IV Domenica dopo il Martirio di S. Giovanni il Precursore

Pr 9,1-6, Sal 33(34); 1Cor 10,14-21; Gv 6,51-59

 Mangiare e bere è per ogni creatura vivente, anche per l’uomo, creatura per eccellenza o, meglio, eccellente creatura, condizione essenziale. Se non mangia e ancor più se non beve, egli rapidamente muore. Fin dal suo venire alla luce il bambino anela al seno della mamma e, ancor prima, quando ancora allo stato embrionale si annida nel suo grembo, riceve attraverso il cordone ombelicale il sangue che lo nutre. Mangiare e bere è per l’uomo, però, non solo una necessità biologica, ma è anche una delle forme primordiali e più intensamente simboliche di relazione. Mentre succhia il latte, il figlio percepisce la presenza della madre. Durante il pranzo o la cena, gli amici godono della reciproca presenza. In tutte le culture mangiare è ben più che mantenere in vita il corpo: è godere della vita offerta e ricevuta dagli altri.

Questo significato del cibo che dà vita e crea relazione è contenuto nell’appello della Sapienza, rappresentata nella prima lettura, tratta dal libro dei Proverbi, come una saggia signora che offre un eccellente banchetto per quanti sono in difficoltà con la vita. Il contrasto tra la sapiente preparazione di ogni particolare, dalla casa con le sue colonne sino al menù e agli inviti mediante le sue ancelle, e l’inesperienza e dissennatezza degli invitati, lascia intendere la grandezza e la gratuità, la grande gratuità del dono. La possibilità di mangiare e bere al banchetto, dunque di vivere e di godere della vita ricevuta da altri, è offerta senza che chi la riceve la meriti. Anzi, il dono di vivere è soprattutto per chi risulta meno capace di affrontare la vita, chi è inesperto e chi è privo di senno.

Il pane e il vino, che umanamente già invitano a riconoscere il dono della vita che l’uomo riceve da altro, gli alimenti, e da altri, coloro che glieli offrono, assumono in riferimento al Signore Gesù un significato divino. Insegnando nella sinagoga di Cafarnao, come si apprende dall’odierno vangelo tratto dal Vangelo secondo Giovanni, egli si identifica con il pane e il vino. Più precisamente ancora, Gesù paragona la sua carne al pane e il suo sangue al vino. Se preso materialmente questo paragone non può che indurre fraintendimento, come capitò ai Giudei che avevano ascoltato Gesù, i quali «si misero a discutere aspramente fra loro: “Come può costui darci la sua carne da mangiare”?». Gesù parla della sua carne e del suo sangue non semplicemente come cibo e bevanda, ma come vero cibo e vera bevanda. Con ciò invita a considerare il cibo e le bevande, il pane e il vino che abitualmente troviamo sulla tavola, un segno di un alimento ben più nutriente, quello costituito dalla sua carne e dal suo sangue. In effetti, spiega Gesù «chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» e, poco oltre, a riguardo del pane che «mangiarono i padri e morirono», ancora aggiunge: «Chi mangia questo pane vivrà in eterno». La differenza tra il pane e il vino con cui ci nutriamo e la carne e il sangue di Cristo, che lui paragona al pane e al vino, è che i primi consentono di sopravvivere nella vita terrena e i secondi, invece, consentono di vivere eternamente. Il pane e il vino danno all’uomo le energie fisiche; la carne e il sangue di Cristo consentono all’uomo di godere dell’energia stessa di Dio, la quale mostra la sua potenza maggiore nell’oltrepassare la morte. Il paragono proposto da Gesù potrebbe immediatamente dare adito a fraintendimenti. Lo abbiamo già osservato riprendendo l’obiezione degli ascoltatori di Gesù: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Questa obiezione fu successivamente rivolta ai cristiani, ai tempi della persecuzione sotto l’Impero Romano, come accusa di cannibalismo. Benché la millenaria tradizione liturgica abbia insegnato che la carne e il sangue di Cristo sono date da lui per essere mangiata e bevuto sotto la specie del pane e del vino, non è superfluo richiamare il significato delle parole di Gesù. Corpo e sangue sono la sede della vita, o meglio, sono le forme che la vita assume nello spazio e nel tempo. Corpo e sangue non sono la vita e, d’altra parte, non si vive senza il corpo e il sangue. Un corpo senza vita, in cui non scorresse più il sangue, nemmeno più sarebbe un corpo vivente; lo nominiamo, infatti, con un altro nome: cadavere. Il corpo in cui scorre il sangue, il corpo vivente, è la possibilità per gli uomini che vivono nello spazio e nel tempo di comunicare tra di loro, di donare e ricevere la vita. Dando da mangiare e da bere ad altri, si consente loro non solo di nutrire il corpo, ma di vivere come persone. Attraverso il corpo vivente si comunica dunque la vita. Tenendo presente questo significato possiamo comprendere le parole di Gesù non nel senso materiale, come se oggi ci desse un pezzo del suo corpo e un sorso del suo sangue, inducendoci poi a pensieri stravaganti sul come il suo corpo possa smembrarsi senza mai esaurirsi e il suo sangue spargersi senza consumarsi. Le parole di Gesù significano piuttosto il dono della sua vita, che nutre la nostra vita rendendola divina, come la sua. Chi entra in contatto con lui, e questo avviene per noi nella forma del sacramento, riceve la sua vita, il cui effetto può essere paragonato a quello del pane o del vino che, seppur solo a livello fisico, danno vita. La comunione di vita con Cristo, dunque, avviene nella forma eucaristica.

Poiché l’Eucaristia pone in comunione vitale con Cristo, e in comunione tale per cui all’uomo è dato non solo di vivere, ma di vivere eternamente, sarebbe stolto che i cristiani ricercassero la vita in altri nutrimenti che non hanno tale proprietà energetica. È quanto Paolo, nel testo della prima lettera ai Corinti proposta oggi come epistola, insegna, escludendo la compatibilità tra la celebrazione dell’eucaristica e altri tipi di celebrazione pagane. La comunione con Gesù Cristo non ammette altre relazioni che da lui distolgano. Non perché egli sia invidioso, ma perché solo lui dà la vita eterna. Il forte messaggio delle lettere odierne ci invita a una rinnovata partecipazione alla Messa, nella quale siamo nutriti per vivere senza fine.

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