Santissima Trinità

I Domenica dopo Pentecoste

Gn 18,1-10a; Sal 104(105); 1Cor 12,2-6 Gv 14,21-26

La Chiesa celebra, in questa prima domenica dopo il tempo pasquale, la solennità della Santissima Trinità, celebra il suo Dio, comunione amorosa di Padre, Figlio e Spirito Santo. Le letture che accompagnano la celebrazione non ci propongono difficili spiegazioni di un mistero che non può rientrare nei nostri minuscoli pensieri, così come il mare non entra nella piccola buca che il bambino ha scavato sulla spiaggia. Esse ci invitano piuttosto a disporci per entrare nel mistero della comunione trinitaria, così come ci si immerge nell’immensità del mare, venendovi avvolti completamente.

La disposizione adatta per incontrare Dio ed essere avvolti dal suo amore è raccontato, anzitutto, nella prima lettura, tratta dal primo libro della Bibbia, il libro della Genesi. La scelta è comprensibile poiché in esso tre misteriosi personaggi parlano ad Abramo in prima persona singolare; in questo fatto la tradizione cristiana coglie un’allusione a Dio, uno e trino. Non appena Abramo, alzando gli occhi appesantiti dalla calura meridiana, «vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui», scatta in piedi, li saluta con grande onore e predispone la migliore accoglienza. La minuziosa descrizione dei particolari riguardanti i preparativi degli alimenti segnala la cura con cui Abramo si dispone ad ospitare i suoi visitatori, l’amorevolezza con cui vuole che l’ospite si senta completamente a suo agio, come a casa propria. Sembrerebbe dunque che l’incontro con Dio tutto dipenda dall’uomo; Dio semplicemente starebbe a guardare le sue mosse o la sua immobilità. Se, però, si sosta attentamente sui particolari dell’incontro tra Abramo e i tre misteriosi uomini si nota, anzitutto, che quando Abramo si accorge dei suoi ospiti essi sono già presso di lui. Dio è sempre in anticipo sull’uomo. È Dio che prende l’iniziativa dell’incontro, rispetto al quale l’uomo è sempre un invitato. L’agire dell’uomo, rispetto a quello di Dio, è sempre una risposta, sia essa di accoglienza o di rifiuto. Sempre sostando sul racconto di Genesi, possiamo inoltre notare che non solo Dio prende l’iniziativa di farsi incontrare dall’uomo, ma, pur apparendo come un ospite al quale si offrono in dono vivande e attenzione, supera l’uomo offrendogli assai più che un banchetto. Ad Abramo e a sua moglie Sara, Dio concede un figlio. E per chi conosce la storia di questa coppia sa che essi sono da sempre sterili e al momento della visita dei tre misteriosi personaggi ormai avanti negli anni, non più dunque in età fertile. Dio anticipa l’uomo, sul tempo e in generosità. Lo stile di Dio nell’incontro con l’uomo non riguarda solo Abramo, ma ogni uomo.

Come, però, ogni uomo può incontrare Dio? In che modo egli gli fa visita? Come si può ospitarlo? La risposta a queste domande è rinvenibile nel brano evangelico odierno, tratto dal vangelo di Giovanni. Gesù si rivolge ai suoi discepoli, l’ultima sera prima della sua morte, istruendoli esattamente su come essi possano incontrare Dio: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». L’ospitalità di Dio, il Padre, nella nostra vita di uomini avviene se noi osserviamo i comandamenti; non genericamente i comandamenti, ma i comandamenti di Gesù. I comandamenti di Gesù si concentrano nell’amore per lui, come ripetutamente dichiara ai suoi discepoli. L’incontro con Dio, il Padre, non può avvenire se non attraverso il Figlio Gesù: è lui la porta che a Dio conduce. Ma l’amore per Gesù non è un vago sentimento che si risveglia, magari anche intenso, quando pensiamo spontaneamente a lui o ne sentiamo parlare. Come per gli amori umani, che sappiamo essere veri se non si limitano alle dichiarazioni verbali, ma sono accompagnati dai fatti, così anche l’amore per il Signore Gesù è fatto di ascolto e pratica dei suoi insegnamenti: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola […]. Chi non mi ama, non osserva le mie parole». Se, come abbiamo appena detto, l’amore non si vive solo a parole, e ciò vale sia per quelle dette che per quelle ascoltate, l’amore per Gesù esige che si viva come lui ha insegnato. In questo gli uomini non sono lasciati soli, ma potenziati nella loro vita mediante il dono dello Spirito: «Il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto». L’incontro con Dio, possibile mediante Gesù, avviene per opera dello Spirito Santo. Quando l’uomo incontra Dio entra in relazione con il Padre, il Figlio e lo Spirito: non dunque una sola persona, ma tre persone, le quali, tuttavia, non sono pensabili l’una senza l’altra. Forse, l’esperienza più comune che può indicarci la comunione trinitaria è quella di entrare in casa di una famiglia unita: lì percepiamo che moglie e marito, genitori e figli sono un cuor solo e un’anima sola.

L’incontro con Dio, uno nell’amore perché comunione di tre persone, si riflette nella comunione che gli uomini, a vario titolo, vivono quando sono, ciascuno, in comunione con Dio. Allora l’unico Spirito che li abita, lo Spirito mandato dal Padre e dal Figlio, rende la diversità occasione di unità, bruciando ciò che invece, farebbe della diversità motivo di conflitto. «Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti». Questa istruzione tratta dall’odierna epistola, un testo della prima lettera di Paolo ai Corinzi, avverte che la comunione dei diversi, a ogni livello – familiare, parrocchiale, sociale – sorge per opera dello Spirito; avverte inoltre, d’altro canto, che la comunione dei diversi è la prova più eloquente che lo Spirito è all’opera e che viene corrisposto. Colta come mistero d’amore, la Santissima Trinità non è forse comprensibile alla nostra mente; lo è però, e in modo convincente, come stile di vita che da Dio scaturisce e che nel bene del prossimo dà frutto.

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