II Domenica dopo Pentecoste

Sir17,1-4.6-11b.12-14; Sal 103(104); Rom 1,22-25.28-32; Mt 5,2.43-48

Comincia con questa domenica il racconto dei momenti salienti della storia della salvezza. A seguito della solennità della SS. Trinità, la liturgia della Parola domenicale considera il distendersi del mistero del Dio trinitario nella storia degli uomini, a cominciare della creazione.

La visione della creazione proposta nella prima lettura, tratta dal libro del Siracide, può essere definita «antropocentrica»: al centro, infatti, pone l’uomo. L’uomo svetta rispetto a ogni altra creatura, benché provenga, come ogni altra creatura, dalle mani di Dio. Di tutte le altre creature, l’uomo condivide la costitutiva fragilità; non ha in sé la vita, se non per un breve tratto. Dio ha infatti assegnato agli uomini «giorni contati e un tempo definito». Alla terra, da cui è stato tratto, l’uomo di nuovo torna. Per quanto fragile, come ogni creatura che deve la vita al Dio creatore, l’uomo è stato potenziato, ricevendo potere su ogni altra creatura. L’asimmetria che pone l’uomo a signoreggiare «sulle bestie e sugli uccelli», su tutti gli altri esseri viventi, è espressa dal sapiente autore del testo dicendo che Dio «in ogni vivente infuse il timore dell’uomo». La superiorità dell’uomo, però, non è quella di spadroneggiare sul creato, ma di operare il bene, evitando ogni forma di male. A questo scopo l’uomo è dotato di prerogative uniche, quali «discernimento, lingua, occhi, orecchi e cuore». Sensi e sentimenti non sono il tutto dell’uomo che, mediante la scienza e l’intelligenza, sue proprie prerogative, può riconoscere il bene e a esso accordare la propria esistenza. Già, ma qual è il bene? L’uomo, chiamato a riconoscerlo, non lo stabilisce in proprio. Non essendo il Creatore non detiene la conoscenza originaria del bene e del male, ma la possibilità di riconoscerlo. È Dio che mostra agli uomini «sia il bene che il male». E ciò non avviene dall’esterno, ma all’interno stesso dell’uomo, il quale è formato a immagine di Dio. Dentro l’uomo, dunque, vi è l’impronta divina che ne definisce la sua identità, così come il patrimonio genetico del padre e della madre improntano l’essere del figlio. L’identità divina connota l’uomo fin nell’intimo: Dio «pose il timore di sé nei loro cuori», e lo rende alleato di Dio: Dio «stabilì con loro [gli uomini] un’alleanza eterna». L’intima alleanza con Dio si traduce nella medesima disposizione di Dio nei confronti degli uomini. L’uomo è creato per essere in comunione con il prossimo, per amarlo. Ecco perché Dio accompagna la creazione degli uomini dicendo loro: «Guardatevi da ogni ingiustizia», e ordinando a ciascuno «di prendersi cura del prossimo».

Essere creati per amare e guidati a farlo non assicura automaticamente il risultato. Gli uomini non sono automi nelle mani di Dio, ma suoi alleati, liberi di corrispondere ma anche di non farlo. Il testo dell’epistola, tratto dalla lettera di Paolo ai Romani, considera la trasgressione della propria identità di alleati di Dio e del prossimo. La trasgressione ha origine quando l’uomo, stoltamente, scambia il manifestarsi di Dio con l’apparire di ciò che è soltanto umano e terreno: allora la gloria di Dio cede la scena a un’immagine e una figura terrena. E come quando il gomitolo, sfuggito di mano s’ingarbuglia, così quando l’uomo perde il legame con Dio, la sua vita sfugge al bene e, priva di controllo, precipita in forme maligne. La precipitazione nel male conosce diversi gradi di manifestazione che, prendendo spunto dal resoconto paolino, possono essere ricondotti a quattro. Il primo grado, fondamentale e originario, dal quale a cascata derivano poi gli altri è il già considerato allontanamento da Dio alla volta di qualcos’altro che, senza esserlo, viene investito di importanza divina. Ciò avviene quando gli uomini scambiano «la verità di Dio con la menzogna» e adorano e servono «le creature anziché il Creatore». Un secondo grado di manifestazione della relazione infranta con Dio è l’intorbidirsi dei desideri del cuore che si traduce nel disamore dei corpi. Le intenzioni profonde e le espressioni visibili dell’agire umano non sono più in ordine del bene, ma inquinate dal male: la purezza della bontà si traduce nella impurità della cattiveria. Il terzo livello del degrado umano si manifesta nel male del prossimo. Privato dal legame con Dio, sorgente dell’amore, l’uomo agisce senza più amare. I legami con il prossimo divengono cattivi, nella miriade di modi che l’elenco paolino non esaurisce, ma solo evoca. Lo stesso testo paolino conclude indicando un ultimo livello del degrado umano, quello che non solo compie il male di fatto, ma lo ammette e lo giustifica come un diritto. L’interruzione del legame vitale con Dio si manifesta nelle forme maligne che assumono i legami con il prossimo. Non essendo l’uomo l’inventore dell’amore, qualora se ne priva rinunciando all’alleanza con Dio, non è più in grado di amare, vivendo perciò nella inimicizia. A fronte di questo decadimento è necessaria un’iniezione d’amore che permette agli uomini di ritrovare la buona relazione.

Per sconfiggere il male con il bene, occorre superare però la logica della giustizia equivalente, che retribuisce il bene con il bene ed il male con il male. È necessario operare secondo la logica della carità sovrabbondante, che corrisponde al male con l’amore. È ciò che Gesù insegna nell’antitesi che conclude la serie di sentenze in cui la novità cristiana svetta rispetto alla tradizione antica: «Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano». A meno di questa corrispondenza asimmetrica, che ricambia con l’altezza dell’amore la bassezza dell’odio, il mondo delle relazioni personali e sociali resta nella palude maligna, ove non appena non si è riconosciuti come ci si aspetta, si alza l’onda dell’antipatia e del rancore vendicativo. Ma quale ragione può indurre gli uomini a comportarsi in un modo – quello di amare i nemici – così istintivamente distante dai canoni delle reazioni umane? La risposta è nella natura “divina” cui gli uomini sono destinati, la stessa natura di Dio, che come il sole e la pioggia non discrimina tra i cattivi e i buoni, tra gli ingiusti e i giusti, ma scalda e rinfresca gli uni e gli altri, gratuitamente. Solo ritrovando questa identità filiale, dei figli del Padre che è nei cieli, la vita degli uomini sulla terra può realizzare quella convivenza pacifica e amorosa, così proclamata e così disattesa.

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