Domenica in Albis depositis

(Ormai tolte le vesti battesimali)

II di Pasqua

Con la resurrezione di Gesù comincia la presenza esplosiva di Dio nella storia degli uomini; esplosiva perché la potenza vitale di Dio, attraverso l’umanità di Gesù, si diffonde nel mondo degli uomini, producendo i suoi effetti di vita. L’immagine plastica di questo effetto è ritratto nel vangelo, e precisamente nel soffio di Gesù: «Soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo”». L’immagine del respiro richiama immediatamente la vita: la vita spira da Gesù alla volta dei discepoli, affinché respirino la sua vita.

Nella lettera ai Colossesi, proposta come epistola, l’immagine del soffio che trascorre da Gesù ai discepoli viene ripresa con termini teologici: «È in lui [Cristo] che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità, e voi partecipate della pienezza di lui». In questa espressione, però, si tratta dei Colossesi, di cristiani, cioè, che non erano discepoli della prima ora, come invece gli apostoli sui quali – racconta il vangelo – soffiò il suo Spirito. Il respiro di Dio, soffiato dalla bocca di Gesù, raggiunge forse anche coloro che non erano presenti «la sera di quel giorno, il primo della settimana» nel «luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei»?  A questa domanda, che ci riguarda in prima persona, non essendo noi contemporanei degli apostoli, risponde l’episodio anch’esso raccontato nel vangelo. Si tratta del celebre episodio riguardante l’incredulo, ma poi credente, Tommaso. Non essendo con gli altri apostoli la sera dopo la resurrezione di Gesù, Tommaso non aveva avuto modo di vedere il Risorto. La testimonianza degli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!» non gli basta. Anzi, Tommaso dichiara che nemmeno la vista lo convincerebbe a credere; per lui sarebbe necessario il tatto: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Stando al racconto evangelico, Tommaso, al momento della apparizione del Risorto, non risulta così incredulo come sembrava dalla sua dichiarazione. Non appena vede il Crocifisso Risorto che lo invita a toccare le sue mani e il fianco, senza di fatto toccarlo, pronuncia la più alta professione di fede registrata nei vangeli: «Mio Signore e mio Dio!». Ma l’incontro del Risorto con Tommaso va oltre l’insegnamento che non è necessario toccare per credere, giungendo sino a insegnare che nemmeno è necessario vedere per credere. Le parole di Gesù sono il succo dell’intero episodio: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

Vi sono dunque coloro che credono pur senza aver visto il Crocifisso Risorto. A ben considerare, coloro che hanno visto sono un’infinitesima parte dei credenti che lungo tutta la storia del cristianesimo hanno creduto senza vederlo. Come si può sovvertire il proverbio, frutto della sapienza popolare, per cui bisogna “vedere per credere”? La ricerca di una risposta ci riporta al soffio di Gesù, all’invisibile Spirito che il Risorto comunica ai suoi discepoli e che, attraverso loro, è destinato a tutti. Quel soffio non è visibile, eppure, come il vento, anch’esso invisibile, si sente e si vede per i segni che effettua, il fruscio e il muoversi delle foglie, per esempio.

Le parole con cui Gesù accompagna il soffio dello Spirito indicano due effetti maggiori, la pace e il perdono. Pace e perdono che sono poi un’unica realtà, quella dell’amore grande che giunge sino ad amare il nemico. Il segno dato per credere è l’amore del prossimo, il beneficio recato a chi è nel bisogno. Dove è amore del prossimo, bene per l’altro, lì è all’opera lo Spirito del Signore. L’amore del prossimo andrebbe meglio precisato. Esso non è misurabile sul bene che io sento per lui, ma sul bene che lui riceve da me. Ci sono forme di amore del prossimo che, in verità, sono forme larvate di egoismo, in cui ciò che conta è l’amor proprio e non il bene dell’altro. Da questo punto di vista il perdono e la pace sono la forma più limpida di amore del prossimo, perché mostrano che ciò che si ha a cuore non è l’aver ragione o l’astratta affermazione di un principio, ma la relazione con l’altro. Non è detto che dove vediamo segni di amore del prossimo nasca automaticamente la fede nella presenza operativa del Risorto. Gli Atti degli Apostoli attestano come anche il beneficio recato a un uomo infermo non convince i capi del popolo e gli anziani a credere in Gesù Cristo. Non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere. Il perdono offerto dal Risorto liberi i nostri occhi da pagliuzze e travi che impediscono di vederlo operare, cosicché anche attraverso di noi sia possibile cogliere la sua presenza tra gli uomini.

error: Contenuto coperto da copyright