VI domenica di Pasqua

At 21,40b-22,22; Sal 66(67); Eb 7,17-26; Gv 16,12-22

La potenza di vita che si sprigiona dalla Pasqua di Gesù viene illustrata dalle letture del tempo pasquale. L’epistola odierna, tratta dalla lettera agli Ebrei, stabilisce anzitutto l’eccellenza del sacerdozio di Cristo rispetto ad ogni altro sacerdozio che pur intenda favorire il contatto e, più ancora, l’alleanza tra gli uomini e Dio. Il sacerdozio di Cristo è migliore perché non tramonta, non soggiace agli eventi della vita terrena. Non soggiace, anzitutto, a quel limite insormontabile per gli esseri umani che è la morte: essi, infatti, sono i mortali; non soggiace, soprattutto, a quella debolezza strutturale degli uomini che è il peccato. La morte e il peccato sono i segni evidenti della fragilità dell’alleanza che gli uomini sono in grado di intrattenere con Dio. La fragilità peccaminosa dei sacerdoti, in quanto uomini, non risparmia nemmeno quanti esercitano il ministero sacerdotale in nome di Cristo: e questo rimarca la grande distanza che intercorre tra Cristo e ogni altro sacerdote, fosse anche suo discepolo. Solo Cristo è il sacerdote «santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli». Questa sua eccellenza inarrivabile non è però distacco sdegnato dagli uomini, superiorità schiacciante sui loro peccati, ma, al contrario, condivisione per venire efficacemente in loro aiuto. Proprio perché egli è tanto più elevato sopra la morte e il peccato, «può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio», così come colui che sta fuori dall’acqua può meglio afferrare le mani e trarre in salvo chi sta affogando. Il potere salvifico di Cristo attraversa la storia e raggiunge tutti coloro che cadono nel male del peccato e nell’abisso della morte a cui il peccato conduce: «Egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro  favore».

Ma come avviene la salvezza? Come può Gesù Cristo raggiungere coloro che, come noi e miliardi di altri uomini, non gli sono stati contemporanei e non hanno avuto l’opportunità di incontrarlo sulla terra? A questa domanda rispose Gesù stesso, prima della sua morte e resurrezione. La sua risposta è oggi riportata nel brano evangelico di Giovanni: «Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità». La verità che Gesù intende non è altro che lui stesso, come egli ebbe a rivelare sempre ai suoi discepoli: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6). Lo Spirito della verità è lo Spirito di Gesù, conduce a lui, sospingendo coloro che ne sono raggiunti  e si lasciano attrarre intimamente alla vita di Gesù. Essere condotti nell’intimità con Gesù è tutt’uno con l’entrare nella comunione divina: Gesù, infatti, è intimo al Padre, come egli dichiara: «Tutto quello che il Padre possiede è mio». Questo processo di comunione con Dio, nel Figlio Gesù per opera dello Spirito Santo, non travolge gli uomini senza che essi vi partecipino, ma li coinvolge integralmente in una forma esigente e impegnativa, che ha nell’esperienza femminile del parto un esempio analogico. Il parto è nel dolore, poiché comporta il disporsi della donna, nel corpo e nello spirito, a lasciare che il bambino venga alla luce. Ella deve adattarsi alle esigenze di un essere umano che viene al mondo, e che dunque modifica il mondo della donna, a partire anzitutto dal suo stesso corpo, i suoi pensieri e sentimenti, sino a rivoluzionare l’intera sua vita e i criteri delle sue scelte. Non solo il dolore però segnala il forte coinvolgimento dell’uomo nel processo che lo guida dentro la vita divina della comunione trinitaria. L’uomo sperimenta anche la gioia, quella grazia anzi, gravida dell’amore, che fa subito dimenticare alla donna, appena dopo la nascita del figlio, i dolori del parto.

Il parto dell’uomo nuovo, che vive della vita stessa di Gesù in comunione con Dio, è raccontato dalla vicenda personale dell’apostolo Paolo, di cui la prima lettura odierna, tratta dagli Atti degli Apostoli, offre un resoconto. La trasformazione della vita di Saulo di Tarso in quella di Paolo apostolo delle genti testimonia efficacemente quale potenza abbia lo Spirito di Cristo nel condurre gli uomini dai sentieri del male alla strada del bene. Paolo dichiara, senza cercare giustificazioni, la gravità del male che, in nome del suo zelo per la legge di Dio, aveva inflitto ai cristiani: «Io perseguitai a morte questa Via [la fede cristiana], incatenando e mettendo in carcere uomini e donne». Ma proprio mentre egli opera il male – si sta recando a Damasco per condurre prigionieri a Gerusalemme – viene abbagliato da una grande luce e atterrato al suolo. Inizia allora il travaglio del parto che dalla cecità del male, che gli impediva di praticare l’amore, come Cristo lo ha vissuto nei confronti del prossimo, lo condurrà alla luce del bene. Paolo diviene addirittura capace di illuminare le nazioni con la sua predicazione e testimonianza e, soprattutto, di sopportare il male che altri, ciechi come lui un tempo, gli rivolgono contro. La straordinaria vicenda di Paolo testimonia la reale efficacia dello Spirito del Risorto nel cambiare la vita degli uomini. A noi è dato in questo tempo pasquale di ricevere con abbondanza lo Spirito affinché la nostra vita sia nuova, di quella novità che Gesù ha rivelato al mondo.

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