III domenica dopo Pentecoste

Gn 3,1-20; Sal 129(130); Rm 5,18-21; Mt 1,20b-24b

Il grande affresco della storia della salvezza dipinto nel tempo liturgico che segue alla Pentecoste propone in questa domenica l’ingresso in scena del male. La celeberrima pagina del libro della Genesi, in cui si racconta del cosiddetto «peccato originale», raffigura anzitutto il male come un serpente, sinuoso e astuto, «il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto». La storia della salvezza è tale, cioè «della salvezza», perché è insidiata e abitata dal Maligno, da una potenza esterna all’uomo che opera per sedurlo e coinvolgerlo nel fare il male. Come un’infezione è indotta da un virus che si insidia dall’esterno nelle cellule, così il male insidia l’uomo e penetra in esso. Ma come può il Maligno far breccia nell’intimo degli uomini? Come può strappare l’uomo creato da Dio per la vita dal suo Creatore? Affinché il male penetri e conquisti l’uomo occorre che costui abbassi le difese. Avviene qualcosa di analogo all’infezione di un virus, il quale deve trovare una falla, oppure una risposta inadeguata, troppo debole, del sistema immunitario. Proprio per questo motivo, il Maligno agisce anzitutto sul sistema immunitario, rappresentato dal legame vitale che unisce l’uomo a Dio, legame espresso dalla legge di Dio data all’uomo perché viva e non incorra nella morte. La legge di Dio per l’uomo e la donna nel giardino è che essi mangino dei frutti degli alberi, ad eccezione dell’albero che sta in mezzo. A suo riguardo, infatti, Dio ha detto: «Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete». A fronte di questo legame vitale con Dio, indicato dalla Torah, la Legge, (il termine ebraico Torah ha come suo principale significato quello di istruzione), il Maligno insinua l’idea che esso sia un laccio, anzi un cappio che soffoca la libertà e la vita degli uomini: «Non morirete affatto! Anzi…». Alla prova dei fatti, la trasgressione del legame vitale con Dio precipita l’uomo nella condizione mortale, con tutto quel corredo di fatiche e sofferenze emblematicamente riassunto nel travaglio della donna per partorire e nel sudore dell’uomo per procurarsi da vivere. Per quanto scriteriata sia la scelta della creatura di separarsi dal suo Creatore (potrebbe forse essere fantasiosamente immaginata come quella del bambino che, nel grembo della madre, volesse tagliare il cordone ombelicale), essa non può essere impedita. È drammatico apprendere che l’uomo e la donna sono sottoposti dal Maligno alla tentazione di rinnegare Dio liberamente, non per costrizione altrui, ma per scelta propria. Questa tragica inclinazione a interrompere la relazione vitale con Dio non è handicap di qualcuno, ma disposizione di tutti, cosicché gli uni gli altri divengono , reciprocamente, complici e vittime. Il cosiddetto «peccato originale» non è il male compiuto dalla prima coppia e tramandato come un pesante prezzo da pagare a tutta l’umanità, ma l’intreccio reticolare che colloca gli uomini nel male e ha origine nell’essere inclini a voler rendersi indipendenti da Dio, padroni autonomi della propria vita.

Vista ex parte hominis, la storia della salvezza è una storia di peccati, di una relazione con Dio che non si mantiene buona, ma conosce il sospetto, la diffidenza, l’infedeltà. Non così appare la storia della salvezza se guardata ex parte Dei. Vista dalla parte di Dio, la storia della salvezza è l’irremovibile offerta agli uomini della sua vita, la grazia divina, più forte di ogni ostacolo alzato dagli uomini. La lettera di Paolo ai Romani, da cui è tratta l’epistola, insiste sulla potenza che in «Gesù Cristo nostro Signore» ha sovrastato il male che universalmente dilaga tra gli uomini, così come l’onda potente del mare sommerge qualsiasi scoglio che voglia opporsi. Lo scoglio, anzi, è proprio il luogo dove con più evidenza la potenza del mare si mostra. Le parole di Paolo circa il peccato e la grazia sottolineano il legame paradossale che lega l’uno all’altra: «La Legge poi sopravvenne perché abbondasse la caduta; ma dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia».

Ciò che Paolo espone in termini teologici viene raccontato nel brano evangelico come un evento storico. La grazia divina non sovrasta il peccato come il cielo sovrasta la terra, restando quindi a distanza. La grazia divina precipita nella storia e, per poterlo fare, deve costringersi entro lo spazio e il tempo, deve prendere corpo, un corpo umano. È ciò che l’angelo del Signore comunica in sogno a Giuseppe: «Il bambino che è generato in lei [Maria] viene dallo Spirito Santo». Quale sia la ragione e l’effetto del prendere carne umana del Figlio di Dio è chiaramente espresso nel nome di Gesù, che significa: «Dio salva», come subito commenta l’evangelista a riguardo del nome: «Egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Nell’umanità infettata e contagiata dal male viene inoculato l’antidoto, il farmaco capace di debellare il virus e vincere la malattia mortale. E tale antidoto, pur in forma umana, perché altrimenti non potrebbe avere effetto tra gli uomini, deve possedere un’energia divina, perché altrimenti non potrebbe guarire l’umanità corrotta. Questo intreccio di umanità che veicola la divinità e di divinità che salva l’umanità è il mistero della duplice natura, umana e divina, di Gesù Cristo, figlio di Maria, una donna, e figlio di Dio, il Padre. Ancora una volta, il nome è significativo: «Emmanuele» ovvero «Dio con noi». Affinché Dio possa essere con noi non è sufficiente che lo voglia. L’onnipotenza di Dio non strappa all’uomo il consenso, se l’uomo non consente a Dio di salvarlo dal male. Il consenso chiesto all’uomo non è di carattere formale, ma sostanziale, riguarda cioè la sostanza della sua vita, il vissuto concreto. Che cosa si debba intendere per tale consenso sostanziale è semplicemente espresso dal comportamento di Giuseppe descritto a conclusione del brano evangelico odierno: «Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore». Il consenso a Dio consiste nella pratica della Sua parola, nel decidere e vivere ciò che essa insegna. Non si tratta per questo di far leva sulle proprie forze, le quali, come si racconta sin dai tempi di Adamo ed Eva, sono piuttosto inclini ad assecondare il Maligno. Si tratta, invece, di non ostacolare l’iniziativa di Dio che all’uomo chiede solo di concedersi e lasciarsi guidare. La volontà di Dio non contrasta il desiderio dell’uomo, come l’astuto serpente, malignamente, induce a credere. Dio non teme che l’uomo sia come lui, dotato di vita divina: in questo senso non è geloso dell’uomo al punto da sradicargli dal cuore ogni anelito ad una vita divina. Ciò che Dio teme è che l’uomo pretenda di farsi Dio da se stesso, sciogliendosi dal legame di alleanza che solo può garantirgli di essere come Dio.

La storia della salvezza, e di ogni uomo in questa storia, si gioca nell’alternativa tra essere come Dio senza Dio oppure essere come Dio insieme a Dio. A ciascuno di noi è data la straordinaria e terribile possibilità di custodire il legame con Dio o di scioglierci da lui. Ci consola credere che, nonostante la nostra resistenza peccaminosa, mai il Signore smetterà di offrirci il dono della sua grazia…

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