IX domenica dopo Pentecoste

1Sam 16,1-13; Sal 88(89); 2Tm 2,8-13; Mt 22,41-46

Il racconto della storia della salvezza presenta in questa domenica la scelta e l’unzione di Davide, colui che resterà, per eccellenza, il re d’Israele. Davide verrà considerato il re ideale, ineguagliato da ogni altro, perché meglio di ogni altro realizzò ciò che il popolo attendeva da un re: riunire Israele con i successi militari, allontanare i pericoli interni, arricchire il popolo, insomma consentire a Israele di godere della Terra promessa. Ma vi è una ragione più fondamentale per la grandezza di Davide nella storia d’Israele, ed è il suo essere stato scelto dal Signore, come chiaramente si apprende dal comando dato a Samuele: «Ti mando da Iesse il Betlemmita, perché mi sono scelto tra i suoi figli un re». La volontà divina muove le circostanze in modo tale da raggiungere l’obbiettivo prefissato. È così che Samuele, pur a fronte dei pericoli mortali legati alla missione che gli è affidata – «Saul lo verrà a sapere – osserva Samuele nel dialogo con il Signore – e mi ucciderà, – può condurla a buon esito. Ma vi è un altro elemento nel racconto della scelta di Davide come re d’Israele in cui risalta l’opera del Signore ed è il fatto che il criterio della scelta è totalmente diverso dalle attese e dalle previsioni umane. Samuele, impressionato dall’aspetto e dalla statura di uno dei figli di Iesse, Eliab, pensa di indovinare la scelta del Signore, il quale, però, dichiara: «Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura. Io l’ho scartato, perché non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore». Il Signore vede, quindi, ciò che l’uomo non può vedere, ed è così che la scelta del Signore cade sull’ultimo dei figli di Iesse, il quale era tanto poco considerato da non essere stato nemmeno invitato al sacrificio presenziato da Samuele. Davide, il più piccolo, se ne stava infatti a pascolare il gregge. Il Signore vede ben oltre la vista degli occhi umani e chiama chi sembrerebbe nelle condizioni meno favorevoli per essere scelto. Ciò che forse può incuriosire nel racconto, è che Davide viene descritto «fulvo, con begli occhi e bello di aspetto». Questa sottolineatura invita a ben intendere le parole del Signore, per il quale «non conta quel che vede l’uomo». Esse non significano che Dio non ha alcun interesse per l’aspetto degli uomini, ma che la bellezza che egli sa vedere, quella che traspare dall’aspetto ma ha radici nel cuore, l’uomo non è in grado di vederla. Abbagliato dall’apparenza lo sguardo dell’uomo non è capace di scorgere la profondità, restando inebetito da ciò che è superficiale e, come tale, inconsistente.

L’incapacità degli uomini a scorgere ciò che Dio vede, emerge in tutta la sua rilevanza a proposito di Gesù. Interrogati da Gesù stesso a riguardo dell’identità del Cristo: «Che cosa pensate del Cristo? Di chi è figlio?» i farisei rispondono che egli è figlio di Davide. Al che Gesù li incalza, riprendendo il passo di un salmo attribuito a Davide – il salmo 110,1 – in cui Davide si rivolge al Cristo come al suo Signore. Come dunque il Cristo può essere, a un tempo, figlio di Davide eppure anche suo Signore? Un figlio non è signore del padre, ovvero suo superiore; gli è, al contrario, inferiore, sottomesso. La narrazione della disputa di Gesù con i farisei si conclude col silenzio di costoro, incapaci di rispondere all’enigma posto da Gesù: «Nessuno era in grado di rispondergli e, da quel giorno, nessuno osò più interrogarlo». Per risolvere l’enigma è necessario che gli uomini si lascino istruire dalla parola di Dio, la quale svela ciò che essi non possono immaginare, ovvero che il Cristo, umanamente discendente di Davide, è nondimeno generato da Dio. Egli è dunque figlio di Davide per la sua natura umana e figlio di Dio, Dio egli stesso, per la sua natura divina. La parola di Dio che svela la duplice natura di Cristo è anzitutto pronunciata da Gesù: egli è la Parola di Dio fatta carne, Colui in cui si svela l’enigma del Cristo di essere, nel contempo, figlio e Signore di Davide.

Il mistero di Gesù Cristo, uomo e Dio, è richiamato nell’epistola tratta dalla seconda lettera di Paolo a Timoteo. L’annuncio di Paolo, infatti, qualifica Gesù Cristo come «discendente di Davide», inserito dunque nel flusso di vita umana che scorre di generazione in generazione, e insieme come «risorto dai morti», in possesso, dunque, di una vita che è prerogativa di Dio e che solo Dio è in grado di offrire. L’appello di Paolo è che gli uomini entrino in contatto vivo con Gesù Cristo, perché possano godere della stessa vita divina che egli, inserendosi nella trama dell’umanità in quanto discendente di Davide, ha reso disponibile agli uomini. La modalità di questo contatto vivo è espressa in riferimento alla vita e alla morte, al tutto cioè dell’esistenza umana, costantemente condivisa con Gesù Cristo: «Se moriamo con lui, con lui anche vivremo; se perseveriamo, con lui anche regneremo». Paolo non fa mistero sull’eventualità che gli uomini non condividano la loro esistenza con Cristo Gesù ma lo rinneghino o, comunque, non gli siano fedeli. Circa il rinnegamento non sembra esservi rimedio: «Se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà». Il rinnegamento di Cristo, in questo caso, non è la vendetta per il rinnegamento degli uomini, ma la sofferta accettazione della scelta libera degli uomini che non vogliono aver parte con lui. Se, però, gli uomini non si ostinano nel rifiuto perdurante, ma si limitano alla pur grave infedeltà, giungendo anche a tradire l’amore ricevuto e insegnato da Cristo, egli ricambia con una fedeltà incondizionata: «Se siamo infedeli, – afferma Paolo – lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso». Agli uomini non è chiesto di riuscire a mantenersi da se stessi nell’amore di Dio; è chiesto di non indurirsi contro il suo amore quando esso viene gratuitamente offerto e chiede solo di essere accolto.

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