V domenica dopo Pentecoste

Gn 18,1-2a.16-33; Sal 27(28); Rm 4,16-25; Lc 13,23-29

Il racconto della storia della salvezza giunge con questa quinta domenica dopo Pentecoste a considerare la figura di Abramo, padre di tutti i credenti. La sua importanza è chiaramente espressa dalle parole del Signore che la prima lettura, tratta dal libro della Genesi, così riporta: «Io l’ho scelto, perché egli obblighi i suoi figli e la sua famiglia dopo di lui a osservare la via del Signore e ad agire con giustizia e diritto, perché il Signore compia per Abramo quanto gli ha promesso». Abramo è scelto tra gli uomini, creati da Dio e irretiti dal male diffusosi nel mondo a seguito dal peccato originale, affinché divenga principio della storia di salvezza: attraverso la sua fede, il Signore può immettere nella storia degli uomini il suo amore che salva. La fede di Abramo è raccontata nella prima lettura attraverso i canoni tipici della trattativa orientale. Sarà probabilmente capitato a tutti di recarsi in un paese mediorientale o, più facilmente, di incontrare sulla spiaggia o per strada un venditore proveniente da quei luoghi. Avrà certamente notato che la vendita di un oggetto avviene solo dopo una trattativa che parte da un prezzo anche molto più alto di quello che poi viene fissato. Questo stile di trattativa commerciale fa leva sulla disponibilità a venire a patti, confida nella volontà dell’altro di entrare in trattativa, in definitiva si appoggia alla relazione tra i due contraenti. Ed è così che Abramo, nella sua trattativa con Dio, mostra quanto confidi nella disponibilità del Signore a tenere in conto ciò che egli propone e quanto si fidi del suo buon cuore, al punto da osare a ridurre il numero dei giusti come non si poteva immaginare dal principio. Di primo acchito sembrerebbe che, mentre Abramo appare misericordioso e preoccupato di evitare l’eliminazione degli abitanti di Sodoma e Gomorra, il Signore sia invece un giudice senza pietà, che solo a fatica si lascia convincere a mitigare la sua severa giustizia. In realtà, come forse anche lo stesso Abramo, noi che ascoltiamo la sua contrattazione con il Signore scopriamo quanto costui sia misericordioso, al di là dell’immagine che ci possiamo essere fatti.

L’esperienza della bontà di Dio irrobustisce la fede di Abramo al punto che egli – si legge nella lettera ai Romani oggi proposta come epistola – «credette, saldo nella speranza contro ogni speranza». La concretezza della fede di Abramo, la sua attinenza al vissuto, rifulge evidente a proposito della sua paternità. Giunti in tarda età, lui e sua moglie, quando ormai la fecondità non è più possibile, Abramo rimano saldo nel credere alla promessa di una numerosa discendenza che il Signore gli aveva fatto. «Egli – si legge precisamente nel testo – non vacillò nella fede, pur vedendo già come morto il proprio corpo – aveva circa cento anni – e morto il seno di Sara. Di fronte alla promessa di Dio non esitò per incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento». Il testo dell’odierna epistola continua subito dopo dichiarando che questo atteggiamento di Abramo «gli fu accreditato come giustizia», ovvero che tale atteggiamento è quello giusto per corrispondere a Dio ed essere quindi salvati dal male. Non solo la fede di Abramo è motivo di salvezza per lui; la sua fede diviene motivo di salvezza per altri. Il racconto di Genesi di cui sopra già si è detto, mostra come Abramo abbia offerto al Signore l’occasione per manifestare la sua misericordia. L’uomo di fede, corrispondente alla volontà di salvezza divina, è come uno spiraglio attraverso il quale l’aria vitale e la luce solare penetra in una casa e la rende abitabile: attraverso la fede di Abramo la salvezza divina può filtrare nella storia degli uomini, recando loro la salvezza dal male. Nell’epistola odierna, Paolo puntualizza il fatto che attraverso la fede di Abramo, primo credente e in tal senso padre dei credenti, anche noi, credenti di oggi, siamo raggiunti dalla salvezza. Ciò che ci è offerto come dono non ci dispensa dal disporci ad accoglierlo, dal credere a nostra volta, affinché la giustizia di Dio filtrata nella storia attraverso Adamo produca la nostra giustificazione. Come dunque possiamo credere? Che cosa significa per noi avere fede? Nella risposta a queste domande non possiamo dimenticare che tra Abramo e noi si è compiuta la storia della salvezza. Per noi che viviamo nell’era dopo Cristo, la fede consiste nel credere in lui, «il quale è stato consegnato alla morte a causa delle nostre colpe ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione». La fede nel Signore Dio di Abramo, con cui ha avuto inizio la storia della salvezza, si configura come fede cristiana, fede in Gesù Cristo, il quale realizza pienamente e insuperabilmente la salvezza degli uomini. La necessità di credere in Gesù Cristo per entrare nella salvezza è sottolineata nell’odierno testo evangelico tratto dal vangelo di Luca. Pur non esplicitando la metafora, come invece Gesù fa secondo la testimonianza del vangelo di Giovanni dicendo: «Io sono la porta (delle pecore)» (Gv 10,7), Gesù si presenta come «la porta stretta», attraverso cui gli uomini entrano nella salvezza. La ristrettezza della porta allude al fatto che gli uomini, per entrarvi, debbono abbandonare tutto ciò in cui ripongono fiducia: solo la fede in Gesù Cristo permette di essere salvi. In un altro passaggio del vangelo Gesù, ancor più radicalmente, insegna che l’uomo deve disporsi ad abbandonare la sua stessa vita: «Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva» (Lc 17,33). Entrare per la porta stretta, ovvero credere unicamente in Gesù, non significa semplicemente stare alla sua presenza ed ascoltare i suoi insegnamenti, ma vivere mettendoli in pratica. Il riscontro di tale effettiva pratica è la giustizia nei confronti del prossimo, giustizia che – interpretata da Gesù – si trasforma in amore. Si può anche aver partecipato all’Eucaristia e ascoltato la Parola del Signore, ma se si opera iniquamente, se si trama il male nei confronti del prossimo, allora la conoscenza di Dio è un’illusione. Le parole di Gesù a riguardo sono severe: «Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli [il padrone di casa della parabola, ovvero lo stesso Signore Gesù] vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”». Al contrario, chi opera la giustizia amando il prossimo, anche se non ne ha esplicita consapevolezza è già inserito nel cammino della salvezza: «Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio».

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