IV domenica dopo Pentecoste

Gn 4,1-16; Sal 49(50); Eb 11,1-6; Mt 5,21-24

La grande rievocazione della storia della salvezza proposta nelle domeniche dopo Pentecoste si sofferma oggi sulla triste vicenda di Caino e Abele. Il male, già penetrato tra gli uomini con il peccato di Adamo ed Eva, si manifesta in tutta la sua violenza nell’omicidio di Abele, il primo omicidio raccontato nella Bibbia. La narrazione è tutt’altro che esauriente circa l’avvenimento e assai lontano dagli odierni canoni della cronaca nera, che ama indugiare sui particolari e scavare nel torbido. Il racconto non chiarisce nemmeno il motivo per cui Dio non gradì l’offerta di Caino, come gradì invece quella di Abele, benché proprio questo fatto inneschi l’irritazione del figlio primogenito di Adamo ed Eva. Nondimeno il racconto mette in chiara luce il rapporto che sussiste tra l’origine e l’esito del male umano, il peccato.

L’origine del peccato consiste nella rottura della relazione con Dio. Essa è ben espressa dal sentimento che Caino ha in cuore, come pure dell’aspetto del suo volto: «Caino ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto». Gli occhi di Caino non si alzano più ad incrociare il cielo, ma si abbassano a terra, distogliendosi dallo sguardo di Dio, il quale non mancherebbe di suggerire il modo per essergli graditi e godere della sua benedizione. Si tratta di agire bene: questa è la condizione perché lo sguardo resti alto. Al contrario, non agire bene significa aprire la porta al male, lasciando che entri in possesso e domini la nostra vita. Quale sia il bene omesso da Caino – già dicevamo – non è esplicitamente riferito, ma certo è detto che la relazione con Dio sussiste e viene custodita nella misura in cui l’uomo agisce bene. Non si dà l’eventualità che Dio possa gradire l’alleanza con l’uomo, qualora l’uomo non agisca bene nella conduzione della sua vita. In che modo l’uomo può non agir bene? Quando egli, invece che dominare il peccato, ne diviene preda? Molteplici sono le forme del peccato, ma tutte convergono nel fare male al prossimo. Il non agire bene dell’uomo è legato a doppio filo con il volere e fare male agli altri. Benché non esplicitamente notato, ciò è già evidente quando il racconto, subito a seguito della frase: «Il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua offerta», riferisce dell’irritazione e dell’abbattimento del volto di quest’ultimo. In questo passaggio possiamo indovinare come l’irritazione e la frustrazione di Caino derivino dalla gelosia nei confronti del fratello. Ciò che rode il fegato di Caino è che Abele sia riconosciuto e gradito da Dio; egli non considera, o forse lo considera ma subito lo accantona, che il gradimento di Dio è dovuto al bene compiuto da Abele. Probabilmente in Caino sorge il sentimento di chi vorrebbe, al contempo, non fare il bene ed essere gradito, sentimento che se contrastato – come Dio non manca di fare – produce risentimento rabbioso. Ma qual è il male compiuto da Caino? Dal pur sobrio racconto, possiamo intuire che esso consista nel voler male a suo fratello. Il male nei confronti di Abele comincia come invidia, perché la sua offerta è stata gradita a Dio, e finisce nel suo omicidio. Tra l’invidia che cova nel segreto del cuore e la mano omicida che si alza contro il fratello vi è uno stretto legame.

È ciò su cui insiste il Signore Gesù nell’odierno brano evangelico tratto dal testo di Matteo. Riportando una delle famose antitesi del Discorso della Montagna, in cui Gesù fa risaltare la novità del suo insegnamento per contrasto con quello dell’Antico Testamento, si coglie la radice dell’omicidio nell’ira che s’accende in fondo al cuore. Del proposito omicida si considera poi il suo sviluppo graduale, mostrando come non bisogna attendere di uccidere fisicamente l’altro per essere già sulla strada dell’omicidio. Se l’ira nei confronti del prossimo non viene disinnescata fin da subito, non appena essa compare nell’intimo della persona, e viene anzi alimentata in ogni occasione, allora non bisogna stupirsi se prima o poi, per via di qualche particolare circostanza esteriore, si giunge a compiere atti cosiddetti di follia, incomprensibili persino a colui / colei che li compie. Non appaiono tali molti dei crimini che trapuntano la cronaca quotidiana puntualmente riferita da giornali e televisione? A fronte di questa diagnosi appare del tutto indicata la terapia disposta da Gesù, che ordina di riconciliarsi con i fratelli ancor prima di venire all’altare, senza disquisire su chi abbia ragione o torto, ma con l’intento di spegnere sul nascere il fuoco maligno dell’odio. La medicina ordinata da Gesù può risaltare amara, al punto da indurre a rifiutarla. Come si può perseguire la riconciliazione con gli altri quando sono intercorse offese, ferite e lacerazioni? Non è un sacrificio troppo grande e quindi insostenibile per le deboli forze amorose dell’uomo,quello di amare un’altra persona quando il rapporto si è incrinato e forse anche spezzato? Come si può soffocare l’ira che s’accende furiosa quando gli altri non corrispondono alle nostre attese?

Un indizio per rispondere a queste domande lo rinveniamo nell’epistola, tratta dalla lettera agli Ebrei, in cui il comportamento di alcuni antenati della storia della salvezza viene spiegata alla luce della fede. Un riferimento preciso è dato anche per Abele, Si dice infatti che «per fede, Abele offrì a Dio un sacrificio migliore di quello di Caino e in base a ad essa fu dichiarato giusto». Ciò che traspare da questa citazione è che la bontà del sacrificio di Abele rispetto a quello di Caino non va ricercata nella qualità ottima di ciò che egli offre rispetto a quella eventualmente scadente offerta da Caino, ma nella fede di Abele, ovvero nella fiducia con cui egli si appoggia su Dio. Gradito a Dio non è propriamente ciò che gli si offre – di che cosa avrebbe mai bisogno Dio che già non possieda in quanto Creatore di tutte le cose? – ma il cuore umano con cui gli si offre qualcosa. Il cuore fiducioso di un uomo o di una donna Dio non può pretenderlo: può desiderarlo, sollecitarlo, indurlo, ma non ottenerlo senza la libertà dell’uomo e della donna. Per questo, quando qualcuno si affida a lui, Dio gradisce l’offerta, perché – potremo dire – ottiene ciò che anche per lui non è scontato. Nulla Dio desidera più che la corrispondenza al suo amore. Ma anche qualora Dio non trova corrispondenza, egli non smette di continuare ad amare gli uomini. Anche per Caino, l’omicida del fratello, non verrà a mancare l’amore provvidente di Dio: «Il Signore impose a Caino un segno, perché nessuno, incontrandolo, lo colpisse».

error: Contenuto coperto da copyright