X domenica dopo Pentecoste

1Re 3,5-15; Sal 71(72); 1Cor 3,18-23; Lc 18,24b-30

Il racconto della storia della salvezza proposto in questo tempo liturgico che fa seguito alla Pentecoste giunge oggi in prossimità della figura di Salomone, figlio del re Davide, ed egli stesso re di Israele, cui il Signore fece dono di «ricchezza e gloria, come a nessun altro fra i re». Non è questo però il motivo del rilievo di Salomone nella storia del popolo di Dio. Non è perlomeno questo il motivo che la prima lettura, tratta dal primo libro dei Re, presenta. Salomone è in essa celebrato per la sua sapienza, superiore a quella di ogni altro uomo. Esplicite sono, a riguardo, le parole del Signore: «Ti concedo un cuore saggio e intelligente: uno come te non ci fu prima di te né sorgerà dopo di te». È opportuno precisare di quale saggezza Salomone venga dotato. Essa viene qualificata come «discernimento nel giudicare», capacità di «distinguere il bene dal male», e questo non per sé, ma per «rendere giustizia» al popolo del Signore. Il compito di giudicare bene è tutt’altro che semplice, dato che si tratta di un «popolo numeroso che per quantità non si può calcolare né contare». Il pensiero corre alla giustizia perseguita nei tribunali odierni, ove la complessità delle vicende e le sottigliezze di imputati, avvocati e giudici danno l’idea di un’impresa se non proprio impossibile, certo altamente improbabile. Occorrerebbe davvero una saggezza divina per assicurare una vera giustizia tra gli uomini. Ma se la sapienza divina di cui Salomone è dotato è irraggiungibile dagli uomini, non devono forse essi rassegnarsi ad accettare i limiti insiti nella loro capacità di giudizio? Oppure accettare che, anche quando si tratta di giudicare, ognuno cerchi di tirare l’acqua al suo mulino e di essere scaltro più degli altri? Per quanto la saggezza divina stia al di là delle potenzialità umane, essa non è negata agli uomini. Ma come un recipiente può essere riempito se non è già pieno, così la sapienza divina può colmare un uomo se costui non è già pieno di sé. È precisamente questa la saggezza di Salomone, che lo rende più sapiente di ogni altro uomo, quella di riconoscere che non in sé ma in Dio può trovare la sapienza: «Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male».

L’idea che la virtù del discernimento morale non sia una prerogativa dell’uomo, ma che l’uomo la possa ricevere da Dio è decisamente illustrata da Paolo, nel testo della prima lettera ai Corinzi proposta oggi come epistola. Con il tono dialettico che contraddistingue il suo pensiero, Paolo oppone la sapienza di Dio alla sapienza degli uomini, sostenendo che la sapienza degli uomini, qualora pretenda di sganciarsi da Dio, nemmeno più può essere chiamata sapienza, ma «stoltezza». A fronte di questa tesi, si comprende il programma di vita disposto da Paolo per i cristiani di Corinto e, più generalmente, per tutti i cristiani. Tale programma esige anzitutto di evitare l’illusione di essere sapiente, rinunciando alla propria sapienza stolta, per acquisire la superna sapienza che viene da Dio. Se la sapienza autentica viene da Dio, allora non solo essa esige che nessuno si creda sapiente, ma che nemmeno esalti qualcun altro come sapiente al punto da dimenticare che anche costui è tale perché Dio glielo concede e nella misura in cui egli riconosce di dover tutto a Dio. Uno dei segnali che comprova lo squilibrio è il culto della personalità dell’uno o dell’altro, al punto da non intravedere più il suo legame essenziale con Cristo ed il Padre. Da notare che l’Apostolo delle genti mette in guardia da tale culto anche all’interno della comunità cristiana citando, oltre che se stesso, altre due personalità di spicco, quali Apollo e Cefa, ovvero Pietro. Il criterio di discernimento per apprezzare il bene di ogni realtà umana e, in controluce, il male è di cogliere la loro relazione con Dio, il che si distanzia tanto dal disprezzarle in se stesse quanto dall’esaltarle sopra se stesse: «Tutto è vostro: – dichiara l’Apostolo – Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio».

Quanto sia essenziale e fruttuoso riferire ogni realtà a Dio, attraverso Cristo, è richiamato nel brano evangelico odierno, tratto dal testo di Luca. Il brano comincia richiamando l’incolmabile distanza che passa tra il possesso della ricchezza e l’ingresso nel regno di Dio: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio. È più facile infatti per un cammello passare per la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio». Per poter riferire a Dio ogni ricchezza, l’uomo non dovrebbe impossessarsi di essa come se fosse una sua proprietà privata, priva cioè della relazione con gli altri, ma dovrebbe condividerla con il prossimo, secondo l’insegnamento di Dio. Questo, però, nella realtà dei fatti appare assai difficile, se non impossibile. L’atteggiamento assai diffuso tra gli uomini, infatti, è piuttosto quello di chi stringe tra i pugni le proprie che non quello di chi apre le mani per condividerle con gli altri. Come uscire perciò da questa incapacità di spossessarsi delle proprie ricchezze, così da fondare la propria vita non su se stessi e su ciò che si riesce ad accumulare, ma su Dio? La risposta è offerta da Pietro, che rivolgendosi a Gesù, intento a insegnare di non confidare in se stessi, ma in Dio, al quale è possibile «ciò che è impossibile agli uomini, osserva: «Noi abbiamo lasciato i nostri beni e ti abbiamo seguito». Riferire ogni realtà a Dio, così da poter apprezzare giustamente il bene e il male, significa seguire Cristo, quando entrano in contatto vivo con lui, vivere secondo il suo stile. La sequela di Cristo non solo dà il criterio del bene e del male in tutte le scelte della vita, ma procura anche una ricchezza molto più grande di quella acquisibile dagli uomini: «Non c’è nessuno che abbia lasciato casa o moglie o fratelli o genitori o figli per il regno di Dio, che non riceva molto di più nel tempo presente e la vita eterna nel tempo che verrà». La sapienza richiesta da Salomone a Dio è offerta ai cristiani in Cristo. Ai cristiani che seguono Cristo è promesso di ricevere, non solo la sapienza per distinguere le cose buone da quelle cattive, ma come Salomone, anche cose buone, in abbondanza.

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