VII domenica dopo Pentecoste

Gs 24,1-2a.15b-27; Sal 104(105); 1Ts 1,2-10; Gv 6,59-69

La storia della salvezza è essenzialmente la storia dell’Alleanza che Dio ha iniziato con il popolo di Israele e, ancor prima, con la creazione dell’uomo e della donna, centro focale della creazione del mondo. Nel corso della storia l’Alleanza è stata ripetutamente celebrata in momenti particolari, e specialmente sul monte Sinai, a seguito della liberazione d’Israele dalla schiavitù d’Egitto. L’Alleanza sorge dall’iniziativa del Signore che sceglie il suo popolo, lo libera, lo introduce nella Terra promessa, e dalla scelta del popolo che acconsente e corrisponde all’iniziativa del Signore.

La prima lettura, tratta dal libro di Giosuè, concentra l’attenzione proprio su questo momento di scelta del popolo di Israele. Come Mosè, prima della morte, aveva rinnovato l’alleanza, ancora però al di là del Giordano, così Giosuè, prossimo anch’egli a morire, rinnova l’alleanza, questa volta però già nella Terra promessa, in cui lo stesso Giosuè, successore di Mosè a capo di Israele, ha introdotto Israele. L’Alleanza con il Signore è prospettata al popolo come una scelta libera a fronte di due possibilità, un’alternativa secca. «Sceglietevi oggi chi servire: se gli dèi che i vostri padri hanno servito oltre il Fiume oppure gli dèi degli Amorrei, nel cui territorio abitate». La scelta non prevede l’astensione, non ammette la neutralità: se non si sceglie il Signore, si sceglieranno altre divinità. L’uomo è un essere re-ligioso, inevitabilmente legato a un Altro, sia egli il vero Dio oppure una falsa divinità. L’uomo è tale perché non ha in sé la vita che riceve da un’origine altra rispetto a sé stesso. Non può vivere slegato da Colui che gli dà la vita: morirebbe. Eppure l’uomo può scegliere di slegarsi dal Signore della vita e di affidarsi a qualcuno o qualcosa che solo in apparenza gli consente di vivere. Anche oggi non mancano le false divinità – siano esse il potere, il prestigio, i soldi, ecc. – cui l’uomo dedica la vita, ma rispetto alle quali l’uomo finisce per essere sottomesso. Comunque sia, l’uomo non vive se non per qualcuno o qualcosa: egli si dedica anima e corpo, si mette a servizio. Proprio il verbo «servire» è impiegato ripetutamente nel brano dell’Alleanza in Sichem per dare contenuto alla scelta religiosa di Israele: «Sceglietevi oggi chi servire». Mettersi a servizio del Signore: ecco qual è la sostanza della fede, che dunque non è un pensiero astratto o un sentimento impalpabile, ma una disposizione pratica della vita.

La concretezza pratica della fede viene più nitidamente definita nel brano neotestamentario tratto dal vangelo di Giovanni. Lì la fede non è riferita a un Dio avvolto nella nube di un mistero impenetrabile, ma alle parole chiare di Gesù. Senonché, queste parole non sono facilmente ascoltabili e soprattutto, non facilmente praticabili, perché insegnano ed esigono che chi le ascolta metta la vita a servizio del Signore Gesù, seguendone il cammino di vita e imitando il suo esempio d’amore. A fronte della parola di Gesù, si rinnova per l’uomo, per noi uomini nati dopo il suo avvento sulla terra, l’Alleanza con Dio. Ora essa ha come fondamento l’iniziativa che Dio prende inviando il Figlio agli uomini e come esigenza la richiesta agli uomini di ascoltarlo, nel senso forte di obbedire le sue parole. Il testo evangelico riferisce dell’alternativa possibile di credere nelle parole di Gesù oppure di non credere in esse. L’opposta possibilità della fede o dell’incredulità non è una semplice convinzione interiore, ma – come già nell’Alleanza antico-testamentaria – una disposizione della vita, che ora viene espressa come un «andare con Gesù». Rispetto all’insegnamento di Gesù si dice, infatti, che «da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui», come pure, invece, che i Dodici interrogati circa la loro scelta: «Volete andarvene anche voi?», rispondono per bocca di Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio». Nello stesso brano evangelico, a fronte della incredulità dei discepoli per i quali la parola di Gesù è troppo dura, il Maestro afferma che nessuno può venire a lui se non gli è concesso dal padre. La dichiarazione è di primaria importanza perché insegna che la fede cristiana, consistente nell’andare con Gesù, nel condividere cioè la sua vita, le sue scelte, il suo destino non è un’impresa per eroi ma una possibilità concessa a coloro che non pensano e non pretendono di farcela da soli.

Un esempio luminoso di come la fede in Cristo sia una corrispondenza alla grazia divina e non quindi uno sforzo umano è riferito nella prima lettera di Paolo ai Tessalonicesi. La comunità dei cristiani di Tessalonica viene portata come esempio da Paolo per la vita divina che in essa scorre tra i credenti, testimoniata dalle virtù teologali che essi vivono: l’operosità della fede, la fatica della carità, la fermezza della speranza. Riconoscendo la fede, la carità e la speranza dei cristiani di Tessalonica, Paolo ne indica l’origine nell’iniziativa di Dio: «Sappiamo bene, fratelli amati da Dio – scrive l’apostolo – che siete stati scelti da lui». A fronte dell’iniziativa di Dio risalta la fede dei credenti quale sofferta e gioiosa corrispondenza: i Tessalonicesi hanno «accolto la Parola (di Dio) in mezzo a grandi prove, con la gioia dello Spirito Santo, così da diventare modello per tutti i credenti della Macedonia e dell’Acaia». La testimonianza cristiana della fede è l’effondersi della grazia di Dio pienamente accolta, alla stregua di una brocca che, posta sotto la fontana, una volta colma, trabocca. L’offerta dell’Alleanza con il Signore si rinnova per noi ogni qual volta sull’altare si ripresenta l’iniziativa d’amore di Cristo, che dona se stesso, sino al corpo e al sangue, affinché possiamo vivere in abbondanza. A noi la scelta: sia quella della fede in Lui.

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