Assunzione della Beata Vergine Maria

Apc 11,19-12,6a.10ab; Sal 44(45); 1Cor 15,20-26; Lc 1,39-55

L’anno liturgico è trapuntato di celebrazioni mariane che ritmano la preghiera comune della Chiesa. La figura di Maria è così presente nella fede del popolo cristiano, cattolico in particolare, da rendere la devozione alla Madonna una delle forme, se non la forma più diffusa e praticata della pietà popolare. La preghiera più immediata che si recita insieme è quella dell’Ave Maria e ancora oggi molti credenti praticano la recita del Rosario.

La ricorrenza delle celebrazioni mariane lungo l’anno liturgico illustra, nelle diverse occasioni, un aspetto della vita di Maria in cui si riflettono le grandi cose che Dio ha compiuto in lei. La celebrazione odierna della sua assunzione «alla gloria celeste in anima e corpo» contempla il passaggio di Maria dalla vita sulla Terra alla vita in Paradiso, dalla condizione mortale a quella eterna. L’amore gratuito, la grazia, che Dio aveva pienamente seminato in lei ancor prima della nascita, al suo concepimento, e che l’aveva sostenuta in tutta la sua vita accanto al Figlio Gesù, dall’annunciazione fin sotto la croce, la rende infine pienamente partecipe della Resurrezione di Cristo.

La fede di Maria su questa terra e la sua gloria in Cielo potrebbero apparire così eccezionali da far pensare a lei come una creatura più divina che umana. In effetti, come lascia intendere la visione del libro dell’Apocalisse, proposta come prima lettura, lei partecipa direttamente alla ciclopica battaglia che contrappone Dio e «un enorme drago rosso», partorendo «un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni». Il drago avrebbe voluto divorarlo non appena lo avesse dato alla luce, ma egli «fu rapito verso Dio e verso il suo trono». Che qualità deve avere una donna simile? Basterebbero qualità da eroina? Non dovrebbe avere prerogative divine?

La devozione popolare non manca di attribuire a Maria poteri straordinari, di apparizione e di guarigione, di protezione e di consolazione, sino a ritenere che Dio l’abbia scelta per le sue eccezionali doti. Tuttavia, stando soprattutto alla testimonianza dei vangeli, Maria appare una semplice donna, moglie e madre, similmente a infinite altre donne che hanno sposato un uomo e generato dei figli. La sua stessa testimonianza, cantata nel Magnificat oggi evocato dall’odierno testo evangelico, è quella di chi appartiene agli «umili», letteralmente ai tapini, i più piccoli, i minimi, coloro che stanno così in basso da non poter vantare alcuna grandezza, non solo davanti a Dio, ma anche davanti agli altri. L’umiltà è la condizione di chi come la terra – humus nella lingua latina, da cui l’italiano: umile – sta sotto i piedi di tutti, da tutti sopravanzato.

Maria è tutt’altro che una divinità, è una donna, semplicemente e veramente umana, e il suo essere innalzata al rango di Dio non è dovuto ad altro che alla sua semplice e vera umanità. Il Signore infatti – canta Maria – «ha guardato l’umiltà della sua serva» e l’ha innalzata sino alla gloria divina, poiché Lui «ha innalzato gli umili».

L’innalzamento di Maria è il realizzarsi della promessa di Gesù, fatta ai suoi discepoli nell’imminenza della Pasqua: «Io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32). Il passaggio di Gesù dall’abisso della morte in croce all’altezza della resurrezione nella gloria non è una sua esclusiva prerogativa, ma l’aprirsi di un varco per tutti gli uomini e le donne che, lasciandosi attirare, sono condotti oltre quel limite inevitabile e doloroso della morte, il cui solo pensiero impaurisce o, quanto meno, inquieta. Maria, innalzata sino all’altezza della vita di Dio, al di sopra di ogni abisso mortale, è – come recita oggi la liturgia – il «segno di consolazione e di sicura speranza» per noi, uomini e donne mortali, esuli figli di Eva. Guardando a lei, assunta in cielo, noi possiamo credere che la promessa di Gesù è veritiera: l’assunzione di Maria ne è la conferma.

La promessa di Gesù di attirare all’altezza della vita divina, già realizzatasi in Maria, è rivolta a tutti. «Come infatti in Adamo tutti muoiono, – osserva Paolo nell’epistola odierna – così in Cristo tutti riceveranno la vita». Celebrando l’assunzione di Maria, dunque, noi siamo invitati a considerare il nostro proprio destino, a immaginare il Paradiso come meta finale del nostro viaggio terreno, come nostra casa definitiva. Alzare lo sguardo al Cielo non è solo un antidoto alla paura per il futuro della morte, ma è già un’opportunità per vivere al meglio il presente. L’esistenza che andiamo vivendo appare in una luce nuova se si apre sulla prospettiva della vita risorta nel Paradiso, perché essa non è più il breve transito tra il nulla che precede la nascita e il nulla che segue alla morte, ma un tempo di “gravidanza” prima della definitiva nascita al Cielo. La luce che l’Assunzione di Maria al cielo lascia trasparire accende di speranza l’umano vivere. La speranza che questa nostra vita, per quanto ingarbugliata e priva di senso possa apparire, non è un vagabondaggio senza meta, ma un viaggio verso una vita piena ed eterna. A condizione che ci lasciamo attirare da Cristo. Condizione che non richiede se non l’umiltà di chi, consapevole della sua piccolezza di essere umano, si affida alla grandezza di Dio.

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