VI domenica dopo Pentecoste

Es 24,3-18; Sal 49(50); Eb 8,6-13a; Gv 19,30-35

Il racconto della storia della salvezza, dopo aver considerato i patriarchi nelle precedenti domeniche dopo Pentecoste, giunge quest’oggi alla narrazione dell’alleanza tra Dio e il popolo di Israele, guidato da Mosè. L’alleanza viene stipulata dal Signore con il popolo, attraverso il ministero di Mosè, il quale «andò a riferire al popolo tutte le parole del Signore e tutte le norme. Tutto il popolo rispose a una sola voce dicendo: “Tutti i comandamenti che il Signore ha dato, noi li eseguiremo!”». Non solo mediante la parola, però, viene stretta l’alleanza, ma con il rito altamente impegnativo della condivisione del sangue. La metà del sangue versato sull’altare e l’altra metà messa nei catini per poi spargere il popolo dichiara che Dio, evocato dall’altare, e Israele sono dello stesso sangue: la vita dell’Uno è legata alla vita dell’altro, così come è legata la vita dei membri della stessa famiglia. Il patto tra Dio e il suo popolo è un patto di sangue, che impegna dunque la vita, sino alla morte. L’intimità del patto tra Dio e Israele è evidente per riferimento ai capi di Israele, suoi rappresentanti, che vengono ammessi alla visione di Dio pur rimanendo in vita, sperimentando dunque una prossimità con Dio impensabile per gli esseri umani su questa terra e, ai tempi di Mosè, impensabile del tutto: ancora non era, infatti, sorta la fede nella resurrezione dai morti. Dunque, Mosè, Aronne, Nadab, Abiu e i settanta anziani d’Israele «videro Dio e poi mangiarono e bevvero». L’intimità di Dio con Israele spicca ancor più evidente a riguardo di Mosè che – si dice nel testo – «entrò dunque in mezzo alla nube», la nube della gloria del Signore che aveva coperto il monte ove il Signore era venuto a dimorare e aveva convocato Mosè. L’alleanza di grande prossimità tra il Signore e Israele non era un’alleanza alla pari. Al monte Sinai, infatti, dove essa viene stipulata, Israele era giunto per iniziativa gratuita dal Signore, il quale avendo udito il grido della schiavitù in Egitto, aveva liberato con braccio potente il popolo aprendo addirittura il mare davanti a lui e richiudendolo sopra gli inseguitori egiziani. Questa asimmetria dell’alleanza si ritrova nella modalità della sua stipulazione, in cui – va notato – è Dio che dà al popolo «le tavole di pietra, la legge e i comandamenti» e il popolo che li accetta. Questa struttura della relazione tra Dio e Israele resterà fondamentale anche nella Rivelazione cristiana, in cui la fede dell’uomo sorge ed è vissuta sempre come accoglienza e corrispondenza a un dono preventivo.

Nella Rivelazione cristiana, anzi, l’iniziativa gratuita di Dio che beneficia l’uomo prima di ogni suo impegno, risulta ancor più radicale. Non solo: in Gesù Cristo Dio conferma all’uomo anche la capacità di vivere da alleato. Per quanto, infatti, Israele abbia promesso di eseguire e prestare ascolto a tutti i comandamenti dati dal Signore, la storia successiva all’alleanza sinaitica è irrimediabilmente una storia di infedeltà da parte del popolo, incapace di mantenersi in relazione con il Signore e ripetutamente attratto dagli idoli dei popoli circonvicini. Fedele alla sua iniziativa di entrare in alleanza con gli uomini, il Signore non si rassegna alla loro infedeltà, ma stabilisce in Cristo «un’alleanza nuova», la cui peculiarità consisterà nel fatto che le leggi divine non saranno più semplicemente poste davanti agli occhi degli uomini, ma immesse nelle loro menti e impresse nei loro cuori. La nuova alleanza supera la prima, più antica. Questa non viene eliminata, ma perfezionata. Scopo dell’antica alleanza era già, infatti, che il Signore fosse Dio del popolo e questi il popolo di Dio. Nella nuova alleanza ciò può finalmente avvenire perché al popolo è data non solo la possibilità di allearsi con Dio, ma anche la capacità di mantenersi in alleanza con lui. Il dono dell’alleanza cresce iperbolicamente, divenendo un dono alla massima potenza, un iper-dono. Con la nuova alleanza il patto di sangue non è più sancito simbolicamente, con il sangue di animali, ma il sangue stesso del Figlio di Dio viene trasfuso negli uomini affinché essi possano realmente partecipare della vita divina.

L’evento centrale di questa effusione della vita divina da Dio agli uomini, mediante il Figlio, è narrato nel vangelo odierno tratto dal testo di Giovanni. Più acutamente degli altri evangelisti, Giovanni scorge già al momento della morte di Gesù il realizzarsi della Pentecoste, ovvero il compiersi in pienezza del mistero pasquale, comprensivo di passione, morte, resurrezione, ascensione ed effusione dello Spirito. Il verbo che egli impiega per indicare lo spirare di Gesù, infatti, il verbo paredoken, consegnare, non solo può descrivere l’ultimo respiro di colui che muore, lo spirare, ma può anche alludere al dare lo spirito, a consegnarlo appunto, affinché altri lo ricevano e vivano della stessa vita di Colui che la dona a loro. Ma il racconto del dono della vita divina agli uomini viene ulteriormente riferita nel brano evangelico di Giovanni mediante il «sangue e [l’]acqua» che fuoriescono dal fianco di Gesù, colpito dalla lancia di uno dei soldati. Il sangue richiama l’alleanza stabilita da Dio con gli uomini, ora realizzata dal sacrificio di Gesù e non più, simbolicamente, con l’olocausto e l’offerta di animali. Lui ora è l’agnello di Dio che, con il suo sacrificio d’amore, toglie i peccati del mondo. L’acqua, simbolo dello Spirito, come Giovanni chiaramente intende in un passo del suo vangelo (cf Gv 7, 37-39) significa la fecondità del sacrificio di Gesù, la cui vita dà vita agli uomini.

In questo racconto, i Padri della Chiesa, hanno letto il riferimento ai sacramenti: nell’acqua al Battesimo, nel sangue all’Eucaristia, i due principali sacramenti che danno vita alla Chiesa. Partecipando ai sacramenti, anche a noi è dato di entrare nell’alleanza con Dio per godere della sua iniziativa di salvezza nei nostri confronti.

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