SS. Corpo e Sangue di Cristo

Dt 8,2-3.14b-16a; Sal 147; 1Cor 10,16-17; Gv 6,51-58

La sequenza delle solennità del Signore istruisce l’intelligenza della fede. Subito dopo la celebrazione della Santissima Trinità, la liturgia propone la celebrazione del SS. Corpo e Sangue di Cristo. Il mistero invisibile di Dio trinitario si condensa nella visibilità corporea di Cristo. La visibilità corporea di Cristo è quella del pane e del vino che nella celebrazione eucaristica divengono il suo corpo e il suo sangue. Già il rendersi percepibile ai sensi umani dell’imperscrutabile mistero divino suscita lo stupore dell’incredibile, nel duplice senso di ciò che appare tanto straordinario da suscitare il dubbio che possa essere reale. È in fondo la stessa impressione dei discepoli all’apparire di Gesù risorto in mezzo a loro: osserva l’evangelista Luca che «per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore» (Lc 24,41). Ma il rendersi visibile dell’amore trinitario non è ancora tutto. L’Eucaristia infatti non è destinata ad essere guardata, ammirata, contemplata. È destinata ad essere mangiata e bevuta. L’amore di Dio è tanto ardente e desideroso di intimità con gli uomini da voler diventare come il cibo e le bevande che entrano nell’uomo e gli danno vita.

Il desiderio di Dio di nutrire gli uomini è subito espresso alle origini della storia della salvezza, quando il Signore stringe la prima alleanza con il popolo d’Israele. Il brano del libro del Deuteronomio, proposto come prima lettura, rievoca per bocca di Mosè la provvidente cura che il Signore ha profuso nel lungo tempo trascorso nel deserto dal popolo d’Israele, dopo che il Signore stesso lo aveva «fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile». Messo alla prova per sapere quello che aveva in cuore, se avrebbe osservato o no i comandi divini, il popolo non viene lasciato privo di alimento. Viene anzi «nutrito di manna», un cibo sconosciuto, proprio perché capisca che «l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore». Il desiderio del Signore di alimentare la vita del popolo è ulteriormente confermato dal fatto che in un «deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua», egli ha fatto sgorgare «l’acqua dalla roccia durissima». Cibo e bevanda sono provvisti gratuitamente da Dio senza che nemmeno il popolo debba cercarli e produrli.

Il desiderio divino di nutrire l’uomo assume la sua insuperabile intensità e densità in Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo. Le parole riportate nel brano evangelico sono di un tale realismo da suscitare aspre discussioni e immediate obiezioni. «Come può costui darci la sua carne da mangiare?» In effetti, il discorso di Gesù non è di immediata comprensione, potendo persino essere equivocato nel senso del cannibalismo, come lo fu ai tempi delle persecuzioni della chiesa antica. Insistente, ripetuta è la richiesta che la sua carne venga mangiata e il suo sangue sia bevuto. Senza nutrirsi della carne e del sangue del Signore Gesù gli uomini non hanno la vita, quella vita a prova di morte che è la vita eterna a seguito della resurrezione da morte. L’appello del Signore Gesù di mangiare e bere di lui si chiarisce alla luce dell’Eucaristia che egli istituisce nell’imminenza della sua Pasqua. Il pane e il vino eucaristico, consacrati dalla Chiesa per mezzo dello Spirito Santo, sono la modalità rituale, espressa cioè mediante segni, con la quale il Signore nutre la vita dei cristiani con la sua stessa vita. Il comando «Prendete e mangiate», «Prendete e bevete» riferiti al pane e al vino eucaristico esprimono l’ardente desiderio del Signore Gesù di essere intimo agli uomini, di essere dentro la loro vita, per nutrirla, rinvigorirla, renderla feconda.

Ricevere il Corpo e il Sangue del Signore, celebrando l’Eucaristia, significa corrispondere al suo desiderio di comunione con ciascuno di noi, con tutti noi. Lo esplicita Paolo, nel testo dell’epistola, ricordando, a chi rischiasse di dimenticarsi, che il pane spezzato e il calice benedetto sono comunione con la persona di Cristo. Non solo. La comunione di ciascuno con Cristo stringe in lui tutti coloro che sono in comunione con lui: «Noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane». La Chiesa celebra nell’Eucaristia, ma è l’Eucaristia che dà vita alla Chiesa. La solennità del corpo e del sangue di Cristo ricorda ai cristiani che la loro vita personale e comunitaria sorgono dalla comunione con Lui. A ciascuno di noi è così donata la grazia e data la responsabilità di celebrare l’Eucaristia con fede, affinché Cristo dia nuova vitalità alla sua Chiesa, per la vita del mondo.

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