Ascensione del Signore

At 1,6-13a; Sal 46(47); Ef 4,7-13; Lc 24,36b-53

«Io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32). Con queste parole Gesù aveva preannunciato l’evento della sua Pasqua e il suo effetto sugli uomini. L’innalzamento fa riferimento immediato all’essere sospeso sulla Croce, piantata sul Golgota, tra terra e cielo. Ma l’innalzamento non si conclude tra terra e cielo e prosegue decisamente sino all’altissimo dei cieli, ove abita Dio, il Padre. Questo movimento di ascesa somma è celebrato nella solennità dell’Ascensione del Signore, entro la quale siamo oggi invitati a entrare.

L’Ascensione di Gesù comporta un distacco dai suoi: «Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo». Il distacco di Gesù dai suoi è altrimenti evidenziato da Luca nel testo degli Atti degli Apostoli con la seguente descrizione: «Mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi». Gesù scompare dal campo visivo dei discepoli, lasciandoli – si potrebbe dire – a bocca aperta, come del resto sembra confermare la successiva domanda dei due uomini in bianche vesti: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?». Gli occhi dei discepoli vedono ora il cielo vuoto, senza più Gesù, scomparso dietro le nubi. Che tempo si apre ora per i discepoli? Come si dovranno comportare in assenza del Maestro? Come continuerà la loro vita senza il contatto immediato con lui?

In analogia con quanto avviene a seguito della definitiva scomparsa di una persona, potremmo pensare che i discepoli vivranno due possibili atteggiamenti. Il primo atteggiamento è la delusione paralizzante. Ora che è scomparso Colui dal quale dipendeva la propria vita, nel quale si riponeva la propria fiducia, al quale ci si aggrappava per vivere, tutto appare finito e ciò che continua – “la vita continua” si usa dire in certe circostanze – risulta privo di senso. Se non si precipita nella disperazione rabbiosa o nella depressione silenziosa si resta come “imbambolati” nei ricordi, fissi come i discepoli a cercare con gli occhi della memoria colui che più non si vede.

Un altro atteggiamento, per certi versi opposto, potrebbe essere assunto dai discepoli a seguito dell’ascensione di Gesù in cielo. Anche questo secondo atteggiamento possiamo immaginarlo per analogia con chi, a seguito della scomparsa di una persona cara, prova a dimenticare, dedicandosi alle attività della vita, continuando appunto a vivere. «Chi muore giace – recita un proverbio popolare – e chi vive si dà pace». I due atteggiamenti della nostalgia immobile e della rassegnazione indaffarata sono spesso compresenti nella stessa persona, che passa a secondo dei giorni, dall’uno all’altro.

I discepoli di Gesù, e tutti i cristiani che vissero e vivono dopo la sua ascensione in cielo, non sono lasciati nell’altalena tra la disperazione e la rassegnazione. A loro è indicata la speranza: il tempo dell’invisibilità di Gesù non è eterno, ma momentaneo. Lo rivelano la fede dei due uomini in bianche vesti: «Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo». La storia della Chiesa, e di ciascun credente, non è l’allontanarsi progressivo del Signore Gesù dai giorni della sua presenza sulla terra, ma il progressivo approssimarsi della sua venuta definitiva.

Ma nel frattempo come vivranno i discepoli? Nell’attesa della sua venuta come possiamo vivere noi cristiani? Non si vive solo di attesa: qualcosa si deve pur fare. Gesù non manca di assegnare un compito prima di ascendere al cielo: «Di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra».

Più puntualmente, il vangelo odierno indica che la testimonianza riguarda la Pasqua di Gesù e il suo effetto di salvezza per gli uomini: «Il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni». Il compito assegnato da Gesù di annunciare la sua morte e proclamare la sua resurrezione sino agli estremi confini della terra potrebbe indurre nei discepoli l’angoscia di non farcela o la presunzione di riuscire con le proprie forze. L’una e l’altra rischiosa eventualità viene però scongiurata da Gesù con l’invio dello Spirito: «Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi». La forza per vivere nella storia da cristiani, testimoni cioè di Cristo, amando come lui ha amato, è donato da Dio per mezzo dello Spirito. Su questo dono i cristiani sono invitati a confidare e, senza di esso, a nulla fare: «Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto».

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