II Domenica dopo Pentecoste

Sir 18,1-2.4-9.10-13b; Sal 135(136); Rm 8,18-25; Mt 6,25-33

Il lezionario ambrosiano, a seguito della solennità della Santissima Trinità che inaugura il tempo liturgico dopo Pentecoste, propone una rilettura dell’intera storia della salvezza. Di domenica in domenica verranno presentati gli episodi salienti in cui Dio ha manifestato il suo amore per gli uomini.

In questa domenica, la lettura della storia della salvezza comincia con uno sguardo che abbraccia l’intero universo. La prima lettura, tratta dal libro del Siracide, punta l’indice verso la creazione, allo scopo di suscitare negli uomini lo stupore per la grandezza, la potenza, la profondità di ciò che li circonda e da cui traggono vita senza che abbiano fatto nulla per produrlo. In tempi come i nostri, in cui il potere di distruggere è diventato così consistente da far temere per la vita stessa dell’intera umanità sulla terra, è quanto mai decisivo che gli uomini riscoprano che tutto ciò che essi distruggono non l’hanno prodotto da loro stessi, ma l’hanno ricevuto in dote. Se solo ci si apre a questa considerazione, se solo si pensa che per quanto ci diamo da fare, la terra su cui abitiamo, il sole che ci riscalda, l’aria che respiriamo sono elementi che noi troviamo puntuali senza che questo debba essere necessariamente così, allora, forse, apriamo una fessura che spinge i nostri pensieri a contemplare come la misericordia del Signore sia rivolta a tutti gli esseri viventi. Tra di essi, l’uomo eccelle nel contemplare la creazione: egli solo, infatti, tra le creature può interrogarsi e comprendere e gioire dell’«amor che move il sole e l’altre stelle». A fronte di questa grandiosità che egli può rimirare, l’uomo è assalito, d’altro canto, anche del sentimento della sua piccolezza, così evidente se si rapporta il tempo della sua fugace esistenza all’eternità: «Quanto al numero dei giorni dell’uomo, cento anni sono già molti. Come una goccia d’acqua nel mare e un granello di sabbia, così questi pochi anni in un giorno dell’eternità». Sorgono subito, allora, le altre domande che la riflessione sapiente contenuta nel libro del Siracide puntualmente pone: «Che cos’è l’uomo? A che cosa può servire? Qual è il suo bene e qual è il suo male?». Domande come queste possono anche indurre a scivolare verso quello che si dice essere il “caso”, o ancor più verso l’assurdo e il non senso dell’universo intero e, particolarmente, della vita dell’uomo su questa pallina ruotante che, nell’universo, è la terra.

A stornare tristi pensieri di insensatezza e assurdità provvede l’epistola tratta dalla lettera di Paolo ai Romani. L’apostolo che l’ha scritta non nega un senso di sconcerto e disagio della vita dell’uomo. Egli, anzi, apre il brano riportato riconoscendo «le sofferenze del tempo presente», il tempo che è per ogni uomo quello della sua vita sulla terra. Subito, però, proietta lo sguardo nel tempo futuro, indicando quale sia la destinazione verso cui dirigere il movimento intero della creazione di cui l’uomo vive. Si tratta dell’ingresso nella dimensione di Dio, in cui tutte le cose sono sottratte alla caducità e l’uomo, specialmente, diviene figlio di Dio, dotato dunque di vita divina, cioè eternamente beata.

Se tale è il destino, allora le inquietudini, gli interrogativi, le paure, la sofferenza della vita presente non sono i sintomi di una fine tragica, emblematicamente espressa dalla morte, ma i segni di un travaglio, quelli che accompagnano la nascita di una nuova vita. Proprio sull’immagine del parto insiste Paolo, invitando a scorgere nello spasmo che ci assale quando temiamo per la nostra vita futura, il gemito di una vita che già aspira all’eternità e, proprio per questo, può temere ciò che sembra impedirla o contraddirla. Ciò che va notato, è che il destino eterno preparato per l’uomo lo riguarda integralmente, coinvolgendo il suo corpo e l’intero ambiente naturale con il quale intrattiene un rapporto vitale: «Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo». L’orizzonte dischiuso dalla lettera ai Romani di Paolo, oltre che scongiurare l’insensatezza e l’assurdità della vita umana, sollecita la speranza nel futuro e, soprattutto, invita alla fiducia nella Provvidenza divina. Se l’intero universo muove alla volta di Dio, allora anche l’uomo, pupilla della creazione, può contare sul destino che Dio ha predisposto. Il brano di Vangelo secondo Matteo, terza lettura oggi proposta, è un inno alla fiducia nella cura amorevole con cui il Signore provvede alla vita terrena degli uomini. L’invito alla confidenza più totale è formulato dall’evangelista dipingendo davanti agli occhi degli ascoltatori la scena di creature che pur non valendo quanto l’uomo, sono curate e custodite da Dio: gli uccelli del cielo trovano nutrimento senza che debbano seminare, mietere, raccogliere; i gigli del campo sono rivestiti sontuosamente senza dover faticare e filare il prezioso tessuto che indossano. La cura provvidente di Dio supera esageratamente la dignità delle creature: i gigli, oggi presenti nel campo e domani già scomparsi, sono vestiti come neanche Salomone, il re più glorioso e sontuoso d’Israele, lo sia mai stato. Ma la ragione più profonda della confidenza nella provvidenza divina è racchiusa nel nome con cui Matteo rimanda alla sua origine: il «Padre vostro celeste». Dio non è un benefattore oltremodo generoso dal quale gli uomini possono attendersi ciò di cui hanno bisogno se solo tendono la mano come il povero sul marciapiede verso i passanti. Dio è il Padre che avendo dato vita ai figli, provvede a loro prima ancora che essi ne abbiano coscienza, donandogli ciò che consente a loro di vivere. Non semplicemente di vivere: di vivere la vita dei figli di Dio.

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