano quelle dei sacerdoti e di tutto il sinedrio davanti al quale Gesù viene condotto. E fra di esse s’erge quella scandalizzata del sommo sacerdote Caifa, prima voce suadente nel chiedere a Gesù: «Ti scongiuro, per il Dio vivente, di dirci se sei tu il Cristo, il Figlio di Dio», e poi, a fronte della risposta affermativa di Gesù: «Tu l’hai detto», voce di condanna sommaria e inappellabile: «Ha bestemmiato! Che bisogno abbiamo ancora di testimoni?».

Il giudizio iniquo del sinedrio poteva contare sulla voce dei «molti falsi testimoni» convocati per mandare a segno il proposito omicida. Nel coro delle voci maligne, oltre a quelle dei giudici iniqui spuntano anche le voci dello scherno e della delazione. Le voci dello scherno, anzi, – «Fa’ il profeta per noi, Cristo! Chi è che ti ha colpito?» – si raggrumano nella saliva di chi gli sputa in faccia e lo percuote nei pugni. Le voci dei delatori sono quelle delle serve e degli altri presenti che, scorgendo Pietro nel cortile, rendono pubblica la sua identità. La gente, si sa, teme il potere e lo serve. La convulsione delle voci impedisce ormai a Gesù di parlare. Egli, sapendo ormai di non avere più nessun ascolto, affonda nel silenzio il suo ultimo messaggio d’amore: «Gesù taceva». Quel suo eloquente silenzio non sembra scalfire la sordità di tutti, che anzi, ancor più alzano la voce: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?». Eppure il silenzio amoroso di Gesù comincia già a far breccia anche nei cuori che si erano irrigiditi nel non volerlo ascoltare. Al canto del gallo «Pietro si ricordò della parola di Gesù, che aveva detto: “Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte” e, uscito fuori, pianse amaramente».

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