V domenica di Pasqua

At 4,32-37; Sal 132(133); 1Cor 12,31-13,8a; Gv 13,31b-35

Il testo evangelico di domenica scorsa si chiudeva sul comandamento dell’amore dato da Gesù ai discepoli: «che vi amiate gli uni e gli altri» (Gv 15,17). Poco prima egli aveva indicato loro la qualità di tale amore, quella di essere come il suo: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15,12). Il testo evangelico di questa domenica riprende il comandamento di Gesù sottolineando la novità: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni e gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni e gli altri». Di questo comandamento di Gesù le letture odierne mettono in luce il frutto che produce nelle relazioni interpersonali e sociali.

Esso è anzitutto tratteggiato nel sommario della vita nella prima comunità cristiana riportato nel libro degli Atti degli Apostoli. L’intima comunione tra i credenti li rassomiglia a un’unica persona: «La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola». È questo il livello più profondo al quale sono poste le fondamenta di una vera comunione tra i cristiani. Se le loro relazioni non giungono sino al cuore, andranno perennemente soggette alle lacerazioni e ai conflitti, quanto meno alla reciproca distanza di chi entra in contatto anche solo occasionalmente, magari proprio quando si celebra la presenza del Signore nella Santa Messa, e poi ritorna a condurre la sua vita disinteressandosi dei bisogni degli altri. La prova che la comunione tra i credenti è solidamente radicata nei cuori è la condivisione dei beni. Il bene che si dice di avere gli uni per gli altri si manifesta nella partecipazione di tutti ai beni necessari per vivere. Nella prima comunità cristiana, «nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro era tutto comune». La distanza dallo stile diffuso oggi nella comunità cristiana, in cui pur si aiuta chi è nel bisogno, è misurata dal comportamento di coloro che godevano di possedimenti: «Quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno». Mediante, questa politica economica si mirava all’obiettivo di far sì che nessuno tra loro fosse bisognoso. Per riconoscere la possibilità di questa economia di comunione non si può sorvolare sul fatto che essa avviene tra i credenti, ovvero tra coloro che sono animati dal medesimo cuore, da coloro, cioè, che hanno a cuore gli altri tanto quanto se stessi, secondo il comandamento nuovo di Gesù: «che vi amiate gli uni e gli altri». Se così non fosse, immediato sarebbe lo squilibrio tra chi vuole approfittare dei beni resi disponibili dagli altri e chi tiene i beni per sé nel timore che altri se ne approfittino. La comunione dei beni, affinché nessuno sia nel bisogno, può realizzarsi laddove tutti, sia chi dà sia chi riceve ha a cuore gli altri. A questo dunque occorre anzitutto mirare, a suscitare nei cuori la disposizione altruistica, che rompe la chiusura egoistica entro la quale facilmente gli uomini tendono a ritirarsi. Questa disposizione però, realisticamente parlando, non nasce spontaneamente nei cuori degli uomini: è dono di Dio. Per esplicitarlo, i cristiani della prima ora hanno coniato una parola che poi, nel corso dei secoli, ha perso la limpidezza del suo significato. Si tratta della parola agape, termine della lingua greca, tradotto poi in latino col vocabolo caritas, da cui carità nella lingua italiana. La carità è l’amore divino, la cui qualità supera totalmente l’amore umano, così come il cielo sovrasta la terra. Il ritratto dell’amore divino è offerto nell’epistola, che riporta il celebre e superbo inno alla carità scritto dall’apostolo Paolo al capitolo 13 della Prima lettera ai Corinzi. Non potendo diffonderci nel percorrere tratto dopo tratto l’intero quadro, fermiamo l’attenzione sull’ultima frase, quella che sigilla la composizione innica: «La carità non avrà mai fine»; in questa descrizione della carità si sente l’eco di come Gesù ha vissuto l’amore. Nel vangelo di Giovanni, l’intera vita di Gesù viene riassunta dicendo che egli, «avendo amato i suoi che erano nel mondo, lì amò fino alla fine» (Gv 13,1). Il significato dell’espressione «fino alla fine» non è semplicemente di ordine cronologico, indicando solo il fatto che Gesù ha amato i suoi sino all’ultimo respiro, ma è anche di ordine qualitativo, nel senso che egli ha amato i suoi fino all’estrema misura di dare la vita per loro. Un amore come quello di Cristo non avrà mai fine, perché nulla, nemmeno la morte, e la morte violenta come è quella sulla croce, lo ha potuto trattenere e soffocare. Questo amore di incontenibile potenza è quello che Gesù comanda ai suoi discepoli di vivere gli uni nei confronti degli altri. Senza questa disposizione alla relazione d’amore con gli altri, ogni altra azione, anche se eroica, è priva di valore. Più volte, nell’epistola di Paolo ritorna l’osservazione che senza la carità non si è nulla, nulla servirebbe. Il riferimento è anche al distribuire tutti i propri beni: se non fosse per carità, ovvero per amore degli altri, per un amore come quello di Cristo, ma fosse per proprio vanto, allora sarebbe privo di bontà. La differenza tra ogni forma di condivisione dei beni e la comunione cristiana risiede nel fatto che in questa seconda non vi sono in gioco solo dei beni materiali, ma la vita stessa. Su questa strada i cristiani di oggi debbono forse ancora molto camminare. Allora si potranno avverare le parole di Gesù: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni gli altri» (Gv 13,15).

error: Contenuto coperto da copyright