VIII domenica dopo Pentecoste

1Sam 8,1-22a; Sal 88(89); 1Tm 2,1-8; Mt 22,15-22

Lo scorrere della storia della salvezza, di cui le domeniche dopo Pentecoste riportano episodi salienti, giunge con questa domenica al tempo dei Giudici in Israele. Stanziato ormai nella Terra promessa, dove era stato introdotto da Giosuè, si pone per Israele il problema circa la forma di governo da assumere. Tanto quella già in atto, dei Giudici appunto, come Samuele e i suoi figli, che giudicavano sulle città di Israele, quanto quella del monarca, un re per tutto Israele, verso cui propende il popolo, mostrano i limiti e anche l’iniquità del potere umano. A proposito dei figli di Samuele, che erano giudici a Bersabea, presiedevano cioè alla giustizia e dirimevano le cause che sorgevano tra il popolo, si dice che «deviavano dietro il guadagno, accettavano regali e stravolgevano il diritto». Del futuro re, che il popolo ostinatamente chiede, ritenendolo migliore del governo dei singoli Giudici, si sottolinea, con la ripetizione del verbo «prendere» l’asservimento a cui sottoporrà il popolo: «prenderà i vostri figli […] prenderà anche le vostre figlie […] prenderà pure i vostri campi […] prenderà le decime […] vi prenderà i servi e le serve». Dal dialogo che intercorre tra il vecchio giudice Samuele, a cui il popolo ha richiesto un nuovo re, e il Signore, emerge il rimprovero nei confronti del popolo. Il motivo sembrerebbe più immediatamente la propensione del popolo per una forma di governo – quella monarchica – diversa da quella istituita dal Signore per Israele e simile a quella di tutti gli altri popoli. Più propriamente, però, l’ammonizione che il Signore dice a Samuele di dare al popolo, riguarda il fatto che, reclamando un re, non confideranno più nel Signore: «Il Signore disse a Samuele: “Ascolta la voce del popolo, qualunque cosa ti dicano, perché non hanno rigettato te, ma hanno rigettato me, perché io non regni più su di loro». Questa dichiarazione del Signore contiene una visione del potere politico e una critica dello stesso che funge da criterio per valutarlo, in ogni epoca della storia, alla luce della fede. La visione del potere politico è la sua relatività dal punto di vista della forma. La dichiarazione del Signore a Samuele: «Ascoltali: lascia regnare un re su di loro» lascia intendere che dalla fede in Dio non deriva necessariamente un’unica forma di governo terreno. La critica del potere politico è implicita nella considerazione del Signore quando lamenta che il popolo, volendo un re, finisce per rigettarlo come Signore: la politica sostituisce la fede.

L’articolazione tra governo politico e fede religiosa è al centro del vangelo odierno, tratto da Matteo, riguardante un noto episodio della vita di Gesù occasionato dai suoi detrattori. Il fatto, peraltro, è di ricorrente ed estrema attualità, poiché riguarda il pagamento delle tasse: «È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Per comprendere la posta in gioco contenuta nella questione, si deve tenere conto che Cesare, imperatore romano, è il capo di coloro che hanno invaso e occupato la Palestina, e che quindi pagare a lui il tributo significava, in qualche modo, legittimare un potere assunto con la forza militare e con essa mantenuto. Non dovrebbe, in nome dell’appartenenza a Israele, il popolo di Dio, disobbedire ad ogni altro potere e far coincidere la fede religiosa con un progetto di insurrezione e di liberazione politica? Messa in questi termini, la questione del rapporto tra fede e politica mostra la sua complessità: per certi versi, la legittimazione di un potere politico, per di più imposto, sembrerebbe il trionfo dell’iniquità, ciò che Dio non può ammettere; per altri versi, la lotta contro un certo potere politico potrebbe indurre l’idea che tra fede religiosa e progetto politico vi sia coincidenza e ciò farebbe pensare il regno di Dio alla stregua di un regno di questo mondo. La risposta di Gesù, sottraendosi alla semplificazione dei suoi avversari, impedisce di confondere e, d’altra parte, nemmeno elimina la relazione tra potere politico e fede religiosa: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». Gesù esclude anzitutto la confusione tra Cesare e Dio: Cesare non è Dio e Dio non è Cesare. Il potere politico non deve pretendere di usurpare la fede religiosa, proponendosi come la salvezza degli uomini, i quali dovrebbero sottomettersi in tutto e per tutto ai governanti di turno. L’uomo, ogni uomo, non ha padroni. Gli stessi padri umani, per quanto benigni possano essere, sono soggetti al Padre dei cieli. Se Cesare, dunque, non deve farsi come Dio – e qualora lo pretendesse verrebbe subito smascherato nella sua incapacità di esserlo: le dittature di ogni colore, ne sono inconfutabile prova – anche Dio non può essere trascinato a fungere da Cesare. Non si può cioè confondere politica e fede sino a ritenere che il potere politico goda di un’investitura e di prerogative divine. Ciò che non si deve confondere, nemmeno però viene concepito da Gesù come contrapposto, come se tra Cesare e Dio necessariamente debba esserci conflitto ed esclusione. L’iniquità del potere politico è una patologia. Tale potere non è, di per sé, iniquo; sono gli uomini che lo rendono tale, assumendolo non come servizio del bene comune, secondo il disegno di Dio, ma a proprio uso e secondo il proprio interesse.

È nella logica di un potere politico che corrisponda alla volontà di Dio e al bene degli uomini che nell’epistola, tratta dalla prima lettera a Timoteo, l’apostolo Paolo raccomanda, «prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio». Vale la pena di sottolineare due elementi della raccomandazione di Paolo: il «prima di tutto» e il «perché». Paolo pone come prima condizione per prendere posizione circa il potere politico, quello di chiedere a Dio, nella forma della preghiera specialmente, che chi lo detiene lo eserciti secondo Dio. Ciò diviene esplicito nel «perché» si debba pregare per gli uomini che stanno al potere: non perché mantengano o perdano il potere, ma perché consentano e promuovano la pace tra gli uomini e non impediscano loro di dar gloria a Dio. La fede cristiana non è un partito politico: è l’anima affinché la politica non perda di vista, come è frequente nel corso della storia, il bene comune.

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