III domenica dopo il Martirio di S. Giovanni il Precursore

Is 43,24c-44,3; Sal 32(33); Eb 11,39-12,4; Gv 5,25-36

La storia della salvezza consiste nell’alleanza che Dio stabilisce, per sua iniziativa, con gli uomini, a partire da un primo nucleo, quello del popolo di Israele, che però si apre all’universale coinvolgimento di tutta l’umanità. Il «meglio», che permette anche a chi ha preceduto nella fede i cristiani di ottenere la «perfezione», è donato in Cristo. In lui la vita degli uomini è salvata; salvata non solo dai pericoli e i rischi che incombono lungo il corso della vita terrena, ma da quella radicale e inevitabile nemica della vita che è la morte.

Il Vangelo odierno, tratto dal testo di Giovanni, comincia proprio evidenziando la potenza di vita di cui Gesù, il Figlio di Dio, è dotato, e di quale sia il suo effetto vitale sugli uomini. «Viene l’ora – ed è questa», dichiara Gesù riferendosi al suo essere giunto sulla terra degli uomini, «in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno». Poco oltre, Gesù rivela che la potenza di vita di cui è dotato riguarda ogni uomo, sia egli buono o cattivo. A nessuno è tolta la vita ultraterrena, indipendentemente da come avrà vissuto quaggiù. A ciascuno, però, la qualità della vita nell’al di là apparirà corrispondente alla vita nell’al di qua: «Tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e usciranno, quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna». Il dono della vita, di una vita più forte della morte, viene offerto dal Figlio dell’Uomo, mediante la sua voce. La voce di Gesù ha la medesima potenza della voce di Dio che quando risuona, crea. Il pensiero corre al racconto della creazione nelle prime pagine della Bibbia, quelle del libro della Genesi, in cui si racconta che, dal niente, tutto l’universo viene creato sul ritmo della voce di Dio che realizza ciò che dice, a partire dalla prima creazione della luminosità: «Dio Disse: “Sia la luce!”. E la luce fu» (Gen 1,3). La potenza creativa della voce di Gesù, tale da risultare della stessa potenza creativa della voce di Dio, è dovuta al fatto che in Gesù, il Figlio di Dio, palpita la medesima vita di Dio: «Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso anche al Figlio di avere la vita in se stesso».

L’effetto vitale per gli uomini della vita divina che a essi giunge attraverso Cristo può essere descritto attingendo alla prima lettura, tratta dal libro del profeta Isaia. In essa si racconta del tormentato rapporto di alleanza tra il Signore Dio e il popolo di Israele, il quale non solo ha molestato il Signore con i suoi peccati, ma lo ha stancato permanendo nell’iniquità lungo il corso delle generazioni: «Il tuo primo padre peccò, i tuoi intermediari mi furono ribelli». Il riferimento è anzitutto a Giacobbe, giudicato negativamente secondo una tradizione che non compare in Genesi, ma risulta in Osea 12,3-4; per quanto riguarda invece gli intermediari, il riferimento è ai falsi profeti che il popolo ha ascoltato. L’infedeltà di Israele comporta una frattura della relazione con il Signore Dio, che merita al popolo condanna e ingiurie. Ma a fronte di questo ostinato atteggiamento del popolo, il Signore dichiara, per sua iniziativa unilaterale e incondizionata, di non impugnare i peccati per infliggere il castigo, ma di volerli perdonare: «Io, io cancello i tuoi misfatti per amore di me stesso, e non ricordo più i tuoi peccati». La potenza creativa del Signore può ricreare ciò che l’uomo colpevolmente distrugge, pur avendolo ricevuto in dono. L’offerta di una rinnovata alleanza, eliminando la frattura del peccato che separa l’uomo da Dio, consente a quest’ultimo di rivitalizzare il primo, così come il nutrimento materno plasma il figlio nel grembo e l’acqua infonde vigore alla terra: «Così dice il Signore che ti ha fatto, che ti ha formato dal seno materno e ti soccorre: “Non temere, Giacobbe mio servo, Iesurùn [nome poetico di Israele] che ho eletto, poiché io verserò acqua sul suolo assetato, torrenti sul terreno arido». La potenza di vita del Signore è come un fiume che riscrive una nuova storia cancellando la controstoria del peccato: «Verserò il mio spirito sulla tua discendenza, la mia benedizione sui tuoi posteri». Ciò che il Signore promette a Israele trova riscontro e perfetto compimento in Gesù, attraverso il quale l’amore di Dio si versa sull’umanità, purificandola in ogni piega dai peccati.

L’epistola odierna, tratta dalla lettera agli Ebrei, attira l’attenzione proprio sulla profondità inaudita della redenzione operata da Gesù. «Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore». L’invito è a pensare attentamente a Lui, «che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori». Contro Gesù si scarica tutto il violento malessere e cattivo agire degli uomini. Come un fiume tumultuoso finisce nel mare aperto perdendo la sua furia distruttiva, così i peccati degli uomini scompaiono nella misericordia divina che in Gesù prende corpo. Il suo corpo distrutto è lo stretto attraverso il quale gli uomini fanno ingresso in Dio, liberati da ogni ingombro di male che ne impedirebbe l’incontro. Si comprende allora la duplice esortazione duplice che possiamo trarre dall’epistola odierna. La prima esortazione è quella di deporre «tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia», per correre «con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo lo sguardo fisso su Gesù». Contemplando l’amore con cui Egli si è consegnato al Padre per gli uomini, per tutti gli uomini, la nostra fede viene suscitata e alimentata: ci si affida a chi ci ama. La seconda esortazione, compresa nella prima ma opportunamente esplicitata, è di non stancarsi perdendosi d’animo se tale corsa comporta una dura lotta per scrollarsi di dosso il peccato che vorrebbe distoglierci dall’incontro con Gesù. Con grande realismo non si dipinge la vita cristiana, la vita cioè di relazione con Cristo, quasi fosse un passeggiare spensierato, e tuttavia, pur prospettando che la resistenza al male impegna anima e corpo, sino al sangue, si invita a fissare lo sguardo su Gesù, affinché il Suo amore ci conquisti e affascinandoci, ci induca a imitarlo.

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