Venerdì santo

Celebrazione della Passione del Signore

Is 49,24-50,10; Is 52,13-53,12; Mt 27,1-56

L’eloquente silenzio amoroso di Gesù non lascia scampo. Se però, come nel caso di Pietro induce al pentimento, per altri diviene motivo di maggior odio. È l’odio che serpeggia nel vociare dei capi dei sacerdoti e degli anziani del popolo che «tennero consiglio contro Gesù per farlo morire». Ma poiché la voce che condanna l’innocente rivela a colui stesso che la emette la sua colpa, ecco che essa si riveste di ipocrisia, facendo sembrare che quanto di ingiusto si sta perpetrando è operato secondo la legge. L’ipocrisia dei responsabili della condanna a morte di Gesù traspare chiara dalle parole a riguardo delle trenta monete d’argento rifiutate – troppo tardi – da Giuda: «Non è lecito metterle nel tesoro, perché sono prezzo di sangue». L’ipocrisia dei colpevoli che pretende mascherare il delitto non sfugge agli orecchi di Dio. La parola di Dio incalza subito la voce omicida, ricordando, per bocca del profeta Geremia, che quanto viene detto e fatto rientra nel drammatico svolgersi della storia di peccato degli uomini. «E presero trenta monete d’argento, il prezzo di colui che a tal prezzo fu valutato dai figli d’Israele, e lo diedero per il campo del vasaio».

L’incattivirsi ipocrita non è l’unica reazione suscitata dal silenzio amoroso di Gesù. Un’altra forma di ostinazione sorge nel cuore di è responsabile della sua condanna. È quella di Giuda che pur riconosce il suo peccato: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente». Ma invece che prestare ascolto all’amore silenzioso di Gesù, Giuda si lascia assordare dalla voce ringhiosa del rimorso che gli divora il cuore. Senza ascolto dell’amore che perdona, la propria colpa diviene un macigno, che produce violenza su altri, sui quali si vorrebbe scaricarla, oppure un peso insopportabile per se stessi, al punto da finire schiacciati.

Il silenzio di Gesù, che già si nota nella scena dell’arresto connota anche la scena dell’interrogatorio davanti al governatore, Ponzio Pilato. All’incalzare di costui: «Non senti quante testimonianze portano contro di te?», Gesù «non gli rispose neanche una parola». L’evangelista Giovanni annota subito l’effetto del silenzio di Gesù su Ponzio Pilato, osservando che «il governatore rimase assai stupito». Il silenzio di Gesù meraviglia al punto da suscitare attenta considerazione. Pilato si trova nel campo di tensione tra le urla della gente che vuole la liberazione del «carcerato famoso» e la morte in croce di Gesù, e l’ammirazione per quell’uomo silenzioso che lascia intravedere una grandezza straordinaria. Lo stato interiore di Pilato trova voce nelle parole della moglie che gli sono riferite proprio mentre egli siede in tribunale: «Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi, in sogno, sono stata molto turbata per causa sua». Stretto tra le grida sconsiderate della gente e le considerazioni interiori circa il mistero di quel giusto che tace di fronte agli ingiusti, Pilato sfugge alla tensione, dando voce al disimpegno: «Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!». Così facendo, però, Pilato egli deve soffocare la voce interiore della sua coscienza che in modo nitido testimonia l’innocenza di Gesù, se è vero che Pilato stesso si rivolge agli accusatori di Gesù dicendo: «Ma che male ha fatto?».

Ma la voce della coscienza esige silenzio per essere ascoltata e prestare orecchio alle voci esteriori è un modo per metterla a tacere: «Essi allora gridavano più forte: “Sia crocifisso!». La violenza usa i toni forti per soffocare il sussurro dell’amore, e l’uomo, per la paura del grido violento degli altri, finisce per sopprimere la voce dell’amore. In tal modo, però, egli diviene un ingranaggio del sistema di morte. Soffocata la voce della coscienza personale, rimane l’urlo collettivo, voce di tutti e di nessuno, dentro il quale la propria responsabilità può facilmente confondersi e nascondersi. In fondo, ognuno della folla urlante potrà dire che la sua voce avrebbe potuto anche non esserci, tanto assordante era quella degli altri. Soffocata la fragile voce dell’amore, ora la furia omicida può scatenarsi irresponsabilmente, scorrendo lungo tutti i sentieri del male.

Molteplici e vari sono i toni del male che viene scagliato contro Gesù. Vi è il rombo tuonante della folla che, in un crescendo travolgente ogni ragione e pietà, alla domanda di Pilato: «Ma allora, che farò di Gesù, chiamato Cristo?» risponde compatta: «Sia crocifisso!», e alla replica del governatore: «Ma che male ha fatto?» grida ancora più forte: «Sia crocifisso!».

Alla voce anonima e sconsiderata della gente fa seguito la voce dello scherno, emessa dalla truppa dei soldati del governatore. Al riparo da ogni responsabilità – non si sentono essi solo gli esecutori materiali di una condanna che il potere legittimo e la volontà popolare hanno stabilito? –, i soldati incidono nel corpo di Gesù la violenza omicida aggiungendo l’umiliazione della derisione. «Inginocchiandosi davanti a lui lo deridevano: “Salve, re dei Giudei!». E il livore di quella parola si condensa nella saliva che gli sputano addosso.

La voce dello scherno dei soldati trova eco nel sarcasmo dei passanti che, vedendo Cristo ormai crocifisso tra i due malfattori scuotono il capo e prolungano gli insulti: «Salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!», moltiplicando le beffe: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso!», neppure risparmiando l’amore più grande di cui Gesù ha vissuto e per il quale muore: «Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora se gli vuole bene. Ha detto infatti: “Sono Figlio di Dio!». Nemmeno chi patisce la stessa tortura di Gesù ha una parola di attenzione per lui: «Anche i ladroni crocifissi con lui lo insultavano allo stesso modo». La furia delle voci che, rotti i timpani, gli hanno straziato il cuore sono entrate tutte in lui. Il silenzio di Gesù non le ha respinte ma le ha accolte, dilatando la sua pazienza, il suo patire sino alla misura massima e insuperabile di chi ama fino in fondo. E ora, anche per Gesù giunge il momento di affidare ad altri quel carico di male che lo schianta, affidarlo alle uniche mani che sono in grado di distruggerlo. Il silenzio sofferto di Gesù si traduce nel grido supremo che egli rivolge al cielo: «Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: “Elì, Elì, lemà sabactàni?”, che significa: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”». La ricerca angosciata del Padre sovrasta le voci di alcuni dei presenti che ancora non comprendono: «Costui chiama Elia. […] Vediamo se viene Elia a salvarlo!». La «gran voce» di Gesù ancora si leva in un grido che ormai sfuma nel respiro finale con egli rende lo Spirito al Padre.

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