IV domenica di Pasqua

At 21,8b-14; Sal 15(16); Fil 1,8-14; Gv 15,9-17

      Le letture proposte in questa domenica del tempo pasquale ci aiutano a considerare gli effetti della risurrezione di Cristo. Il primo effetto fondamentale, entro il quale comprendere ogni altro, è che gli uomini sono amati con l’amore stesso di Dio: «Come il Padre ha amato me – dice il Signore Gesù Gesù ai discepoli – anch’io ho amato voi». Trattandosi di amore, l’effetto non è automatico o meccanico, non s’impone all’uomo come una necessità da subire. Si offre piuttosto come un invito a cui corrispondere. Un invito, certo, che essendo gravido di tutto il desiderio di comunione assume i toni imperativi di un comando, quel tono che l’amante osa nei confronti dell’amata dicendo: «Amami!». Con questo tono – sembra – possiamo intendere le parole di Gesù ai discepoli: «Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore». Questo modo di concepire l’amore strettamente legato al comando non è scontato, tanto più al giorno d’oggi, in cui sembrerebbe che l’amore non possa e non debba sopportare alcun obbligo. Se anzi in amore, per esempio e soprattutto tra uomo e donna si avverte un senso di obbligo, se l’amore non è solo trasporto e attrazione, allora si dubita dell’amore e, non di rado, si giunge a interrompere il legame. Con il suo insegnamento Gesù contesta questa visione dell’amore privo di ogni obbligo e solamente dovuto alla libertà di ciascun singolo di stabilire in proprio e sulla base di come si sente, se continuare a vivere con e per l’altro/a.

Una siffatta visione dell’amore è in realtà solo apparentemente amore. L’essenza dell’amore infatti, è relazione e la relazione è legame. Il legame impedisce a chi è legato di fare ciò che vuole, come vuole, e dunque assume la fisionomia dell’obbligo. La parola stessa obbligo (dal verbo latino: ob-ligare) significa l’inevitabile intreccio che intercorre tra ogni forma di legame e una certa forma di obbligatorietà. Evidentemente, se uomini e donne si pensano anzitutto come slegati, autonomi, indipendenti, single, allora facilmente riterranno che ogni tipo di legame, anche quello amoroso sia limitante la loro piena libertà. Sarà così, come si riscontra diffusamente, che uomini e donne eviteranno di legarsi in maniera definitiva, come per esempio nel matrimonio, e anche quando si legheranno preferiranno farlo in forma leggera, restando “slacciati”. Ciò che vale emblematicamente per le relazioni amorose tra uomini e donne, riguarda anche altri legami, ad esempio quello tra cristiani di una medesima comunità. Ci si incontra, si collabora, si lavora insieme sin che la simpatia sostiene l’amicizia. Quando, invece, il carattere, le idee, le iniziative degli altri non sono più secondo il nostro modo di vedere le cose, allora il rapporto con gli altri diviene soffocante e insopportabile. L’idea che in amore non vi debba essere alcun obbligo proviene da una visione dell’uomo solitario, che basta a se stesso, oppure dell’uomo che stabilisce con gli altri un rapporto di dominio, da padrone a servi. La solitudine e il dominio sono però totalmente opposti all’amore, per il quale è necessario il legame e la pari dignità.

Ma perché si dovrebbe preferire il legame con l’altro alla totale assenza di obblighi? Perché scegliere un amore e non limitarsi all’attrazione, al sentimento, restando con gli altri fintanto che sussistono e andandosene altrove quando finiscono? Giungiamo con queste domande al segreto dell’amore, riservato a coloro che decidono di viverlo. Il segreto dell’amore è scoperto solo da coloro che, dopo aver cominciato ad amare, amano sino alla fine, ovvero sino a impegnare tutta la vita, secondo le parole di Gesù: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici». La grandezza dell’amore, l’amore vero, non coincide con il sentimento che si prova, con il trasporto dei sensi, benché essi spesso lo inneschino e lo alimentino; consiste piuttosto nel dono della propria vita affinché altri, di questo dono, vivano e ne godano. Il dono di sé per la vita degli altri è un guadagno anche per chi lo pratica, è una gioia. Sono ancora le parole di Gesù che lo evidenziano: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena». Il legame d’amore con gli altri non solo non ci penalizza, ma ci realizza come persone secondo la miglior riuscita. Si comprende allora l’insistenza di Gesù nel raccomandare ai suoi discepoli il reciproco amore, secondo quel comandamento che sigla l’intero suo insegnamento sulla vita cristiana: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni e gli altri come io ho amato voi […]. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».

Quanto l’amore comandato da Cristo, in seguito al suo dono d’amore per gli uomini, trasfiguri l’esistenza, rivoluzionando lo sguardo su ciò che capita e permettendo di affrontare situazioni più che difficili, è riscontrabile nella vita dell’apostolo Paolo. In lui pulsa l’amore stesso di Cristo, come chiaramente si evince dalle sue parole ai cristiani della comunità di Efeso: «Fratelli, Dio mi è testimone del desiderio che nutro per tutti voi nell’amore di Cristo Gesù». Un tale desiderio gli consente di considerare persino il carcere un luogo privilegiato per vivere e annunciare l’amore. Il legame dell’amore di Cristo trasforma anche le catene della prigionia: neanche esse sono un impedimento ad amare. Le catene, anzi, mettono in più chiara luce come l’amore sia più forte di ogni violenza, non temendo di subirla pur di dichiararsi. Raggiungendo vette vertiginose, in Paolo l’annuncio dell’amore diviene più ardito da non temere più nemmeno la morte. A fronte di coloro che, ragionevolmente, lo vogliono trattenere dal prevedibile pericolo di finire legato in carcere, egli riprende: «Io sono pronto non soltanto ad essere legato, ma anche a morire a Gerusalemme per il nome del Signore». Il legame con Gesù consente a chi lo vive di raggiungere la forma compiuta dell’amore, quella di dare la vita per gli altri.

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