Domenica dopo l’Ascensione

(VII di Pasqua)

Atti 7,48-57; Sal 26(27); Ef 1,17-23; Gv 17,1b.20-26

La celebrazione dell’Ascensione del Signore contempla l’innalzamento di Gesù Cristo, risorto dai morti, sino all’altezza celeste di Dio Padre. Egli – osserva l’autore della lettera agli Efesini da cui è tratta l’odierna epistola – «lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli, al di sopra di ogni Principato e Potenza, al di sopra di ogni Forza e Dominazione e di ogni nome che viene nominato non solo nel tempo presente ma anche in quello futuro». La posizione superiore acquisita da Gesù Cristo è indicabile da un termine che, nella Bibbia, si riferisce al risplendere della vita divina, il termine «gloria». Dio, che ha risuscitato Cristo dai morti, è il «Padre della gloria», Colui dal quale scaturisce ed irradia la vita, ogni vita. Egli non trattiene la vita per sé, ma la comunica al Figlio suo, Gesù Cristo: «Tutto infatti egli ha messo sotto i suoi piedi e lo ha dato alla Chiesa come capo su tutte le cose».

Questo movimento di autoconsegna di Dio Padre al Figlio, non si arresta a costui, ma è destinato a coinvolgere gli uomini, affinché costoro abbiano una profonda conoscenza di Dio e con gli occhi del cuore comprendano la speranza cui sono chiamati, «quale tesoro di gloria» e quale «straordinaria grandezza della sua potenza» Dio ha loro riservato.

La volontà di Dio di coinvolgere gli uomini nel suo amore diviene compiutamente manifesta in Gesù Cristo, come appare chiaramente nel testo evangelico secondo Giovanni. Nella sua grande preghiera sacerdotale, pronunciata nel contesto drammatico e definitivo dell’Ultima Cena, Gesù si rivolge al Padre suo affinché tutti coloro che crederanno in lui «siano una sola cosa»: «Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi». Questo intenso desiderio di unione comune, di com-unione trapunta tutto il discorso di Gesù. La sua buona notizia, del resto, coincidente con il più grande mistero della fede cristiana, è che gli uomini sono destinati alla comunione con la Trinità, a vivere cioè in Dio, vitalizzati dal suo amore. A questo destino mira tutta la missione di Gesù, ripetutamente richiamata dalle sue parole. Con ardore e determinazione di amante, Gesù non teme di manifestare al Padre ciò che più gli sta a cuore: «Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io». Quelli che gli sono stati dati non sono alcuni, fossero anche tanti, ma tutti, il mondo intero: «Io in loro e tu in me, – dice Gesù sempre rivolgendosi al Padre – perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me». Questa manifestazione dell’amore di Dio, che passa attraverso Gesù, coinvolge i credenti ed è destinata al mondo, prende il nome di «gloria». Si comprendono allora le parole di Gesù al Padre: «La gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro». La missione di Gesù tra gli uomini è tutta all’insegna dell’ad maiorem Dei gloriam. A tal fine Gesù ha fatto conoscere e farà conoscere il nome del Padre; per questo motivo egli prega non solo per i discepoli suoi contemporanei sulla terra, ma anche per quelli che crederanno in lui, “perché contemplino la sua gloria”, la gloria stessa di Dio. A fronte della manifestazione gloriosa di Dio, la reazione degli uomini non è scontata: già nel testo evangelico Gesù osserva che il mondo non ha conosciuto Dio, mentre i suoi discepoli hanno riconosciuto lui come mandato da Dio.

La diversa e opposta reazione degli uomini rispetto alla missione di Gesù mirante a comunicare la gloria del Padre trova più ampia considerazione nella prima lettura, tratta dagli Atti degli Apostoli. L’episodio riportato è quello che precede immediatamente la lapidazione di Stefano, il primo martire dell’era cristiana. Nel suo discorso davanti al sinedrio, il tribunale religioso d’Israele, dove è stato condotto sulla base di false accuse, Stefano passa al contrattacco, dichiarando apertamente il rifiuto che soprattutto le autorità religiose hanno opposto a Gesù, giungendo sino a volerne la morte. In questo – osserva Stefano – essi hanno continuato l’avversione a Dio, il quale lungo la storia della salvezza aveva, ancor prima di inviare suo Figlio, parlato per mezzo dei profeti, sottoposti a persecuzioni e anche uccisi. Ciò è avvenuto perché è stata opposta «resistenza allo Spirito Santo». Lo Spirito, effuso da Cristo in comunione col Padre, dischiude il mistero dell’amore di Dio agli uomini, attirandoli nella comunione divina. Resistere allo Spirito, indurendosi nell’opposizione, significa allora contrastare il manifestarsi di Dio nella propria vita, impedire la sua gloria che, insegnavano i Padri della Chiesa, è lo stesso «uomo vivente» (S. Ireneo). In contrasto con l’atteggiamento di chi si oppone testardamente allo Spirito, si staglia la figura di Stefano, il quale «pieno di Spirito Santo, fissando il cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla destra di Dio». La resa docile allo Spirito consente all’uomo di essere introdotto nella comunione amorosa del Padre e del Figlio e di godere della loro stessa vita divina. La resistenza o la resa allo Spirito si traduce, rispettivamente, nell’odio o nell’amore del prossimo. Gli accusatori di Stefano, infatti, «si scagliarono tutti insieme contro di lui»; Stefano, invece, morirà sotto i colpi delle loro pietre perdonandoli, come Gesù: «Signore, non imputare loro questo peccato»: la manifestazione gloriosa di Dio comporta l’amore più grande del prossimo.

error: Contenuto coperto da copyright