III domenica di Pasqua

At 28,16-28; Sal 96(97); Rm 1,1-16b; Gv 8,12-19

La Pasqua di Resurrezione compie in maniera definitiva la Rivelazione di Gesù Cristo come il Figlio di Dio. Mediante suo Figlio, il Padre si manifesta pienamente agli uomini, cosicché essi possano conoscerlo ed entrare in intima relazione con Lui. L’ultima battuta del vangelo odierno contiene l’affermazione che, già nel corso della sua vita terrena, Gesù aveva fatto circa la sua relazione con Dio: «Voi non conoscete né me né il Padre mio, dice rivolgendosi ai farisei che contestavano la sua identità divina, aggiungendo poi: «Se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio». Se Gesù Cristo è colui nel quale Dio si rende umano, allora è attraverso di lui che gli uomini sono illuminati circa chi sia Dio e, insieme, circa il senso della loro vita: perché sono al mondo, da dove vengono, verso dove vanno. Esplicito a questo riguardo è lo stesso Gesù in apertura al testo evangelico: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita». La luminosità di Gesù, la sua trasparenza rispetto al mistero di Dio non è però riconosciuta dagli uomini che, anzi, come segnala ancora una volta il testo evangelico, dichiarano falsa l’auto-dichiarazione di Gesù come luce divina per il mondo degli uomini: «Tu dai testimonianza di te stesso; la tua testimonianza non è vera».

La contestazione di Gesù Cristo nel corso della sua vita terrena non finisce con la sua morte e risurrezione, ma continua nella storia fin da subito. L’abbagliante luminosità della Pasqua, nella quale la potenza del Padre si sprigiona in tutta la sua forza, trova ancora cuori chiusi, dove nemmeno un raggio della luce del Crocifisso risorto riesce a penetrare. È quanto appare evidente nella vicenda del primo annuncio di Cristo da parte della Chiesa nascente e, in modo particolare, negli effetti della predicazione di Paolo, l’Apostolo del Risorto per eccellenza, colui che più di ogni altro è stato raggiunto dalla potenza della Pasqua e conquistato alla missione di «annunciare il vangelo». La prima lettura, tratta dagli Atti degli Apostoli, riferisce dell’impegno senza risparmio di energia con cui Paolo porge l’annuncio di Gesù Cristo ai notabili dei Giudei residenti a Roma, l’allora capitale dell’Impero. La sua sorte personale è strettamente intrecciata, legata a doppio filo con la vicenda dell’annuncio di Gesù Cristo. A Gerusalemme Paolo viene fatto arrestare dagli appartenenti al suo stesso popolo, i quali si oppongono alla sua liberazione dalle carceri romane anche quando gli stessi romani vogliono liberarlo. Per questo motivo Paolo appella al giudizio presso la capitale e lì ancora tenta di convincere i membri del suo popolo della salvezza in Cristo. La buona intenzione che lo anima – quella di favorire la fede in Cristo e non di condannare la fede di Israele – traspare dallo stile del suo operato, che non fa nulla contro il suo popolo o contro le usanze dei padri del popolo, e nemmeno, quando appella a Cesare, intende muovere accuse contro la sua gente. L’appassionata predicazione di Paolo a Roma suscita reazioni divergenti: «Alcuni erano persuasi delle cose che venivano dette, altri invece non credevano». Che cosa impedisce all’annuncio di Cristo di essere accolto e a ogni uditore di credere in lui e tramite lui affidarsi a Dio? La risposta viene offerta da Paolo stesso mediante il ricorso a una profezia di Isaia, che diagnostica la causa della incredulità nella sclerocardia: «Udrete, sì, ma non comprenderete; guarderete, sì, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile». La sclerosi del cuore compromette l’intera sensibilità della persona, che diviene dura di orecchi.

La diagnosi avanzata da Paolo circa il rifiuto dell’annuncio di Cristo invita a esaminare lo stato delle nostre coronarie spirituali: potrebbe essere che abbiano perso l’elasticità auspicabile, cosicché la nostra disposizione all’ascolto e all’obbedienza di fede sia compromessa. L’eventualità è realistica, se è vero che la durezza di cuore è malattia che assale non necessariamente chi è evidentemente lontano da Dio, ma anche chi – come si evince dai Giudei incontrati a Gerusalemme e a Roma da Paolo – sembrerebbe inappuntabile dal punto di vista religioso.

Ma l’annuncio di Cristo, morto e risorto, non incontra solo la rigidità incredula e suscita, invece, anche la docile adesione. Già nel gruppo dei Giudei – come si è detto – «alcuni erano persuasi delle cose che venivano dette» da Paolo. Il raggio dei potenziali credenti è tuttavia assai più ampio e comprende tutte le genti. L’universalità dell’annuncio di Cristo e la possibilità della risposta di fede da parte di tutti gli uomini è chiaramente affermata nella lettera di Paolo ai Romani, il cui invito è oggi proposto come epistola. Ancora una volta, la vicenda personale di Paolo appare legata a doppio filo con quella dell’annuncio di Cristo risorto. Paolo, «apostolo per chiamata», è «scelto per annunciare il vangelo di Dio» e «suscitare l’obbedienza della fede in tutte le genti». Il Vangelo, infatti, è «potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede» (Rm 1,16), senza esclusione etniche e sociali. Frutti di fede sono stati raccolti da Paolo sia tra i Greci sia tra i pagani, sia tra i sapienti sia tra gli ignoranti. Se dunque l’irradiarsi della luminosità di Cristo Risorto trova ostacolo in chi gli si oppone chiudendo il cuore nell’oscurità, vi sono pure coloro che dal Risorto si lasciano illuminare.

Il tempo liturgico di Pasqua, in modo speciale, ci è offerto affinché l’intera nostra persona e tutta la nostra vita rifulga dello Spirito del Risorto e goda della comunione con Dio e con il prossimo.

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